Berlusconismo, un “potere perfetto” che interroga la democrazia

Berlusconismo, un “potere perfetto” che interroga la democrazia

In base a quale legittimazione rimane ancora al potere il nostro esecutivo? Tutti gli indici che segnalano lo stato di salute del paese sono negativi: le quotazioni di borsa, lo spread con il Bund, la disoccupazione (in particolare quella giovanile), la crescita del Pil in paragone agli altri stati europei (Italia 2011: 1%; Germania: 2,6%; Francia: 1,8%), l’inflazione (2% a settembre, contro lo 0,2 tedesco). Sono aumentate povertà (8,3 milioni di persone, contro le 7,8 del 2009, già periodo post-crisi) e divario Nord-Sud.

A tutto questo si aggiungono elementi indiziari, come i disordini di Roma, o il fatto che i politici di maggioranza disertino regolarmente manifestazioni non “protette”: su questo fronte ha fatto scuola la diserzione di Alfano a un incontro berlinese lo scorso 14 aprile, con l’indegno completamento dell’assenza di Berlusconi alle celebrazioni per il milite ignoto a Roma. O forse, è chiaro: davvero Alfano “aveva ricevuto un’importante telefonata in ambasciata”, e Berlusconi doveva preparare il G20 e non poteva davvero assentarsi. A livello internazionale, ogni incontro diplomatico dedicato ai temi finanziari è un imbarazzante giro di sorrisi di circostanza rivolti ai nostri rappresentanti.

La letterina all’Europa, quella in cui si garantiva di “rimuovere entro due mesi i vincoli alla concorrenza” e di “aggredire (sic) il dualismo Nord-Sud entro quattro mesi”, è stata una pantomima: Merkel e Sarkozy hanno fatto finta di crederci, tanto per invogliare i cinesi a dare una mano al fondo europeo di stabilità finanziaria. Il problema è che il premier cinese Hu Jintao ha lasciato Cannes anzitempo: ha ritenuto superfluo chiarire di non avere l’anello al naso. La struttura di potere all’interno del partito, per quello che può ancora tenere, non è basata sull’ideologia o sull’interesse comune, o sulla responsabilità verso particolari elettori, ma solo sulla fedeltà al capo. È un esempio perfetto di sistema politico che dipende dalla regola politica: il sistema elettorale del Porcellum ha svincolato l’eletto da qualsiasi responsabilità nei confronti dell’elettore.

È vero a destra, così come a sinistra, dove le uniche voci alternative possono contare su una base geografica locale non parlamentare (il sindaco di Firenze Renzi e il governatore pugliese Vendola). Così, i dibattiti alla Camera e al Senato non puntano alla mediazione, ma alla dichiarazione di fedeltà alla regola del partito. Il tifo ha soppiantato il compromesso.
Per quello che avviene fuori dal parlamento, il sistema televisivo pubblico-statale è stato impiegato al massimo dello sforzo per assicurare il consenso. Ancora siamo ben lontani dai modelli anglosassoni (in stile Bbc) di relativa indipendenza: da noi, come segnala un lettore di Dagospia in una lettera sorprendente,“Ezio Greggio apre il festival del Cinema di Venezia, Brignano reciterà al Teatro Regio di Torino e l’a.d. di MediaShopping va a dirigere l’Istituto Luce”. Aggiungiamo che il pubblicitario Giulio Malgara sarà il nuovo presidente della Biennale (che già nell’ultima edizione dedicata all’arte ha ospitato il – volutamente – peggior padiglione Italia dal 1895, a firma futurista di Sgarbi). Sorvoleremo sul sistema di presidenze delle grandi aziende statali.

Appare quindi chiaro che la struttura di potere ha raggiunto la sua perfezione: non di “legittimazione” si tratta, quanto di “auto-legittimazione”. Vale a poco il discorso secondo cui nel 2008 il PdL ha vinto le elezioni: i voti non sono una legittimazione assoluta, ma un controllo democratico. Se un governo è convinto di avere l’assoluta libertà di azione in base alla vittoria elettorale, s’instaura una forma di dittatura di tipo democratico. Un sistema di governo non è migliore dei suoi rappresentanti, perché una regola costituzionale deve essere resa viva dall’etica di chi la interpreta. Questo feroce attaccamento alle poltrone, l’instaurazione di un sistema di corti (o coorti?) di protezione, ha preso la forma di un colpo di stato democratico. In teoria, l’esecutivo dovrebbe governare per tutti, con lo strumento della maggioranza. In pratica, fino a poco tempo fa la destra governava per la maggioranza con lo strumento della maggioranza.

Adesso, la situazione deficitaria del paese definisce una situazione ancora più buia, in cui l’esecutivo impiega lo strumento della maggioranza al fine di governare per se stesso e per il suo sistema di clientele e protezioni. Si è instaurata la mentalità della setta: chi crede in Berlusconi, reagisce alle critiche credendo ancora di più nel cavaliere. Chi sostiene l’esecutivo potrebbe avere uno scatto di dignità, o forse di amor proprio, o forse sufficiente interesse personale, a voler interrompere questa decadente commedia. Berlusconi è un Aguirre sulla zattera del Rio delle Amazzoni, convinto ancora di poter raggiungere l’immortalità e l’Eldorado, mentre i suoi compagni patiscono la fame. Nessuno ha la forza o l’autostima per una sollevazione. Anche perché, senza Aguirre, che senso avrà ritrovarsi su una zattera alla deriva? In fondo, quello che preoccupa non è tanto la caduta di Berlusconi, ma quello che avverrà dopo.
 

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