Se ne sono andati

Se ne sono andati

Le vittime giapponesi

e gli uccisi in Libia, Yemen, Bahrain…

Di tutto è successo, e non si ferma, nel più celebre arcipelago asiatico, nel deserto centrale del Nord Africa, e in alcune piazze delle capitali della penisola arabica. La morte violenta e di massa di tutte quelle persone abbrevia, in sé, la distanza fra quei paesaggi. Che, oltre a tutto, coi loro resti, hanno tragicamente gareggiato per il primo posto nella gerarchia delle «ultime notizie». Una gerarchia equivoca, che ha anche sputato una morale di sostituzione indecente: con i massacrati del colonnello Gheddafi che passavano in seconda linea, e con lui che procedeva più speditamente, grazie al “diluvio universale” dello tsunami e all’incubo nucleare giapponese. E pensare che proprio un kamikaze dubbioso – il tenente Nagatsuka – confessava, nel 1944, a un suo compagno, l’evidenza di un principio base: «Se una vita umana ha un qualche significato, è perché entra in rapporto con altri esseri umani».

Nei grandi poemi mitologici – nell’Odissea, per esempio – c’è spesso un passaggio dove i morti parlano. Quando Ulisse scende nell’Ade – la loro zona – ne incontra qualcuno che conosce e che ha amato, o di cui ha ignorato la morte. Incontra anche sua madre. Li interroga, si fa raccontare, piange. Loro ritornano, per un momento, vivi, perché lui, un sopravvissuto solo, raccolga la loro verità.
Scendendo in una simbolica “Repubblica dei morti” di questi giorni, che cosa potrebbero avere da dire, insieme, migliaia di terremotati sommersi nell’Est del Giappone e migliaia di giovani arabi che si fanno ammazzare per pensare, o aver immaginato, un futuro tracciato da loro, in libertà? Potrebbero stare a dei fatti che li hanno riguardati fino all’ultimo, e a qualche loro rispettivo retroterra. Sostanzialmente incontrovertibili. In un ideale ordine del giorno che li unisca, potrebbero anche parlare di una categoria di responsabili (immediati o indiretti, e a diversi livelli mortiferi) della loro fine. Di una categoria mondiale, diversificata, e aggiornata, di «specialisti».
Specialisti delle previsioni (geologiche, nucleari), specialisti dell’equilibrio internazionale e dell’economia globale. Gli uni, soprattutto, di specialisti del potere assoluto criminale, autodecretato senza limiti di tempo: con Gheddafi capofila, tutti i suoi multipli variati del mondo arabo, dallo yemenita Ali Abdullah Saleh, all’emiro Hamad bin Isa Al Khalifa del Bahrain, al siriano Bashar al-Asad che ha iniziato a sparare venerdì sera. Tanto per nominare quelli che tengono la notizia da settimane, o gli ultimi che stanno arrivando. Con l’espressione Uno specialista – ritratto di un criminale moderno, il regista israeliano Eyal Sivan, nel 1999, ha dato un definitivo nome di genere ad Adolf Eichmann, e un titolo a due ore, più che espressioniste, di documentario su alcuni momenti del processo di Gerusalemme, nel 1961. Dove Eichmann era l’imputato con quei tre caratteri: specialistici, criminali, moderni.

Ascoltando idealmente quei morti, bastano pochi fatti per farsi un’idea vera.
Su France 2, giovedì sera, in un reportage extratelegiornale e interamente dedicato al Giappone, si è sentita una testimonianza di questo genere: «Una classe dirigente corrotta ha diversificato tutto sul nucleare per paura delle crisi petrolifere. Negli ultimi dieci anni, e in un’economia in decadenza, provavano di tutto. Prima erano neokeynesiani, poi diventavano neoliberali. Sul nucleare non c’e mai stato un referendum, perché si sapeva che una parte del Paese avrebbe votato contro. Sull’eventualità di un terremoto più devastante dei soliti, i tecnici tacevano. O, in un bel po’ di documentari, li si vedeva guardare, tranquilli, l’oceano piatto».

Nella piazza di Bengasi – sempre piena di persone e sempre più abituata a respirare senza Gheddafi – uno striscione portato da un ragazzo (a occhio, di 20-25 anni) diceva, in inglese, «We will build a constitutional country». L’essenza di una determinazione, non di una speranza. Quella scritta sventolava tre giorni prima della risoluzione Onu 1973 (quella sulla no-fly zone), quando i mercenari del colonnello mangiavano a Est pezzi su pezzi di Cirenaica libera, ed erano a circa duecento chilometri dalla città.

Nella ex città giapponese di Kamaichi (una strada di montagna, in mezzo agli abeti, per arrivarci), due soldati, da soli, cercavano con due bastoni di spostare un monticello di macerie. Mentre un sopravvissuto vagava con una mazza da golf – l’unica cosa che gli era rimasta – accettando, fino a un certo punto, di essere intervistato. A metà di un colloquio sincopato chiudeva: «Non ho più la volontà di testimoniare».

Dalla piazza della Perla di Manama (capitale del Bahrain, col monumento simbolo della rivolta poi distrutto dal regime) si vedevano, in immagini avventizie, catturate, soldati in tenuta nera antisommossa che si sparpagliavano a gruppi. In quasi contemporanea, reti diverse (Al Jazeera, Cnn, France 24) spiegavano che quelle forze di sicurezza andavano a catturare negli ospedali i feriti della rivolta del giorno prima. Si erano anche viste colonne di blindati sauditi che entravano a dare man forte. E dal centro di San’a (capitale dello Yemen), venerdì sera, le riprese mostravano i funerali di qualcuno dei 41 falciati nelle 24 ore precedenti (donne in nero disperate, bare scoperte con i corpi fasciati fino al mento e alla barba), mentre la didascalia in inglese diceva che il presidente Saleh aveva proclamato lo stato d’emergenza.

Vicino a un santuario shinto – l’unica costruzione ancora in piedi mostrata, su France 5, in mezzo a un ammasso di fango e di pezzi di case di un ex cittadina della prefettura di Sendai – un uomo anziano, con un cappello di lana calato fino alle sopracciglia, offriva un’inedita chiave di comprensione: «È stato uno tsunami come ne viene uno ogni mille anni. Quindi ora possiamo stare tranquilli. Ma bisogna che sopravviviamo nel futuro».

Nella piazza di Bengasi, da più di una settimana, si fanno notare, in mezzo alla folla e alle bandiere rosso-nero-verdi del primo Stato libico indipendente, qualche tricolore francese e qualche cartello con la scritta «Merci» (il discorso di Alain Juppé, il ministro degli Esteri di Parigi, in quel decisivo Consiglio di Sicurezza Onu di giovedì, effettivamente non ha fatto una grinza morale). D’altronde, su France 5 e France 2, qualche esperto francese di Medio Oriente e mondi arabi – esperti buoni o quanto meno realisti – hanno centrato negli ultimi giorni uno dei noccioli del problema: «Se Gheddafi entra a Bengasi, sono certi gli arresti a colpo sicuro e le eliminazioni implacabili, anche nascoste, magari di notte. Uno per uno, o a gruppi separati di ribelli». Insomma, la Gestapo. Una tecnica conosciuta. Specialistica.
Per cui, quando, all’inizio della ribellione, su quella stessa piazza, si è visto e sentito dire, e non una volta sola, che il colonnello era il loro «Hitler», il paragone, nonostante la diversità delle storie, era verificabile sul campo. E da 42 anni. E teneva anche di diritto. A meno che non si considerino i giudici della Corte internazionale dell’Aja come un pugno di pubblici ministeri neocolonialisti e globalizzati. Quella Corte, dopo la rivolta, e dopo quasi mezzo secolo, si e svegliata, e il dossier Gheddafi comincia a essere esaminato nelle sue voci più consone: genocidio e crimini contro l’umanità.

È assodato che un capo rivoluzionario possa diventare un dittatore e poi un serial killer. La chiarezza dello studioso (o dello specialista) sta anche nel riconoscere, insieme, quei tre caratteri, maturando eventualmente una distanza dagli ultimi due. O almeno non meravigliandosi di una contraddizione che, il più delle volte, non esiste ab ovo di quella carriera rivoluzionaria, autocratica, ed eliminatoria. Ascoltare, venerdì mattina, su Radio 3, il professor Angelo Del Boca, era sconcertante. Rispetto al suo valore di storico, e rispetto alle migliaia di libici che a Bengasi restano sotto l’orizzonte del massacro di massa. Molto in sintesi, dal professore si sono sentite tre cose: una condanna della risoluzione 1973 (cioè la salvezza, per ora, di quei bengasini), l’annuncio di un documento conseguente (firmato, fra gli altri, da Giulietto Chiesa e Massimo Fini), e la sorpresa, o la non comprensione, per come Gheddafi «era diventato» (Angelo Del Boca è anche l’autore di Una sfida dal deserto, la più completa biografia del colonnello, pubblicata da Laterza). Il sottotesto di quell’atteggiamento aveva la forma di un «anticolonialismo» continuamente aggiornabile. Ma anche difficile da proporre a tutti quelli che in Cirenaica, oggi, dicono a chiare lettere «vogliamo costruire un Paese costituzionale». E infatti, alla domanda su come proteggerli (le loro vite, il loro programma, e il loro futuro), il professor Del Boca sostanzialmente non forniva soluzioni o commenti.

Può succedere che un perfetto tipo di colonialista vecchio stile dica ogni tanto le cose come stanno. Con le intenzioni più interessate, ma anche con la capacita di tracciare, nei propri avversari, dei ritratti reali di criminali moderni. È capitato, solo 55 anni fa, ad Anthony Eden, già Primo ministro inglese, uno degli ultimi imperialisti del secolo scorso, e il più sfortunato, oltre che il più dandy. In un tragico ottobre del 1956 – mentre i sovietici schiacciavano l’Ungheria –, aveva spedito in Egitto, assieme ai francesi, i suoi parà per riprendersi la proprietà della Compagnia del Canale di Suez, nazionalizzata dal colonnello Gamal Abd el-Nasser. Nazionalista, socialista, rivoluzionario, discreto massacratore interno dei suoi, ma anche modello d’attacco della rinascita araba di quei tempi. E punto di riferimento nella giovinezza di Gheddafi. La spedizione – fuori tempo e naïve; un’operazione malinconica e d’interesse immediato – veniva bloccata dall’Onu, e soprattutto dagli Stati Uniti. In nome dell’anticolonialismo. Nel suo scacco, Eden poneva però due problemi: il carattere internazionale delle vie d’acqua commerciali (con relativa libertà di passaggio per tutti) e i caratteri delle dittature aggiornate. Era stato il ministro degli Esteri di Winston Churchill (avevano fatto la guerra al nazifascismo). Aveva, sul tema, le sue antenne. E cosi nelle sue memorie ha lasciato scritto anche questo: «Le dittature moderne non sono tutte di un solo tipo. L’esempio che per primo viene in mente è anche il più pericoloso: il dittatore che ha un filo di pazzia. Si sente predestinato e conquistatore in nome del suo popolo. La sua megalomania non esclude che egli abbia una mente rapida, sottile o abile nell’intrigo, né una personalità che inganna gli intervistatori. Può suscitare la devozione di un gran numero dei suoi connazionali ed echeggiare nella sua retorica frenetica le loro aspirazioni patriottiche. Può anche disporre delle doti brillanti di un uomo di Stato. Il male consiste nell’uso che ne fa».

Sulla spinta dei fatti del mondo, la rubrica ha preso questa domenica un aspetto differente. Riprenderà il consueto dalla prossima settimana. A.J.

Il quadro di questa settimana: «Black Sea», del pittore serbo Vladimir Dunjic, olio e acrilico su tela, 2000

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