Il Pd secondo Veltroni: no al voto e addio a Vendola

Il Pd secondo Veltroni: no al voto e addio a Vendola

Nessun voto anticipato, ma un governo di larghe intese. Aperture al mondo cattolico, non a Italia dei Valori e Sel. Soprattutto, un cambio di rotta nella proposta politica del Partito democratico. Il Movimento democratico di Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni si incontra a Roma e chiarisce la propria posizione. La minoranza interna del partito detta la linea al segretario Pier Luigi Bersani. Nessun attacco personale al massimo dirigente del Pd. Anzi, sembra che lo stesso Veltroni abbia chiesto ai suoi di evitare qualsiasi scontro (non è un caso che l’argomento primarie sia scomparso dal dibattito). Eppure dall’Assemblea nazionale MoDem emerge con chiarezza un dato: all’interno del Pd la posizione di Bersani è tutt’altro che condivisa.

L’incontro al palazzo della Cooperazione di Roma si apre alle 10.30 con un omaggio a Steve Jobs (viene proiettato il celebre discorso del fondatore della Apple all’Università di Stanford). E si chiude nel tardo pomeriggio con l’intervento di Veltroni. In otto ore di interventi nessuno parla di fronda. «Io non ho fatto e non ho intenzione di fare a Bersani quello che è stato fatto a me» spiega l’ex sindaco di Roma. «Noi non vogliamo che Bersani vada a casa, non è questa la nostra finalità» ripete il triumviro Fioroni. Insomma, nessun attacco diretto alla leadership. Eppure la minoranza interna non risparmia critiche alla gestione del partito. «La nostra idea – chiarisce Fioroni – è di cambiare il profilo e il progetto del partito che fino ad oggi non ci hanno portato da nessuna parte».

Le differenze tra la visione del Pd di Bersani e quella degli esponenti MoDem sono numerose. Veltroni ricorda solo alcune recenti divergenze. Dal progetto di patrimoniale (avanzato dai MoDem al Lingotto e rifiutato da buona parte del partito) alla posizione sull’abolizione delle province. L’ultimo terreno di scontro è stato il referendum per l’abolizione del sistema elettorale. «Il partito ci aveva chiesto un passo indietro e lo abbiamo fatto. Ma non poteva obbligarci a non firmare» ricorda Veltroni. Che poi rivendica: «Abbiamo fatto bene a combattere quella battaglia e vincerla». Intervenendo sul palco sono in molti a chiedere un’«inversione di rotta» al partito. I toni non sono sempre quelli del consiglio disinteressato. C’è chi accusa Bersani di non aver avuto una linea chiara sul voto anticipato. «Non basta dire che si è per un governo di larghe intese ma anche per il voto – spiega Fioroni – Questa non è una strategia credibile». Per Gentiloni il partito corre il rischio di «non essere all’altezza».

Sul palco del palazzo della Cooperazione si susseguono gli interventi (l’unico big del Pd a disertare l’appuntamento è Sergio Chiamparino, che in mattinata telefona per annunciare la sua assenza). Verso le 17.30 c’è anche tempo per un fuoriprogramma. Quando Veltroni prende la parola, il suo discorso viene interrotto dall’inviato delle Iene Angelo Duro, il «cantante senza pubblico». La gag è nota: Duro sale sul palco, balla e canta «In cerca di te» di Don Backy. Prova a coinvolgere Veltroni, che imbarazzato non si presta al duetto. Alla fine l’ex segretario ringrazia e sorride: «Questo è il massimo di trasgressione che ci possiamo permettere»

L’argomento più discusso dai protagonisti della minoranza interna è quello del governo di larghe intese. Per i MoDem non ci sono altre alternative. Di fronte alla crisi economica di questi ultimi mesi il voto anticipato è un’eventualità che non può neppure essere presa in considerazione. Per il bene del Paese, certo. Ma anche per un interesse personale. Se si andasse alle urne il Partito democratico rischierebbe di uscirne sconfitto. Lo stesso Veltroni non fa mistero del timore. Le ultime rilevazioni statistiche danno la coalizione di centrosinistra (Pd, Idv e Sel) con sei punti di vantaggio sul centrodestra. «Nel 2006 siamo andati al voto con 12 punti di vantaggio – ricorda l’ex sindaco di Roma – e sappiamo tutti come è andata a finire».

L’unica strada percorribile è quella di un esecutivo di larghe intese. Un governo guidato da una personalità che goda di prestigio in Europa e di largo consenso in Parlamento. Nessuna manovra di palazzo, giurano i MoDem, piuttosto una scelta di responsabilità. Un ruolo di primo piano potrebbe giocarlo proprio Veltroni, in contatto da tempo con alcuni esponenti dell’attuale maggioranza. C’è il presidente dell’Antimafia Beppe Pisanu, che insieme all’ex segretario Pd aveva firmato un appello per un governo di decantazione. Ma anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni, con cui Veltroni ha avuto una lunga discussione alla buvette della Camera prima del voto sulla sfiducia al ministro Romano. L’ex sindaco di Roma è consapevole che per un governo di larghe intese sia necessario l’appoggio di alcuni esponenti del Pdl. «Dobbiamo porre le condizioni – racconta ai suoi – perché anche all’interno del Pdl capiscano che è arrivato il momento che Berlusconi si faccia da parte. Ma se invochiamo le elezioni, si blindano tutti attorno al Cavaliere». E qualcuno guarda già con interesse alle prossime manovre degli scajoliani.

D’accordo con l’ipotesi di un governo di responsabilità nazionale anche il vicesegretario Enrico Letta. Che parlando all’assemblea dei MoDem elenca i cinque obiettivi di un esecutivo tecnico: Rimettere l’Europa al centro della politica italiana, riformare la legge elettorale e il fisco, «rimettere a posto» il bilancio dello Stato, attuare misure per la crescita. E proprio sul tema di un esecutivo di transizione la minoranza interna incassa un importante riconoscimento. Il capogruppo del Pd a Montecitorio Dario Franceschini – ospite dell’assemblea MoDem – conferma la bontà del progetto di un governo-ponte. «Un atto di responsabilità nei confronti del Paese». Insomma, il partito apre alle richieste di Veltroni. Ma non per sempre. Un’ipotesi di governo di larghe intese «non è illimitata nel tempo – chiarisce Franceschini – ma fino a Natale». A quel punto se la Corte costituzionale ammetterà i quesiti referendari, con ogni probabilità sarà la maggioranza a interrompere la legislatura per andare alle urne senza dover modificare la legge elettorale.

Sul tema alleanze, la posizione di Veltroni e dei suoi è chiara. E anche stavolta non coincide con quella di Bersani. L’alleanza con l’Italia dei valori e Sinistra ecologia e libertà è un rischio. Da qui alle prossime elezioni è necessario che il Pd guardi verso il centro. Non è un caso che la principale critica che i MoDem riservano al segretario sia di essersi fatto fotografare alla festa dell’Idv di Vasto assieme a Di Pietro e Vendola. «Non ho ancora trovato un buona ragione che abbia spinto Bersani ad andare a Vasto» racconta Luigi Bobba. Per Marco Follini «Vasto è il modo più sicuro per restituire a Berlusconi gli elettori che se ne stanno andando». Qualcuno non ha gradito che quell’incontro sia avvenuto alla festa del partito di Di Pietro. «Ammesso e non concesso che Idv e Sel siano soggetti a noi affini – si lamenta un parlamentare MoDem – quell’operazione andava fatta nel nostro campo». Gli sguardi sono rivolti all’Udc. E alle forze cattoliche (A cui Veltroni chiede «un passo in avanti» sul riconoscimento delle coppie gay). Qualcuno prova ad andare anche oltre. Giovanna Melandri, intervenendo sul palco prima di Veltroni, apre addirittura ai malpancisti Pdl. «Dobbiamo lavorare per offrire uno sbocco anche a chi inzia a soffrire il berlusconismo nel Pdl. Rivolgiamoci a tante donne di quel campo, elettrici e protagoniste, che non ne possono più». Franceschini è d’accordo: «Quando ci sarà da presentarsi al voto, l’alleanza elettorale dovrà essere quanto più larga possibile».

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