Se Ascot ha i cappelli Bayreuth ha le regie

Se Ascot ha i cappelli Bayreuth ha le regie

BAYREUTH – Dopo tanta retorica – per quanto utile, senza dubbio – sulla necessità di liberare la musica d’arte dai suoi riti più stantii per aprirla a pubblici giovani e generalisti, trovarsi il 25 luglio al Tannhäuser inaugurale della 100° edizione del festival di Bayreuth è stata una boccata d’aria fresca. Qui il rito, architettato nei dettagli dal fondatore, è vigente e operante: chi varca la soglia del Festspielhaus ha prenotato con anni d’anticipo, ha consumato la carta di credito, si è vestito quanto meglio poteva (certo, in Baviera non è sempre granché) e occupa beato per ore la sua infernale poltroncina senza braccioli, disposto a morire soffocato piuttosto che lasciarsi scappare un colpo di tosse.

Qui non si fa nulla per far conoscere Wagner: ci si viene perché Wagner si pretende di conoscerlo già e si vuole soltanto goderselo, con orgoglio e senso di appartenenza. A fare passerella all’ingresso ci sono Angela Merkel in giacca scarlatta, il ministro degli interni Friedrich con Jean-Claude Trichet e il ministro degli esteri Westerwelle con il suo compagno belloccio, tutti un po’ oscurati da Edmund Stoiber, genius loci e padre nobile della Csu, fotografatissimo con la moglie.

E se Ascot ha i cappelli, Bayreuth ha le regie: non più scandalose ma lambiccate, sorprendenti, bizzarre. Il Regietheater (per gli italiani “teatro di regia”, per gli americani “eurotrash”) ha qui una delle sue roccheforti. Il pubblico più tradizionale d’Europa vuole messe in scena innovative, e in fondo non c’è niente di strano: venire a Bayreuth a raccontare anora una volta la trama di Tannhäuser sembrerebbe offensivo. Qui tutti danno per scontato che il sistema simbolico disegnato da Wagner sia, non meno di quelli firmati Platone o Shakespeare, un fattore costitutivo del mondo che ancora abitiamo, ed è in questi termini che vogliono sentirne parlare: belle o brutte, giuste o sbagliate, le regie devono usare Wagner per aiutarci a capire noi stessi, oggi. È un’idea molto wagneriana: se potessimo chiedere al vecchio volpone se la sua musica parla anche della crisi dell’Euro o del matrimonio tra William e Kate ci risponderebbe probabilmente di sì.

Camilla Nylund (Elisabeth) e Michael Nagy (Wolfram)

Questo non significa che anything goes: e infatti il pubblico dell’inaugurazione ha accolto tempestosamente la regia a sfondo ecologista del quarantenne Sebastian Baumgarten e le scene di Joep van Lieshout, artista e designer olandese tra i più citati e premiati (www.ateliervanlieshout.com, in Italia gli ha recentemente dedicato una Mostra Gio Marconi). Stabilito che in Tannhauser è rappresentato un conflitto tra materia – dionisiaca, individualistica – e forma – apollinea, sociale – in cui nessuno dei due elementi può prevalere perché ciascuno si sostanzia dell’altro, Baumgarten e van Lieshout costruiscono un’installazione che mette l’umano al servizio di un sistema tecnocratico in cui materia e attività sono parte dello stesso ciclo: gli escrementi vengono processati per produrre l’energia che sostiene l’intera organizzazione sociale.

La scena, molto funzionale e molto elegante, è arricchita da video un po’ didascalici che commentano lo svolgersi dell’azione. Il problema è il moltiplicarsi dei piani e dei materiali che impedisce allo spettacolo di mantenere un livello omogeneo: se la recitazione è spesso generica (e l’ironia non basta a mascherare l’approssimazione), i mimi vestiti da Paese delle Scimmie o da grilli alla Hyeronimus Bosch sono inguardabili.

Una scena del Tannhäuser

Tra tante ingenuità e inciampi resta una regia in cui l’artista interviene nel cuore della drammaturgia invece di essere relegato al tradizionale ruolo di scenografo. Una scelta voluta e difesa dalla trentatreenne Katharina Wagner, che guida il festival insieme alla sorellastra Eva, e destinata a imprimersi nella memoria più della diligente direzione di Thomas Hengelbrock (qualche fischio anche per lui) e della rispettabile compagnia di canto in cui si distingueva, assai applaudito, il Wolfram di Michael Nagy.

Un’altra scena del Tannhäuser

L’opera d’arte totale di domani chiederà forse al suo pubblico di frequentare Biennali e Documenta. E la musica cosiddetta classica potrebbe forse ricostruire riti e appartenenze senza diluire il suo tasso di complessità per piacere a tutti ma affrontando la difficoltà e il rischio di imparare i linguaggi del presente.  

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