“La fabbrica del falso“ di Vladimiro Giacché

“La fabbrica del falso“ di Vladimiro Giacché

Dalla menzogna non si sfugge, perché la menzogna è l’arte di questo sistema. Detto in modo meno elegante, è più o meno quello che sostiene l’ultimo libro di Vladimiro Giacché, filosofo che lavora nel settore finanziario e presidente della società editoriale del giornale online Lettera43.

La si potrebbe dire “un’analisi lucida e spietata”, se non si definisse in questo modo più o meno ogni saggio che pretende di picconare la società contemporanea. Sarebbe ingiusto, in effetti: questo libro non è l’ennesima litania sulla malvagità dei poteri mediatici, in grado di ingannare e condizionare l’individuo moderno. Questo libro è molto di più. È più sofisticato, approfondito, colto e intelligente. Insomma, più lucido e più spietato. Meglio allora guardare al titolo: La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea. Pubblicato da DeriveApprodi per la prima volta nel 2008, nel 2011 ha visto una seconda, aggiornata edizione, con un’introduzione fortemente ispirata dalla crisi economica. 

Diviso in tre parti, il saggio parte da lontano, cioè dalla superficie: le menzogne diffuse dalla politica. Poi ne considera le cause profonde, rintracciandole nel sistema sociale contemporaneo capitalistico. E si chiude, infine, con una proposta di resistenza. L’argomentazione è serrata, arricchita da riferimenti precisi e sicuri, cavalca l’amore per la parola, vista come unica chiave per difendersi dalle imposture. Si spiega come Bush sia riuscito a convincere gli americani che Saddam fosse alleato di Al Qaeda, o come la Russia post stalinista sia percepita come un totalitarismo. Se il senso delle parole (e delle cose) viene cambiato, modificato, alterato senza posa, l’unico lavoro di resistenza critica è individuare gli abusi linguistici. Altrimenti aprono ad abusi concettuali, e si traducono in veri e propri crimini. È il caso, spiega, della “guerra umanitaria” vero e proprio ossimoro che permette alla coscienza occidentale di accettare una guerra reale infiocchettata da operazione di pace: la parola “umanitaria” rende tollerabili, anzi giuste, le violenze.

Le prime pagine sono una fenomenologia della bugia: così, seguendo il filo del senso delle parole, si possono scoprire veri e propri ribaltamenti della realtà.
Il libro diventa una critica della retorica contemporanea, intesa come arma di ammaestramento di massa. Si attacca allora l’uso (e l’abuso) di termini come “democrazia”, “sicurezza”, e “mercato”, vere e proprie hurrah word che mettono a tacere ogni ragionamento critico. Accade così che le democrazie diventino meno democratiche in nome della democrazia, che la sicurezza si restringa alla sola accezione poliziesca e militare, che il mercato assurga a criterio indiscutibile e imprescindibile per ogni scelta economica e politica. A ben guardare, spiega Giacché, il mercato altro non sarebbe che un travestimento verbale: capitalismo è la parola giusta, ma ci si vergogna a dirla. E questo è il cuore, il tema portante della trattazione. «Le radici del falso», dice, «affondano nel sistema sociale ed economico capitalista». Non a caso, di tutti i conflitti, solo quello di classe è sparito.

Qui l’analisi assume un senso profondo: non si limita a criticare l’abuso linguistico del potere, ma spiega (o cerca di spiegarne) le ragioni. Dominato dalla «verità della merce», il mondo ha eliminato la categoria del lavoratore, a beneficio di quella del consumatore. Si vive in funzione della merce: di conseguenza, il soggetto entra in crisi, e così la politica, che avrebbe la funzione di occuparsi del soggetto. A prevalere è l’economia, che ha buon gioco a imporre le sue regole e valori. E tra queste vi è, per necessità, la menzogna. Bush, Blair e Berlusconi sono l’esito di questo processo: «la falsità è ovvia perché si vuole risolvere i problemi tenendo ben fermo ciò che li causa». Ad esempio, non si può risolvere il problema della disuguaglianza del mondo, se non si elimina il meccanismo che la crea. Che sarebbe, per Giacché, l’economia di mercato, alias il capitalismo.

Le nota con cui si chiude, però, non è mesta. La terza parte del saggio propone un vademecum per difendersi dagli abusi, per smascherare le falsità, «per contendere ai poteri dominanti le parole di cui si sono impossessati». Sono spiragli di cui si deve approfittare: una guerriglia che colpisce nei punti deboli, come i lapsus dei politici, gli eufemismi troppo deboli, le contraddizioni, gli smascheramenti. Alla base di tutto, sta la conoscenza della storia, insiste Giacché, ma, ancora prima, la coscienza di un futuro diverso. Ecco, il senso è qui: secondo l’autore, per difendersi dalle menzogne e cambiare il mondo, si può solo cominciare da un atto di rivolta, di emancipazione del soggetto, che parte «dalla fiducia nella possibilità di costruirsi un avvenire degno di questo nome». 

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