Se ne sono andati

Se ne sono andati

Mikhail Simonov

(19 ottobre 1929 – 4 marzo 2011)

Progettista-perfezionatore di celebri aerei da combattimento sovietici. Di Rostov sul Don, Russia meridionale europea. È morto a Mosca a 81 anni e cinque mesi, dopo un’annunciata «lunga malattia».

Quei caccia-intercettori «da superiorità-aerea-ognitempo» (scritto tutto attaccato; questa è la loro definizione tecnica, che sprizza un bel po’ di onnipotenza), si chiamano Sukhoi. Una famiglia in stringata scala numerica – Sukhoi 24, Sukhoi 25… – dove il più agile e micidiale, il Sukhoi Su 27, ha meritato un nome in codice dalla Nato – Flanker, «fiancheggiatore» – e una notorietà da rettile acrobatico dell’aria. Una sua evoluzione in attacco, la più narcisa, è infatti conosciuta come «Cobra di Pugačëv». L’enciclopedia aeronautica descrive poi un «eccezionale angolo di 120 gradi, una decelerazione da 400 a 250 chilometri orari in pochi secondi, un vantaggio nel combattimento manovrato a bassa velocità». E le cronache tripolitane e cirenaiche di queste settimane informano che anche con dei caccia di questo tipo il colonnello Gheddafi massacra dall’alto la maggioranza dei libici che non ne vuole più sapere niente di lui.


Sui russi, gli altri popoli sprecano, o centrano, certe immagini ad effetto: quella dell’anima russa costeggia senza soste il luogo comune. Ma aver usato per sempre il cognome del ministro degli Esteri di Stalin (Vjačeslav Michajlovič Molotov) come marchio della massima mistura di una bomba urbana – il «cocktail Molotov» – resta un’intuizione pubblicitaria senza rughe. Dentro questa attitudine, i nomi Suchoj (all’origine con c e la “j” lunga) e Simonov fanno un po’ color grigio. Due quatti tecnici sovietici anni Settanta e Ottanta. Come attribuire anche a loro una griffe non di riserva, e tipicamente russa? Facendo i conti, soprattutto psicologici, con l’oste, cioè con i russi.
Su se stessi, loro, anche da ex sovietici, quando incollano l’immaginazione a qualcosa di grande (che sia la letteratura, o l’industria bellica, o i viaggi nello spazio) stanno in genere ai fatti e ai nomi che li riguardano. Il titolo Le anime morte – il capolavoro di Gogol’ – è un big bang di autocoscienza, un po’ come recitare i versi di Puškin per rompere il silenzio del vuoto interplanetario. Così aveva fatto, nel 1961, a bordo della Vostok 2, il cosmonauta sovietico German Stepanovič Titov, il secondo uomo nello spazio, dopo Jurij Alekseevič Gagarin.
In questa linea, l’ingegnere aeronautico Pavel Osipovič Suchoj e l’intercettore alato che porta il suo nome con la “i” normale, continuano a spifferare al mondo che la potenza di Mosca è nell’aria. E che il mercato delle armi può contare su un prodotto doc.

Poi, ogni tanto, succede che quella stessa storia russa si diverta con l’omonimia. Con due carte che si assomigliano. Chiamare una spirale d’attacco aereo «Cobra di Pugačëv» dovrebbe essere, d’acchito, un bel rimando nazionalpsiologico: il caccia nemico e concorrente (per esempio, l’F16 americano) viene sorpreso in velocità in nome dell’epico capo cosacco – Emel’jan Ivanovič Pugačëv – che, per un anno pieno (1773-74), aveva guidato, con ottimi risultati, la rivolta contro l’esercito della zarina Caterina II.
Restando intatta la forza di quel cognome, si scopre invece che la manovra del cobra è stata dovuta alla fantasia del pilota Viktor Georgievič Pugačëv. Un asso, come si dice. Che, lasciandosi al fianco la Manica, era atterrato, a inizio estate del 1989, all’aeroporto di Parigi-Le Bourget. Sopra gli occhi di tutti guidava un Sukhoi 27 monoposto. Era il debutto non militare di quel perfezionatissimo caccia ancora sovietico. Da offrire ai mercanti del settore, al Salone internazionale dell’Aeronautica organizzato nella capitale francese.

Vent’anni prima, nel 1969, quando Leonid Il’ič Brežnev stava anche troppo bene (aveva appena annichilito i cecoslovacchi), l’ingegner Suchoj, nel suo ruolo di capo dell’ufficio tecnico dell’aeronautica militare di Mosca, partiva in quarta con una precisa committenza statale: battere gli americani nell’invenzione di un nuovo caccia d’attacco, proprio mentre loro stavano mettendo a punto l’F15, che sarebbe poi diventato F16. Pavel Osipovič sarebbe morto nel 1975, ma quei sei anni erano bastati per far nascere e sperimentare la velocissima, offensiva e costosa creatura: attraverso vari passaggi e modifiche (anche facendo molti conti, in rubli e in dollari) il Sukhoi era sostanzialmente pronto.
Per lanciarlo in aria stabilmente messo a punto, (e per fargli incutere soggezione nei tempi terminali della guerra fredda), ci voleva un altro ingegnere tutto d’un pezzo sovietico: Mikhail Petrovič Simonov, nuovo capo di quell’ufficio tecnico e ultimo top designer dell’aeronautica bellica dell’Urss. È stato ricordato per aver fatto decollare per la prima volta quell’aereo il 20 aprile 1981, e per essersi poi mosso con un piglio molto aggiornato dentro il più travolgente cambio di Storia del suo Paese.

Nel “ritorno alla Russia”, dopo il 1991 – una rinascita, almeno formale, all’antica – l’ingegner Simonov è stato anche un importante prototipo di come certi “tecnici” di un sistema collassato riescano a sopravvivere, e poi a rivivere molto bene, imparando un mestiere vittorioso e variato. Quello di trasformare (salvandone le attrezzature) un “ufficio” pianificato in un’impresa concorrenziale, e quindi di fare molti affari privati su committenza dello Stato e a prezzi di “libero” mercato.
In questo caso, vendere al meglio (miliardi di dollari) nel mondo il maggior numero possibile di Sukhoi 27 (continuamente perfezionato, fino a oggi). A seconda dei propri valori di base, la lista dei destinatari, o qualcuno fra molti, può essere vista come un insieme di peggiori-migliori offerenti: Cina, Bielorussia, Eritrea, Libia, Venezuela, India, Indonesia. In questa prospettiva, il commento del generale Vladimir Mihailov – ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica di Mosca – alla morte dell’ingegner Simonov è risuonato molto sovietico e molto capitalista: «Un’irreparabile perdita per l’aviazione russa».

Alenush Terian

(9 novembre 1920 – 4 marzo 2011).

Astronoma e fisica iraniana di ceppo armeno. Anzi, la prima donna, nella storia del suo Paese, a laurearsi in quelle materie, diventandone una stimatissima celebrità internazionale. Era di Teheran, la capitale, dove è morta a 90 anni e quattro mesi. Nel novembre scorso, il giorno del suo novantesimo compleanno, era stata pubblicamente festeggiata da diversi parlamentari iraniani e da cento rappresentanti della comunità armena.

Leggere qualcosa di iraniano che non parli di repressione, di condanne a morte, di accuse di blasfemia, o di siti atomici, fa l’effetto di uno choc. Per restare nel campo astrofisico, è come se un buco nero illuminasse d’un colpo il suo orizzonte degli eventi, svelandone una stabile zona chiara.

Una donna in Iran oggi, ma quasi secolare, e di minoranza, e scienziata, e non musulmana sciita. Onorata come un orgoglio nazionale. Una persona esatta e sperimentale – nel senso anche scientifico – che esplorava in alto, che si era spostata più volte fuori confine, nelle università dell’Ovest, per approfondire la sua ricerca: a Parigi, alla Sorbona, dove nel 1956 otteneva un’altra laurea, in Fisica dell’atmosfera, e poi in Germania, invitata, per un bel po’ di mesi, a spiegare la fisica del sole. Una persona con delle illuminazioni poetiche e spiritose, come succede ogni tanto a un tipo particolare di scienziati: «Se avessi avuto una figlia l’avrei chiamata Sole, e se fosse stato un figlio, Luna». Sembra lo ripetesse sempre. Una bella idea, in avanti, senza saperlo: immaginare oggi – in un Paese ufficialmente macho e puritano – un giovanotto armeno, sofisticato e intelligente, che cerca di fare la sua vita chiamandosi Luna.

Una donna del 1920, e simbolicamente plurimillenaria. Era nata quando regnava ancora Ahmad, l’ultimo scià della dinastia Qajar, un capo di Stato perbene e democratico (l’unico della storia iraniana), cacciato nel 1925 dal golpe di Reza Pahlavi senior. Era diventata la prima donna iraniana laureata in fisica (Università di Teheran) nel 1947, e si era ritirata dall’insegnamento proprio nel 1979, quando tutto, nel suo Paese, veniva rivoltato. L’esperienza storica – anche inconscia – degli armeni fa parte di una letteratura leggendaria e di cronache feroci. Il bagaglio armeno di Alenush Terian aveva direttamente a che fare con il suo lavoro: un’attitudine, o un’eredità di conoscenza, e di scienza, “applicate” da qualche millennio. Applicate all’astronomia, in particolare.

A 35 chilometri da Yerevan (la capitale dell’Armenia indipendente di oggi), nella provincia di Armavir, è visibile il sito archeologico di Metsamor, con i resti di un osservatorio (fuori da una fortezza) anziano di circa 4.600 anni. Osservavano bene le stelle, e poi prendevano nota, o lasciavano qualcosa che ricordasse quel tipo di sguardo scientifico e appassionato: sembra che la Supernova 1054 sia stata avvistata per la prima volta in Armenia nel maggio 1054 (con tanto di cronache del fatto, e due mesi prima che gli astronomi cinesi facessero la stessa cosa).

Facendo un salto in avanti nel tempo, di quasi mille anni – siamo nel secolo scorso – e anche nello spazio, il nome di uno stimato collega di Alenush, l’astronomo armeno-francese Agop Terzan, è citato anche per la quantità di punti luminosi che è riuscito a scovare nel decennio1960-70: 712 stelle variabili, 11 grappoli globulari – chiamati Terzan 5 e Terzan 7, nel vitalissimo anno 1968 –, 4.430 stelle nuove e variabili, 158 nebulose diffuse, e 124 galassie.
Gli iraniani-armeni sono oggi circa 500mila, di cui 170mila fedeli alla loro Chiesa Apostolica, di rito ortodosso-orientale. Vivono in gran parte a Teheran, e poi a Esfahan, Tabriz, e in città del Nord come Sari, Gorgan e Rasht. Dire che Alenush Terian è stata una risorsa di luce per quella minoranza e per l’intero Paese è forse un po’ enfatico. Ma pensare che migliaia di ragazzi e ragazze iraniani, di qualsiasi fede o stirpe, possano, come lei, guardare in alto e fuori per distanziarsi dall’ignoranza della cronaca, è un diretto suggerimento per i loro prossimi 90 anni.

Inge Sørensen 

(18 luglio 1924 – 9 marzo 2011)

Nuotatrice danese di 86 anni e otto mesi. È morta a Mount Laurel, New Jersey. Da oltre 60 anni viveva negli Stati Uniti con suo marito, l’ingegner Janus Tabur, in una casa di legno in mezzo ai boschi, arredata con mobili, quadri e oggetti fatti arrivare dalla Danimarca (a eccezione della sua poltrona, di cuoio norvegese).

Nell’acqua delle piscine agonistiche si muoveva come una rana veloce e disciplinata, e per questo è diventata una campionessa nei lontani (ma non così tanto) anni Trenta. Vincendo una medaglia di bronzo alle Olimpiadi naziste di Berlino, 1936, e una d’oro ai Campionati europei di Londra, 1938. Tutte e due le volte nei 200 metri. Facendo qualche calcolo, si vede che ha dato il suo meglio in gara e in pubblico nella prima età dello sviluppo.

A Berlino aveva 12 anni (e 24 giorni) – la più piccola, tuttora, a essere mai stata premiata su un podio olimpico – e in Inghilterra due di più. Su quello stesso podio tedesco aveva rifiutato di tendere il braccio e di dire «Heil!». Nella cornice di quella folla, e in faccia a quel gruppo di gerarchi e al loro capo, un gesto chiaro, non conforme. Anche nazionale, sanamente danese. Fatto da una bambina del tutto nordica ma evidentemente impermeabile a qualsiasi doccia di arianità ad usum delphini. In qualche foto di quegli anni, Inge (che si allenava un’ora sola a settimana in piscina, e il resto del tempo nel porto della sua Skovshoved, un vecchio villaggio di pescatori ormai sobborgo di Copenaghen, famoso quasi solo per l’architettura di una sua pompa di benzina) cambia, e non solo per l’età di passaggio. Quando è in costume con la cuffia, impugnando la scaletta che porta all’acqua della piscina, si prepara beata come tutte le nuotatrici del mondo in allenamento, ma quando la si vede intabarrata in un corto paletot chiaro e non dandy, assomiglia a quelle molte bambine inglesi trascinate in fila dalle loro mamme nei rifugi antiaerei, quando Londra veniva massacrata dai bombardieri della Luftwaffe. Pochi anni dopo quel 1936.

L’espressione «bambina prodigio» – hollywoodiana, inaugurata negli anni Trenta per l’imboccolata biondina Shirley Temple – può diventare più adulta quando la bambina cresce (e questo è normale) ma soprattutto quando il prodigio si sviluppa (come la statura, le braccia e le gambe) in un simbolo adulto. Buono anche per una guerra giusta, quando si gareggia per vivere e per degli ottimi valori.
In breve, è successo che Inge, quella «piccola amabile Inge» dell’anteguerra olimpionico (ormai la chiamavano tutti così, con la definizione cucitale addosso dalla star radiofonica danese Gunnar “Nu” Hansen, trasformata poi anche in canzone) diventasse uno dei marchi della resistenza danese contro i tedeschi che occupavano il Paese. E che la propaganda collaborazionista le contrapponesse la più nazi-friendly Ragnhild Tove Hveger. Altra nuotatrice, altra campionessa, già decorata a Berlino con un argento per i 400 metri stile libero e poi capace di stabilire 42 record del mondo tra il 1936 e il 1942. Anche altra età, aveva 16 anni nel 1936. Più normale, oltre che più devota a un’adolescenza ariana (c’è anche – purtroppo solo in danese – un vecchio, rarissimo video dove appaiono entrambe).

Poi, passata la tragedia e gli eroismi (la Danimarca è stato il Paese più antinazista, e più resistente, in proporzione a quanti erano i suoi cittadini), Inge avrebbe sorvolato: stabilmente espatriata (prima degli Stati Uniti, in Sudafrica e in Canada) andava a trovare l’altra, si vedevano, anche amichevolmente, o da sportive. Per almeno una ragione, avrà pensato di poterselo permettere: dai 12 anni in poi non era invecchiata. A quell’età, con lo scatto di una rana, una medaglia vinta, e un braccio non teso quando l’avevano premiata, era diventata per tutti la «piccola amabile Inge». E lo è rimasta.

Il quadro di questa settimana: Senza titolo, fotoallegoria di Sarolta Bán, 2007.

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