Aruba cade di nuovo, ma come funziona il mercato dei server?

Aruba cade di nuovo, ma come funziona il mercato dei server?

L’account di Twitter di Aruba è fermo al 29 giugno. Due mesi prima, i l 29 aprile, un incendio alle batterie aveva fatto “cadere” i server di Aruba, e sul web era diventata subito una notizia, anche perchè si tratta della prima compagnia italiana. Oggi è successo di nuovo e le hashtag #aruba #down sono fra i trending topic di Twitter in Italia. Gli utenti si chiedono nuovamente che cosa stia succedendo: «Che poi, si sa cosa gli è successo, in poche parole?», «#aruba in down….ancora», «#Aruba down due volte in un anno. E pare che non ci sia due senza tre», fino a commenti più impietosi.

Intanto su Twitter è spuntato il link di una copiacache di un comunicato di Aruba. Uscito mercoledì 29 giugno, si legge «nella notte tra il 06 e il 07 Luglio 2011 è previsto un intervento di aggiornamento di Aruba. L’intervento potrebbe determinare l’irraggiungibilità dei siti Aruba e momentaee interruzioni della disponibilità dei Pannelli di Controllo relativi ai vari servizi», e si chiude con le scuse di rito.

L’incendio di due mesi fa aveva coinvolto «le batterie degli UPS senza intaccare le sale dati», lasciando offline centinaia di migliaia di siti, caselle di posta certificata (la Pec) e clienti. La funzione delle batterie è quella di intervenire nel momento in cui viene a mancare la fornitura elettrica, prima che entri in funzione il generatore di emergenza. Aruba controlla quasi mezzo milione di siti .com, .net, .org e nel mercato dei gestori di domini in Italia è prima con oltre un milione e mezzo di domini.

Chi c’è dietro ai nostri siti, domini e blog? Sono società e operatori che hanno accompagnato l’evoluzione della rete in Italia. Dibattito (infinito) sulla banda larga a parte, è più che rilevante pensare a come funziona chi garantisce alla rete dei siti italiani di funzionare. Antonio Baldassarra, amministatore delegato di Seeweb e presidente di AHR, Associazione Hosting Registars, la portavoce del mondo dei domini e del web italiano, racconta del mercato di quindici anni fa. «Per avere un dominio ci voleva un milione di lire l’anno. Oggi, un sito paragonabile, arriva a costare 10 euro».

Si tratta di un cambiamento epocale, per operatori e clienti. In Italia, secondo Baldassarra «la leva del prezzo ha funzionato più che altrove», infatti il driver principale del mercato in Italia è stato quello della “poca spesa, tanta resa”. E, se per Stefano Bellasio, di Hostingtalk.it, «abbiamo strutture di alto livello che garantiscono standard elevati», quello che è successo ad Aruba ha avuto un riverbero molto forte. Sulla rete si è parlato molto dell’incendio, dei tempi di reazione e trasparenza dell’azienda. Da parte sua Aruba ha scritto: «un corto circuito avvenuto all’interno degli armadi batterie a servizio dei sistemi Ups della Server Farm aretina di Aruba ha causato un principio di incendio». E ancora: «I tecnici della società Eaton, fornitrice dei gruppi Ups, delle relative batterie e del servizio di manutenzione stanno svolgendo le indagini necessarie ad individuare l’esatta causa del guasto».

«Un soggetto certo al 100% non esiste». Lo sostiene Dino Bortolotto, presidente di Assoprovider e operatore del settore, per cui «la tutela si raggiunge con la replicabilità». Il principio dovrebbe essere quello di duplicare più elementi, aumentando la ridondanza. Esiste anche il criterio della dispersione geografica», ovvero duplicare le strutture a distanza di chilometri. Di certo c’è che le batterie sono una componente importante di un sistema complesso come quello dei server, «uno dei grossi problemi degli ultimi anni è stato il consumo di energia, che somma quanta energia consumano le macchine e quanta energia serve per raffreddare le macchine, cioè per il condizionamento».

La situazione è diversa rispetto ad anni fa, anche nel numero delle server farm. Per Bortolotto, «quasi tutti quanti noi, quando siamo partiti nei lontani anni ’90, abbiamo aperto delle server farm. Alcuni poi le hanno ingrandite, altri invece hanno iniziato ad utilizzare quelle più grandi». Non esiste un dato pubblico delle server farm in Italia, «anche perché non fa parte delle informazioni che un operatore deve rilasciare per ottenere l’approvazione del Codice della Comunicazione Elettroniche». Il testo, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 16 settembre 2003, non richiede autorizzazioni per chi è attivo nel mercato dell’hosting. Dal ministero delle attività produttive rispondono che esiste il Registro Operatori di Comunicazione, che però raccoglie non solo gli operatori di rete, ma anche fornitori di servizi audiovisivi o radiofonici, di radiodiffusione, concessionarie di pubblicità, imprese di produzione o distribuzione di programmi radiotelevisivi, agenzie stampa, editori di giornali, editoria elettronica e, a fine elenco, «imprese fornitrici di servizi di comunicazione elettronica».

Di certo c’è che le server farm sopra i mille metri quadri, cioè abbastanza “grandi”, sono più di una decina, contando anche quelle delle telco, le compagnie di telecomunicazioni. Registro o meno, questo è un mondo dove «la percezione dell’utente è sostanzialmente nulla». A dirlo è Stefano Zanero, ricercatore del dipartimento di elettronica e informazione del Politecnico di Milano. Zanero guarda anche al mondo delle infrastrutture e delle imprese. «L’infrastruttura di base italiana non ha criticità enormi, sconta i classici ritardi del nostro paese. Vedo delle criticità nel modo in cui si costruiscono le proprie infrastrutture aziendali. Non è la la rete come velocità il collo di bottiglia, ma si tratta di un collo di bottiglia culturale: l’informatica aziendale è quasi una prolungamento dell’informatica per consumatori». Per Zanero, che oltre alla ricerca è fondatore della Secure Network che si occupa di sicurezza, «ci sono due strade: o le aziende italiane iniziano ad investire seriamente sull’ICT oppure dall’altra parte c’è un futuro dove si useranno caselle Gmail, Facebook e ci si collega alla rete con una chiavetta portatile». È evidente che se la rete è una parte fondamentale del proprio business, richiede investimenti pari alla propria importanza. E non una corsa al risparmio.

Se è vero che vi sono servizi dedicati a chi ha esigenze particolari, è anche vero che anche questi, nel caso di Aruba, sono andati offline. «Ovviamente si deve dire che qualcosa è andato storto: il sistema non avrebbe dovuto imporre lo spegnimento di tutto il data center, e la stessa Aruba si sta attrezzando per disporre la sala Ups e le batterie al di fuori della struttura principale del data center». Questo secondo Stefano Bellasio di Hostingtalk.it.

Al di là di quello che è andato storto delle class action che erano state annunciate da alcune associazioni di consumatori come il Codacons, l’effetto sul mercato sarà tutto da valutare. Difficilmente ci saranno grandi spostamenti di clienti. Baldassarra, di AHR, Associazione Hosting Registars, dice che «sono risibili gli spostamenti all’’interno dello stesso vendor dopo un evento traumatico o anche verso altri soggetti del mercato». In altre parole in caso di disservizio ci si lamenta senza cambiare né tipo di contratto, scegliendo uno più oneroso e con maggiori garanzie, né si cambia operatore.

A guardare oltreoceano, anche Amazon ha avuto dei problemi ai server che gestisce. Ironicamente, l’azienda ha fatto uscire un comunicato lo stesso giorno di Aruba, scusandosi per i problemi, che avevano avuto effetti su siti come Foursquare, HootSuite, Reddit e Quora. Aruba invece, con un comunicato e via mail, ha contattato i propri clienti. L’azienda, dopo l’incendio, ha annunciato un’iniziativa dedicata ai clienti «per ringraziarli della loro scelta e fiducia». Il gruppo pare invece aver iniziato ad usare il proprio account Twitter, aperto sull’onda dell’emergenza, mentre  continua a pubblicizzare i propri servizi, ora anche in televisione. Una strategia di marketing aggressiva, che finora ha pagato in termini di numeri. Lo sviluppo del mercato dei servizi di hosting dipenderà non solo dalla banda, ma anche da quanto si sarà disposti a spendere per il proprio sito.

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