Se ne sono andati

Se ne sono andati

Zhou Haiying

(27 Settembre 1929 – 7 Aprile 2011)

Di Shanghai, già laureato in Fisica all’Università di Pechino, e tecnico, molto esperto, in trasmissioni radiofoniche. Oltre che membro del Partito comunista, dirigente di primo livello dell’Ente di Stato per le telecomunicazioni, e appassionato fotografo nei resti del tempo. È morto nell’ospedale della capitale cinese per complicazioni cardiovascolari. Aveva 81 anni e sette mesi scarsi. E due figli – un uomo e una donna – che vivono, rispettivamente, a Taiwan e in Giappone.

Figlio unico, suo padre aveva scelto di chiamarlo Haiying, mettendo insieme il termine bebè («ying»), e la chiusura di Shanghai («hai»). Zhou era, ed è, il cognome. Sempre suo padre – Zhou Shuren – era morto nel 1936, di tubercolosi, quando il bambino aveva sette anni. La madre si chiamava Xu Guangping. Nel 1948 (un anno prima del trionfo di Mao), madre e figlio si erano spostati all’estero, nella molto cino-inglese Hong Kong, per poi rientrare, prima a Shenyang – provincia di Liaoning – e infine, stabili, a Pechino. Ma i ritorni, le puntate, a Shanghai erano costanti e non brevi.
Proprio a Shanghai, per ricordare Haiying, un potente funzionario culturale, il signor Wang Xirong, ne ha buttato lì un ritratto istantaneo: «Per me assomigliava molto a suo padre, per come si presentava, nel tono della voce, e per la filosofia di vita e la personalità che lo caratterizzavano». Un complimento necrologico indiretto e riassicurato su un marchio familiare che, secondo lui, continuava a stamparsi. Si usa molto, dappertutto, questo genere di apprezzamento. Solo che, in genere, viene tributato a un figlio o a una figlia vivi in memoria di un loro genitore appena trapassato. Per accertare, in fondo, come una certa fisionomia familiare possa tramandarsi, quasi immortale, anche de visu. Ma, senza dirlo, anche con tutti i pesi derivati.

Haiying si è visto arrivare quel complimento da morto (ma chissà quante volte se l’è sentito ripetere quando era in piena forma), come il riassunto di un destino: 81 anni vissuti in un regime di costante attenuazione di se stesso. Un po’, probabilmente, per quello che faceva – radio e comunicazione in un Paese tacitante come quello – ma, all’origine, per il padre che ha avuto e che, soprattutto dopo la morte semiprematura (55 anni), non ha mai mollato la presa. Di suo padre si parla come del «gigante» e del «fondatore» della letteratura cinese del Novecento (così scrivono le enciclopedie). E Shanghai, dove è sepolto, gli ha dedicato un parco e un museo. Quest’ultimo, diretto proprio dal signor Wang Xirong (che deve essere, evidententemente, molto vecchio per ricordarsi, così certo negli accostamenti, delle fattezze e del tono vocale di quel padre…).

Lu Xun (1881-1936) – stabile nome d’arte di Zhou Shuren, «il papà» – è stato uno dei nuclei delle incrociate rivoluzioni cinesi del secolo scorso. Il linguaggio parlato («bahiua») che entrava nella scrittura alta, la diffusione della cultura attraverso riviste fondate ex novo, scoperte e traduzioni di grandi autori occidentali (Byron, Shelley, Heine, Lermontov, Gorki, Petőfi) e giapponesi, e di artisti come Käthe Kollwitz e George Grosz, e della psicoanalisi. E poi l’impegno personale, politico e critico sempre più eterodossi, di controvalori. Lu Xun si è battuto, in primissimo piano, contro «l’antichità» della Cina tradizionale e confuciana, contro la medicina tradizionale composta essenzialmente da «scrocconi», contro l’imperialismo straniero, contro il potere nazionalista del Kuomintang. E per le unioni di fatto, l’emancipazione femminile, i diritti dell’uomo. Creatore della Lega cinese degli scrittori di sinistra, ha spesso polemizzato «da sinistra» col Partito comunista, come un compagno di cammino esigente e mai, lui stesso, comunista (nel 1927, aveva anche insegnato lingua e letteratura cinesi all’Università del lavoro di Shanghai, dove i valori e l’ispirazione di base erano anarchici). Ha scritto circa ottocento opere (fra racconti, poesia, e saggi), e nei tardi anni Trenta, Mao ne trafugherà la memoria più che libertaria, irreggimentandola in questa forma: «Lu Xun è un saggio di prima importanza, e il comandante in capo della rivoluzione culturale cinese».

Con un padre di queste proporzioni – nazionale e immortale – cosa può fare un figlio – unico oltre a tutto – per riprenderne delle misure più sobrie, o intime? Scriverne, come in una sorta di autoanalisi alla portata di tutti (o almeno di tutti i figli attenuati da quella stessa sorte), e fare una serie di donazioni, di memorabilia familiari. È quello che Hiyiang, il «bebè di Shangai», ha fatto abbastanza tardi, coi suoi tempi psicologici, ma con una certa naturalezza.
L’unico libro sul tema My 70 years with Lu Xun è uscito, con un buon successo, nel 2001. Un altro, di fotografie, dove Hiyiang, molto più giovane, rusciva a esporre sostanzialmente se stesso e come vedeva, lui, il mondo, è del 1960 e si chiama The World in a Mirror Box. Mentre il Museo Lu Xun di Shanghai e il suo direttore – sempre il signor Wang – hanno potuto dare qualche surplus di informazione e fare una promessa, anche se in termini un po’ mandarini: «Zhou Hiyiang era una persona sincera, vitale e gentile che ci ha donato una quantità di ricordi di famiglia. Per lui, in un prossimo futuro, il museo si impegna ad appoggiare una serie di “eventi” commemorativi».

Molly Tuby 

(27 marzo 1917- aprile 2011)

Psicanalista inglese di origine alessandrina. Cioè di Alessandria d’Egitto, dov’era nata 94 anni fa. È morta a Londra, senza lasciare mariti, figli, o parenti prossimi. Ma tutt’altro che sola, o solitaria. E dopo una vita continuamente variata, e da cosmopolita. E con una caratteristica: fra le analiste e gli analisti junghiani d’Inghilterra, era l’ultima ad aver conosciuto bene Carl Gustav Jung.

Riferito a questa signora intelligente e comunicativa, capace di ricrearsi perfezionando se stessa nei luoghi e nei frangenti più diversi, il termine «cosmopolita» riprende il suo significato più esatto. Cittadina dell’universo (cosmo), prima che del mondo. Se si intende per universo anche la vita interiore e i suoi passaggi, le sue domande, i suoi momenti di vuoto, e le sue riconquiste di energia.
Alessandria, in Egitto, e il tipo di ambiente dov’era nata e diventata grande, e il periodo d’anteguerra, e il clima complessivo di quella città consacrato dalle foto, dalla letteratura, dalla memoria babelica dove tutti si intendevano in più lingue (francese, inglese, greco, arabo, italiano, armeno), erano tante basi archetipiche per restare cosmici, sempre. La famiglia di Molly era ebraica, coltivata, affettuosa, senza pensieri economici, pluriglotta, e dove si amava la musica.
Come spesso succede, la storia e i casi della vita privata, incrociandosi, possono dare una direzione imprevista e dispettosa a un tipo di partenza così solida e particolare. In quasi un ventennio, dalla metà degli anni Trenta al 1952, la rotta di Molly Tuby si è ritracciata per colpa e grazie a un matrimonio breve, alla guerra, e a Gamal Abd el-Nasser.

Dopo la fine di quel matrimonio, era a Zurigo, per provare una terapia del profondo. Fortunata nel trovare in Jolande Jacobi un’analista che le faceva elaborare le crisi di panico in passione, vera, per la terapia stessa. Senza ancora immaginarsi, almeno consciamente, nel mestiere, seguiva i corsi dell’Istituto Jung, e prima di lasciare la città, una colazione e un complimento, al momento del dessert, le davano una prospettiva. L’avevano invitata due terapeute di prima bravura, e fama, Marie–Louise von Franz e Barbara Hannah. Le avevano detto: «Sei una dei nostri». Delle nostre, in quella specifica occasione.
Nell’Alessandria della Guerra mondiale – avamposto inglese in pericolo per l’avanzata dell’Afrika Korps di Rommel – Molly si dava da fare come infermiera volontaria negli ospedali pieni di soldati che arrivavano, feriti, dal Maghreb. Una decina d’anni dopo, nella stessa sua città, conquistata, insieme all’intero Egitto, dal golpe nazionalista e panarabo del colonnello Nasser, diventava un’ebrea nemica, ricca, coltivata, cosmopolita, da cacciare, previa confisca di ogni bene.
Da profuga, a Londra, insieme ai suoi genitori, il ventaglio delle sue qualità tipiche e archetipiche si sarebbe aperto come la coda di un pavone non narciso. Per mantenere sé e i suoi, dava lezioni di francese, faceva ricerche di mercato, e, ancora oggi, al Foreign Office, qualcuno ricorda come era capace di intrattenere una fila di diplomatici dei Paesi africani, appena indipendenti, e ancora poco cittadini del mondo.

Nel suo specifico mestiere, nella meta intravista in quegli anni Trenta, i passaggi sono stati questi. L’Associazione analitica junghiana, impressionata dalla sottigliezza dei suoi modi e del suo acume, le mandava ogni tanto dei pazienti particolarmente difficili per far loro imparare, come forma di terapia aggiuntiva, a cucinare. E lei cucinava benissimo. Poi, gradualmente, Molly Tuby imparava, autorizzata, a esercitare direttamente la terapia. Al diploma dell’Associazione, è seguita un’affermazione personale e definitiva. Molly ha creato, fra l’altro, una rivista (Harvest), e fondato, insieme ad altri, il Sesame drama, un gruppo e una forma di terapia d’appoggio per le mogli o le promesse spose dei rabbini. Ed è stata anche l’animatrice di un altro gruppo interreligioso ebraico–musulmano.
È stata infine ricordata per come riusciva a imprimere un clima personale, tanto al setting analitico, quanto a deliziosi tea parties nel suo appartamento di Chelsea. Con molti cibi egiziani. E nella sua biografia sul sito della Guild of pastoral psychology di cui a lungo fu membro, scriveva, esclamativa: «Ha cucinato anche per Carl Gustav Jung!».

Walter Breuning

(21 Settembre 1896 – 14 Aprile 2011)

Cittadino americano di Melrose, Minnesota, è morto all’ospedale di Great Falls, Montana. Con naturalezza. Aveva 114 anni e 205 giorni.

Per oltre mezzo secolo, fino ai 66 anni (1962, presidenza John Fitzgerald Kennedy, democratico), un lavoro uguale, certo, nelle ferrovie Nord degli Stati Uniti: la Great Northern Railway.
La Grande Guerra (1917, presidente Thomas Woodrow Wilson, democratico) evitata: nonostante avesse fatto la firma – aveva 21 anni – non era stato arruolato. La Seconda (1941, presidenza Franklin Delano Roosevelt, democratico), impossibile parteciparvi: 45 anni, troppo adulto. Malattie preoccupanti, una, a 64 anni (1960, sempre presidente John Fitzgerald Kennedy): cancro al colon. Problema risolto con un trattamento intensivo ma non distruttivo. Incidente motorio, uno solo, a 108 anni (2004, presidenza George Walker Bush, repubblicano): frattura dell’anca. Con otto giorni d’ospedale, e 21 di riabilitazione, di nuovo in piedi, come prima. Matrimonio, unico, senza figli: con la signorina Agnes Twokey, impiegata al telegrafo di Butte, Montana (quinta città, per grandezza, di quello Stato). Trentacinque anni di unione, dal 1922 (presidente Warren Gamaliel Harding, repubblicano) al 1957 (presidenza Dwight David Eisenhower, repubblicano), l’anno della morte di Agnes. Considerazione successiva di Walter: «I secondi matrimoni non funzionano mai. Ma oggi anche i primi fanno la stessa fine». Non precisata la data della frase. Periodo presumibilmente compreso fra le due presidenze (1963–1969) di Lyndon Baines Johnson, democratico, e le altre due (1980–1988) di Ronald Wilson Reagan, repubblicano. Abitudine, controllata, al fumo. Di sigari. Interrotta nel 1999 (presidente William Jefferson Clinton, democratico). Simpatie, o adesioni manifeste: alla Loggia massonica di rito scozzese, numero 33. Ricordo d’infanzia: il giorno del primo taglio dei capelli, 6 settembre 1901. Lo stesso in cui il presidente, repubblicano, William McKinley Jr. (all’inizio del suo secondo mandato) veniva assassinato con due colpi di pistola al petto dall’anarchico polacco Leon Czolgosz. A Buffalo, Stato di New York.
Consuntivo finale, in un concetto, rilasciato all’Associated Press, durante un’intervista (recente, presidenza Barack Hussein Obama, democratico): «Never be afraid to die. Because you’re born to die».

Il quadro di questa settimana: «Creators of the World», del pittore ucraino Petro Sypniak, olio su tela.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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