Se ne sono andati

Se ne sono andati

Gianni Musy

(3 agosto 1931 – 7 ottobre 2011)

Attore italiano, di cinema e televisione. Un bravo “carattere”, in particolare, di sceneggiati della tv, dalla fine degli anni Sessanta e nei trent’anni successivi. Anche celebre doppiatore: per la sua voce e per come la elaborava, di volta in volta, in un ruolo o in un interprete. Aveva poco più di 80 anni, ed era nato a Milano, figlio di attori napoletani. È morto a Roma.

Musy, che poteva sembrare un cognome d’arte, era quello vero, di famiglia. In passato si era fatto conoscere con lo pseudonimo di Glori (Gianni Glori, al completo), che suona invece non inventato, originario, e che era lo stesso già usato da suo padre, Enrico Glori. Quindi, un tocco versatile ab ovo, oltre a una “splendida voce italiana” – registro bassobaritonale – e una faccia non indistinta, mediterranea, virile, con una stempiatura ben disegnata, gli occhi un po ’a mandorla, e, da vecchio, una barba corta da mattatore poco plateale. Nella fila dei suoi ruoli ha toccato ogni genere, da quelli più reali, di storia-cronaca (è Tommaso Buscetta, in Giovanni Falcone, di Giuseppe Ferrara, 1993), a parti e apparizioni in una serpentina di film-commedie popolari, con qualche passaggio in costume Roma-antica: Napoli milionaria (di Eduardo De Filippo), Totò e i re di Roma (di Steno e Monicelli), Nerone e Messalina (di Primo Zeglio), Un amore a Roma (di Dino Risi), L’uomo che ride (di Sergio Corbucci), Compagni di scuola (di Carlo Verdone), Stregati dalla luna (di Pino Ammendola e Nicola Pistoia). Ma è nella televisione prima maniera, quella divulgante nei suoi “originali”, che Gianni Musy lascia di se stesso un carattere riconoscibile e variato: nella Freccia nera, I Buddenbrook, o nelle Inchieste del commissario Maigret, o in Storie della camorra. Quattro titoli, fra gli altri, del decennio 1968-1978.

Quando ha dato (e non prestato) un’altra voce e un’altra lingua ad attori come Marlon Brando, Richard Harris, Sean Connery, Christopher Plummer, o Max von Sydow, ha centrato tutti i passaggi di un bravissimo doppio-attore: oltre a far recitare bene in italiano dei grandi angloparlanti, abituare il pubblico che quel personaggio potrebbe avere sempre avuto quella voce trapiantata. Il suo Marco Aurelio del Gladiatore (nel film, il vecchio Richard Harris) è proprio il coltivatissimo imperatore che decide con naturalezza di parlare a una parte mondo come Gianni Musy.

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Per essere un’arte scenica che rinuncia al primo piano, il doppiaggio ha comunque qualcosa di sorprendente, e leggendo di un film a cui Musy ha partecipato nel lontanissimo 1951 – I cadetti di Guascogna, di Mario Mattoli – viene in mente un diverso secondo piano, quello, immenso, di Cyrano de Bergerac. Che non dà la sua voce, ma scrive versi d’amore e li suggerisce, nascosto, a un giovanotto bello e vuoto (Christian), perché vengano ascoltati da una ragazza (Roxane) che tutti e due amano. Si scopre, alla fine, prima di morire: «Ed intanto che in fondo io son restato, altri a cogliere il bacio della gloria è montato!». Tutti i Gianni Musy sono in fondo il riscatto variato di Cyrano: non scrivono, ma parlano addirittura per due persone. Facendosi riconoscere, più o meno per sempre.

Wilson Greatbach

(6 settembre 1919 – 27 settembre 2011)

Ingegnere e ricercatore americano, inventore del pacemaker. È morto il 28 Settembre, a casa sua, a Williamsville, N.Y. A 92 anni.

«All’inizio ero convinto che non si potesse cambiare il mondo, ma tuttora ci sto provando». Al telefono, durante un’intervista, nel 2007, il dottor Greatbach lasciava andare una di quelle frasi buone per un esergo biografico: un po’ elementare, ma ottimista. Detta a 87 anni, la frase era anche vezzosa. Ricordandolo, è stato anche scritto un commento più o meno della stessa semplicità, ma del tutto vero: «Grazie a lui, milioni di persone che soffrono di insufficienza cardiaca hanno potuto ritrovare una vita normale». La sua creazione è stata uno “stimolatore cardiaco impiantabile su un essere umano”. Ormai si chiama, per sintesi e abitudine, pacemaker. Secondo gli aggiornamenti dell’American Hearth Association, oltre mezzo milione di pacemaker vengono impiantati, ogni anno, nel mondo. Dai primi esperimenti – nel 1956, all’Università di Buffalo, dove Greatbach era assistente in Electrical enigineering – al 1960 sarebbero passati solo quattro anni. In quello stesso inizio di decennio, nella stessa città, la prima operazione riuscita, al Buffalo Veterans Affairs Hospital: su un paziente di 77 anni che sarebbe morto 18 mesi dopo. Wilson Greatbach ha successivamente perfezionato, e brevettato, altri 325 modelli di pacemaker. E una batteria al litio long-life. Oggi sono considerati «gli organi artificiali più conosciuti e messi a punto», e fanno parte delle «dieci invenzioni più utili alla società», realizzate nell’ultimo mezzo secolo.

Edwin Carlyle Wood

(28 maggio 1929 – 23 settembre 2011)

Ricercatore e ginecologo australiano, di Melbourne, dove è morto in una casa di riposo. Uno dei padri della fecondazione in vitro. Aveva 82 anni, ed era stato aggredito dal morbo di Alzheimer.

Si dice anche fecondazione, e “nascita in provetta”. Il laboratorio della Monash University di Melbourne, dove “Carl” Wood ha lavorato dai primi anni Settanta, è il luogo dove è nata quella rivoluzione. La prima fecondazione, di cui Wood è stato scientificamente il demiurgo, risale al 1973. Dieci anni dopo nasceva, sempre lì, il primo bambino da un embrione congelato. Dopo l’Australia, il primo europeo sarebbe stato inglese, Louis Brown. Dopo quel 1980, le ricerche di Wood (e altre nascite nel corso del decennio) avrebbero contribuito a migliorare la riuscita di quel tipo di fecondazione: in particolare attraverso il controllo della stimolazione ormonale e del ciclo d’ovulazione. Secondo la Società europea di Riproduzione umana ed embriologia (Eshre), più di 3,75 milioni di bambini sono nati, negli ultimi 32 anni, grazie alle tecniche della fecondazione in vitro. Il Nobel non è però stato assegnato a Carl Wood, ma all’inglese Robert Edwards – nel 2010 – che ha fatto nascere Louis Brown.
 

L’immagine di questa settimana: «Gone», foto artistica della finlandese Susanna Majuri, 2007.