1991, quando gli albanesi cercarono l’America in Italia

1991, quando gli albanesi cercarono l’America in Italia

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Era l’8 agosto 1991, quando, con lentezza, la nave Vlora («Valona», in albanese) si inoltrava nel porto di Bari. Portava con sé oltre 20.000 albanesi, stipati all’inverosimile. Quel giorno divenne un momento storico per la città. Anche se già da tempo l’Italia era meta di sbarchi di immigrati, le dimensioni, i numeri di quel giorno furono impressionanti. E le immagini della Vlora si fissano nella memoria, fino a diventare un simbolo. La nave «somigliava a un rudere, completamente ricoperta di uomini e di donne», dice Mimmo Lattanzi, allora a capo dell’MBP VF 210, dei Vigili del Fuoco di Bari, che racconta la sua testimonianza sulla pagina Facebook 1991-2011, il tuo ricordo della Vlora aperta dal Comune di Bari per commemorare quei giorni. Non è l’unico a lasciare le sue impressioni. Valeria ricorda come «moltissime aziende pugliesi fecero donazioni, anche ingenti di materiali», ma quello che più la colpi fu che «tutti parlavano e capivano benissimo l’italiano, e vedevano l’Italia per come la nostra televisione la rappresentava». Mentre per Marijo «l’immagine più forte è una: tutti questi uomini (in prevalenza erano uomini) magri e vestiti anni Settanta davanti alle vetrine dei supermercati che guardavano strabiliati le cose da mangiare con la paura di entrare».

L’incontro, la sorpresa, ma non solo. La gara di solidarietà. C’è chi ricorda di aver dato ospitalità a famiglie albanesi, «che ora sono a New York», chi racconta la corsa a fornire cibo, vestiti, acqua. Chi invece il soccorso dei medici, il viavai delle ambulanze, gli spruzzi di acqua con l’idrante, il parto di due donne in ospedale e l’incontro con gli altri figli, ritrovati nel porto. Juan era piccolo, aveva sei anni. Suo padre era medico, e tutto il giorno era impegnato nelle cure d’emergenza, ma «tornava a casa felice». Lui, invece, al porto, giocò a pallone con dei bambini. E Monica, anche lei all’epoca giovanissima, regalò a un bambino suo coetaneo una pescanoce, e non dimenticherà mai «che la divorò in tre bocconi, e mangiò anche il nocciolo, masticandolo fino a quasi rompersi i denti». Frammenti e ricordi, dove si può vedere ancora vivo lo choc dell’evento, il senso dell’emergenza e l’orgoglio per la solidarietà dimostrata. Tra tutto, spicca l’elogio per il Sindaco degli albanesi, Enrico Dalfino, sulle cui spalle «però l’umanità di quel gesto di solidarietà» e «che si assunse tutte le responsabilità politiche, attirandosi veementi accuse dagli uomini più potenti del tempo, compreso il Presidente della Repubblica, resistendo con coraggio. Grazie a lui Bari ha potuto realizzare tanti sogni e non rendersi complice di una strage», spiega Alessandro.

Perché quei giorni hanno anche tante pieghe meno luminose. La difficoltà della gestione dei soccorsi doveva fare i conti con la ferma politica dei rimpatrio immediato. L’ordine, da Roma, era di trattenere i profughi nel porto e farli rientrare al più presto in Albania. Una cosa impossibile. La decisione fu di trasferirne una parte nello stadio Della Vittoria, in attesa di organizzare il rientro. La ribellione degli albanesi, per nulla intenzionati a tornare, creò un movimento di resistenza, che portò a un vero e proprio assedio dello stadio. Fu un braccio di ferro tra profughi e autorità, che avevano il compito di controllare che dallo stadio non uscisse nessuno e, al tempo stesso, di fornire acqua e cibo alle persone all’interno. Ma non era l’unico scontro: Dalfino entrò in polemica con il governo. La sua richiesta di utilizzare l’esercito per montare, accanto al Della Vittoria, un accampamento di soccorso, venne negata. La collaborazione, da Roma, era intermittente. L’impasse e la lentezza delle misure per il rimpatrio provocarono episodi di violenza, sassaiole e, nel porto, il saccheggio di una nave maltese. Lo stallo si risolse, alla fine, con l’inganno. I profughi vennero imbarcati su traghetti e aerei diretti in Albania con la convinzione di essere trasferiti in altre città italiane. Lo stadio viene svuotato: alcuni accettano di tornare in patria, ricevendo la somma di 50.000 lire. Gli altri, persuasi di avere vinto la loro battaglia, lasciano infine lo stadio. Ma subito vengono imbarcati su aerei diretti a Tirana. E così, tra luci e ombre, la solidarietà di una città intera e la fermezza del governo centrale, si conclude la storia di quasi tutti i 20.000 albanesi che, stipati sulla Vloria, avevano cercato di raggiungere in Italia l’America.

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