Facebook e Twitter si mobilitano per la blogger Amina

Facebook e Twitter si mobilitano per la blogger Amina

Nell’ultima pagina del suo diario, “A Gay Girl in Damascus”, Amina aveva postato una sua poesia, the bird flies free, knowing no boundaries, gli uccelli volano liberi senza confini. A Damasco erano le quattro del pomeriggio di lunedì scorso. Amina Abdallah Araf chiude il suo blog, spegne il pc e esce di casa. Ha un appuntamento alla fermata dell’autobus con una persona che lavora nel comitato locale del quartiere di Abbasid nella capitale siriana. Arrivata all’appuntamento con un’amica, Amina riconosce la persona, si salutano, iniziano a conversare. Passano pochi minuti quando tre uomini si avvicinano a lei; la strattonano, lei cerca di reagire ma – secondo la testimonianza dell’amica che ha preferito rimanere anonima – non riesce a scappare, anche perché i tre sono armati. “Corri da mio padre” riesce appena ad urlare mentre uno le copre con forza la bocca con la mano e la spinge dentro una macchina rossa, una Dacia Logan.

L’amica di Amina non riesce a prendere la targa ma nota su uno dei finestrini un adesivo con il ritratto di Basel Assad, fratello dell’attuale presidente siriano Bashar al-Assad, la cui ascesa alla presidenza fu interrotta da un incidente automobilistico nel 1994 in cui perse la vita. La testimone corre a casa di Amina e racconta tutto.

Non c’è tempo da perdere e Rania, la cugina di Amina, accende il pc, entra nel blog, inizia a scrivere, Cari amici di Amina… e racconta il fatto. Da quel momento la notizia rimbalza su centinaia di blog che in poche ore diventano migliaia. Su Facebook è stata creata la pagina “Free Amina Araf” e su Twitter per essere aggiornati dovete digitare #FreeAmina. Il quotidiano inglese Guardian, tra i primi siti di informazione a raccontare del blog e della storia personale di questa ragazza per metà araba e per metà americana, tempo fa l’aveva intervistata. «Prima o poi riusciremo ad abbattere il regime. La Siria che ho sempre sognato è qui, stava solo dormendo ma ora si è svegliata».

Dichiarazioni schiette e audaci di una ragazza che però non si accontenta di denunciare le repressioni, la violenza e la dittatura del regime di Bashar. Non teme il carcere dove sono rinchiuse da metà marzo ad oggi oltre 10mila persone – tra cui molti blogger – colpevoli di essere scese in piazza per protestare. Amina vuole essere sfacciata fino in fondo, scuotere e prendere a schiaffi quel sistema lì “che deve cadere, c-a-d-e-r-e al più presto”, ripete i primi di giugno.

Decide così di dichiarare apertamente la propria omosessualità in un paese in cui essere gay è considerato un oltraggio all’ordine pubblico, si rischiano mille e uno pericoli e il primo è proprio quello di scomparire nel nulla in un pomeriggio alla luce del sole, senza far più ritorno. Amina lo sa, è chiaro che lo sa. E se non l’avesse saputo, ci sono i messaggeri del regime che con zelo prima te lo ricordano prima, poi passano all’azione. Nell’aprile scorso, un gruppo di poliziotti le fa visita minacciando di violentarla. La accusano anche di essere in combutta con i salafiti, una formazione minoritaria ma estremista che s’ispira a una tradizione radicale dell’Islam.

Grazie all’intervento del padre, Amina si salva e la sera festeggia con i suoi ammiratori sul blog. «Questa notte celebriamo una piccola vittoria, torneranno o forse no», scrive. Ma all’inizio di maggio una seconda “visita” delle forze dell’ordine siriane la costringe a scappare e a cambiare di continuo nascondiglio. Non si spaventa, però. A tenerla compagnia è un gruppo ristrettissimo e fidato di amici e il suo diario su cui non smette di raccontare la sua vita, la sua complessità. «Sono molte cose, araba, siriana, gay, musulmana, americana, alta e troppo magra…».

In queste ultime ore, al posto di Amina, seduta al tavolo davanti al computer c’è la cugina Rania che aggiorna il blog. «Pensiamo che venga liberata presto. Se l’avessero voluta uccidere l’avrebbero già fatto. Ma continuiamo a pregare». Insciallah. 

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