I Pirati non li fermate con i giudici

I Pirati non li fermate con i giudici

Un ristorante non dovrebbe mai giudicarsi dal numero di coperti ma ci sono luoghi dove la quantità è essenziale. Soprattutto se diventa una questione di vita o di morte, anche virtuale. The Pirate Bay (Tpb) ha raggiunto i cinque milioni di utenti registrati (ma la maggior parte degli accessi resta libera dal login). Per il più famoso e contestato sito di Bit torrent, si tratta di un traguardo eccezionale. I Pirati sono ancor vivi e godono di ottima salute, un incubo per l’industria dell’intrattenimento che ha cercato in tutti i modi di far chiudere il sito più volte (tra le varie società che hanno aperto controversie giudiziarie contro Tpb per violazione del copyright ci sono Microsoft, Apple, Dreamworks, Ea Games, Warner Bros, Columbia Pictures, Mgm, Emi, 20th Century Fox, Universal e Sony Bmg).

Pirate Bay funziona esattamente come Google, per i Pirati è stata addirittura una filosofia di vita, tanto che fin dagli inizi la loro forza era dichiarata con orgoglio. Sulla homepage compaiono ancora il numero di utenti collegati e di torrent attivi, aggiornato costantemente. Alla voce «legal threats» si possono leggere le risposte piccate alle minacce delle major. Anni fa bastava un controllo su WhoIs per scoprire che il sito non era anonimo o semiclandestino ma aveva un proprietario ben preciso, Fredrik Neij, con tanto di email e telefono. Il Piratbyran, il think thank svedese che ha creato Tpb, si è sciolto l’anno scorso, per aver raggiunto tutti gli obiettivi “programmati” nel 2003. Secondo le dichiarazioni di Peter Sunde, uno dei co-fondatori del sito, sembra che fin dal 2006 con le prime grane giudiziarie il sito sia stato venduto alla società offshore Reservella, ma non è chiaro chi sia ora alla guida del sito.

Nonostante tutto i Pirati della baia continuano ad espandersi e il jolly roger, il teschio bianco in campo nero con le tibie che si incrociano che campeggia sul battello logo, continua a sventolare. La loro difesa è semplice: The Pirate Bay non è altro che un indice che linka a risorse che già esistono online, per cui condannare i Pirati equivale a condannare il catalogo di una biblioteca invece dell’autore. Ma per la legge non è così, anche per quella italiana.

Infatti The Pirate Bay ufficialmente non è più raggiungibile dall’Italia per questioni legali dall’’8 febbraio 2010, ma l’ostacolo si può oltre aggirare passando dalla pagina http://piratebayitalia.com. Il rapporto dei Pirati con l’Italia è sempre stato burrascoso: nel 2008 il sito fu messo sotto sequestro per due mesi, caso unico al mondo. L’accusa era di violazione del diritto d’autore. Il gip di Bergamo chiese a tutti i provider italiani di impedire l’accesso al sito, iscrivendo nel registro degli indagati i quattro gestori. I Pirati risposero titolando sulla homepage: «Stato fascista censura Pirate Bay». Tornati online i Pirati sono passati dalla rabbia allo scherno: a Natale scorso, sempre in riferimento a un nuovo blocco italiano, sulla homepage è comparsa una lista di desiderata molto particolare: «Ciao sono Winston, system operator a The Pirate Bay e questa è la lista dei miei desideri per Natale: vorrei la parrucca di Berlusconi su di un piatto…».

Ma i Pirati hanno avuto vita difficile, persino in patria. Tre anni dopo la fondazione, nel maggio 2006 Tpb ha subito un blitz della polizia svedese. Un’operazione che ha portato solo pubblicità e solidarietà immediata: dopo tre mesi dall’intervento Tpb già contava un milione di utenti registrati. Poi è arrivato il processo dell’aprile 2009 con la condanna a un anno di carcere per i 4 fondatori: Fredrik Neij, (27 aprile 1978, alias TiAmo), Gottfrid Svartholm (17 ottobre 1984 alias anakata), e Peter Sunde, (13 settembre 1978, alias brokep), fondatori di Pirate Bay, e Carl Lundstrm, 48 anni, accusato di avere investito nel sito, e una multa di 2,7 milioni di euro per danni all’industria discografica, cinematografica e dei videogiochi.

A giugno dello stesso anno alle elezioni europee si scopre che la Baia è solo la punta dell’iceberg di un movimento più diffuso. Il Piratpartiet, il neo partito svedese che si batte per difendere gli interessi degli utenti del file sharing, ottiene il 7,1% dei voti e guadagna due seggi in Parlamento, nonostante il mancato endorsement di Sunde, che preferisce votare i Verdi. Alle politiche successive il Piratpartiet perde consensi e scende sotto la soglia minima. Dopo la prima condanna del 2009 il sito viene sospeso ma nel giro di 24 ore i Pirati riescono a rimetterlo in piedi mostrando sull’homepage agli utenti la foto di una t-shirt nera con la scritta irriverente: «Ho speso mesi di tempo e milioni di dollari per chiudere The Pirate Bay e tutto ciò che ho ottenuto è questa splendida t-shirt!». Poi è iniziato l’assalto delle aziende alla Baia, strozzata dal peso delle multe, e per un’estate intera è andato avanti il tormentone della vendita alla Global Gaming Factory X, ma l’affare non è mai andato in porto.

Il processo di appello si è concluso l’anno scorso con per i tre imputati: 8 mesi a Peter Sunde 10 mesi a F. Neij, 4 mesi a Lundstrom. Multa totale di circa 6,5 milioni di dollari americani. Il processo di appello per Svartholm avrà luogo in seguito per problemi di salute dell’imputato. L’ultima parola spetterà alla Corte Suprema svedese ed eventualmente alla Corte Europea di Giustizia.
Intanto la bandiera della Baia sventola ancora, fiera dei suoi 5 milioni di fedeli pirati.

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