L’Italia deve fallire per aprire davvero gli occhi?

L’Italia deve fallire per aprire davvero gli occhi?

La penosa commedia in cui si è trasformata la politica italiana ci sta offrendo questa settimana momenti ancor più ridicoli di quelli a cui ci aveva abituato negli ultimi mesi. Scrivo mentre in Italia è notte, cercando di capire quali altri trucchi siano stati infilati nel cappello dell’illusionista che ha presieduto il Consiglio dei Ministri di ieri, mercoledì 2 Novembre. Ora abbiamo anche i maxi-emendamenti segreti, riguardo ai quali la Presidenza del Consiglio dei Ministri ci informa che “eventuali testi in circolazione non corrispondono a quanto esaminato e approvato nel Consiglio dei Ministri appena concluso.” Questo governo, insomma, sia ha paura di far conoscere ai cittadini le proprie decisioni, sia non sa che pesci pigliare. Il signor Ministro del Tesoro ha smesso di rilasciare saccenti interviste: forse è occupato a sostituire il proprio DG che, dicono, ha mal pensato sia questa l’ora più opportuna per passare a Goldman & Sachs [Nota per chi volesse governare: quando si approverà uno straccio di legge che regoli i conflitti d’interesse sarà sempre tardi]. Questi i fatti a disposizione il giorno dopo che il rendimento sul debito italiano ad un anno ha raggiunto e superato quota 5,34%.

I siti internet riportano notizie confuse sul contenuto dell’emendamento ma coincidenti su tre punti: misure estemporanee e rabberciate, nessuna riforma di pensioni, sanità e settore pubblico, nessuna vera liberalizzazione nè dismissione di imprese e patrimonio statale. Di riforme strutturali – tipo scuola e fisco – neanche parlarne mentre continua la baruffa tutta strumentale sui “licenziamenti facili” e qualche giorno fa la medesima combriccola era venuta a spiegarci che lo sviluppo si ottiene con la pagella in formato pdf e la garanzia statale sui mutui per la casa. Quello del Mezzogiorno, invece, uscirà a costo zero dai fondi strutturali europei – quelli che occorre co-finanziare e che l’Italia non sa utilizzare perché non presenta progetti credibili. Una farsa, ma lo scandalo non sta nel fatto che la combriccola continui ad ingannare il paese. Dalla combriccola non avremmo mai dovuto aspettarci altro.

Lo scandalo sta nel fatto che, di fronte a questa ennesima presa in giro, i media italiani non chiedano le dimissioni di Berlusconi, un governo di salvezza nazionale ed elezioni al più presto con una diversa legge elettorale. Lo scandalo sta nel fatto che le forze sociali – dai sindacati a Confindustria – continuino ad inviare vuoti ultimatum che la combriccola regolarmente disattende in un minuetto suicida che dura da tre anni e mezzo. Lo scandalo sta, infine, nel fatto che le opposizioni sappiano solo stancamente chiedere le dimissioni di Berlusconi senza avere il coraggio di dire né cosa occorre fare né, dopo aver riconosciuto di non sapere che cosa fare, che a sostituirlo non possono essere loro ma un governo di salvezza nazionale composto da tecnici. Mi rendo conto che questo consista in una rischiosa replica di quanto accadde circa vent’anni fa, ma la situazione è ancora più drammatica e noi (la società civile) non siamo riusciti a cambiare nè lo stato, nè la politica, nè l’economia italiana. Anzi: abbiamo fatto forse peggio lungo tutte e tre quelle dimensioni ed il sistema elettorale, così com’è stato astutamente disegnato dalla nuova casta in questo ventennio, non permette il cambio politico e rende impossibile alla società civile esprimere una elite alternativa. Chiuso al proprio esterno e monopolizzato all’interno, il sistema elettorale può solo essere alterato o con una rivolta, che non vorrei augurarmi, o con un governo tecnico designato allo scopo. Le convulsioni in cui il paese continua ad agitarsi lo provano: in Spagna, per abbastanza meno, Zapatero è scomparso dalla scena politica assieme ai suoi ministri e fra pochi giorni si eleggerà un parlamento che sarà sostanzialmente diverso dall’attuale. In Italia ci stiamo interrogando su come sostituire Berlusconi con Letta, incorporando Casini nella nuova maggioranza di governo. L’Italia puó risorgere se e solo se, dall’esterno di questa casta politica, il paese riesce ad esprimere la volontà intellettuale e politica di chiamare le cose con il loro nome e di mettere nero su bianco ció che occorre fare. Per poi farlo.

Qui, di nuovo, il ruolo dei grandi media risulta sia cruciale che sorprendente. All’inizio del mese di ottobre erano stati resi pubblici due importanti documenti: il testo della lettera inviata il 5 Agosto scorso da Draghi e Trichet al Primo Ministro italiano ed il “Progetto delle Imprese per l’Italia” a firma della presidenza di Confindustria. Entrambi documenti di parte ma entrambi documenti concreti: non tentavano di risolvere tutti i problemi del paese, solo quelli che maggiormente stanno a cuore ai loro rispettivi autori. L’Italia ha bisogno, per esempio, di eliminare i sussidi espliciti o impliciti alle imprese e di liberalizzare quei servizi in cui alcuni monopoli fan profitti pagati dal resto del paese. Queste cose, fra le altre, mancavano mentre dovrebbero essere parte d’ogni programma credibile di riforms. L’Italia ha anche bisogno di ri-riformare, ossia riformare per davvero, il proprio sistema educativo ed anche questa urgenza era assente in entrambi i documenti.

Ma non sta qui il punto: il punto sta nel fatto che alla loro pubblicazione non ha fatto seguito un’esplosione di articoli e contributi che discutessero il da farsi in modo altrettanto concreto e preciso. Alla pubblicazione dei due documenti ha fatto seguito il silenzio più totale riempito dal chiacchericcio dei programmi d’approfondimento sulla finanza speculativa, il default selettivo e le meraviglie d’Argentina. Un silenzio che continua: mentre il governo prepara segretamente il maxi-emendamento nessuno chiede che contenga almeno alcune delle misure suggerite nei due documenti. E nessuno propone misure alternative e maggiormente efficaci. Qui sta il dramma del paese: di fronte ad una combriccola governativa che è sia incapace che nolente ad agire, di fronte ad un’opposizione lobotomizzata che oscilla fra la retorica populista e l’accordo di corridoio, sta una società civile che non vuole intendere la gravità della situazione ed assumere come propria la responsabilità d’agire. Responsabilità che, da sempre, ricade su ognuno di noi ma sulle elites economico-sociali soprattutto. Per l’ennesima volta nella pur breve storia dell’Italia unita, la borghesia italiana conferma d’essere incapace di guidare il paese al quale non rimane che rimettersi a forze esterne o fallire. 

*Department of Economics – Washington University in Saint Louis

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter