Se ne sono andati

Se ne sono andati

Kim Jong-Il

(16 febbraio 1941 o 1942 – 17 dicembre 2011)

Secondo dittatore nordcoreano, che i nordamericani potrebbero definire more pittoresque del padre Kim Il-Sung. La vaghezza pilotata sulla sua data di nascita, come il fatto che avesse 20 mila cassette di film nei suoi scaffali, che guardasse a ripetizione le imprese di James Bond, o che avesse l’ossessione per le ragazze, meglio se attrici, diventano contorno rispetto a un’eventualità preoccupante.

Non solo l’arma nucleare (quella è nota), ma il destino della sua immagine. In nome del mercato, dell’arte contemporanea nello specifico, diventerà, anche lui, un’icona pop? Come il presidente Mao, ma senza il colpo di fantasia, a ritratto policromo e ripetuto, di Andy Warhol? Le premesse potrebbero esserci, anzi c’erano, lui vivo e vigilante assoluto su quei milioni di poveracci del suo paese.

Il New York Times, in un bell’articolo, ha ricordato tante cose in proposito: che la Cia (altro soggetto da manifesto pop) ne era affascinata, che erano riusciti a farsi raccontare la sua intimacy da una sua amante, che era diventato una «parodia della cultura americana». Le parodie vendono. Soprattutto quelle che mescolano il bieco col grottesco. Quando poi, in politica e storia, combaciano con un potere totale e incontrano il mondo, se ne sentono di tutti i colori. Si legge, per esempio, come l’altro presidente coreano, quello del Sud, Roh Moh-yun, trovasse Kim una «persona molto franca, l’uomo più flessibile della Corea del Nord». Succedeva a Pyongyang, nel 2007, in una delle tante e meste prove di riavvicinamento fra i due Stati gemelli e nemici dalla culla.

La laicità della politica (cosiddetta), ha griglie larghissime, quasi come gli spazi, o le astrazioni dell’arte contemporanea: ci si trova davanti al quadro, in persona, di un serial killer e affamatore alla grande, e lo si ritrae per particolari contingenti. Magari anche veri, ma soprattutto venduti sul momento da lui stesso, in modo da poter essere immessi sul mercato con vantaggi consoni.

Wendy Sherman, che oggi ha l’importanza del terzo posto al Dipartimento di Stato, ha da raccontare, e lo ha fatto, un altro rendez-vous interessante, sempre nella capitale nordcoreana. Delegazione americana al massimo livello, nell’ultimo periodo della presidenza Clinton: con Madeleine Albright, Segretario di Stato, e Wendy Sherman, sua assistente (e una limitata schiera di esperti), che vanno da Kim per provare un accordo sul nucleare. Sempre lo stesso tasto: limitazione del programma e dei missili derivati. Lui, l’iconostasi del suo Paese, diventa una creatura snodata, gira intorno al tema, e schiaffa in faccia ai suoi invitati la realtà dei fatti. Non nega di essere un «dittatore» e conferma che da lui non esiste «nessun tipo di libertà».

Un’opera d’arte realista con dentro la miseria spesso consustanziale a quel tipo di quadri. Gli americani si chiedono, a quel punto (ma lo spiegheranno una volta tornati) se Kim «sia in grado di controllare veramente tutto». Se, cioè, il pericolo nucleare di Pyongyang sia maneggiato in sicurezza da un tiranno in grado di farlo. E concludono, tranquilli, che Kim ha effettivamente il bandolo della situazione. Il bello viene alla fine, quando gli sottopongono 14 punti, domande specifiche, o tecniche, a cui gentilmente rispondere.

Wendy Sherman racconta della loro sorpresa: non sapeva dare nessuna risposta, su niente. In compenso, «dava l’impressione di una conoscenza diffusa di gran lunga maggiore di qualsiasi altro leader». E di essere sostanzialmente «un pensatore concettuale». Mica male, come complimento del Dipartimento di Stato. Gli eventuali promotori (artisti o galleristi) di Kim come manifesto pop potrebbero piazzare quel commento come didascalia, o dentro, che si imprime con forza. O usare, quell’altra impressione: «l’uomo più flessibile» eccetera…

Volendo poi giocare sul contrasto, lo sfondo potrebbe essere attraversato da una sfilza di strilli di questo genere: «Carestia dilagante, ospedali terrificanti come un museo del passato, disperazione vivente». Informazioni recentissime, del 2010, fornite dal direttore della Caritas internazionale Douglas McLaren, tornato da un sopralluogo nel paese di Kim. Con un’aggiunta legata al destino di quell’icona troppo fortunata: «Paradossalmente, è meglio che Washington appoggi il regime di Kim. Se gli Stati Uniti disgraziatamente mettessero l’embargo anche alla Corea del Nord, succederebbe qualcosa di inimmaginabile, dalla guerra all’esodo di 23 milioni di esseri umani, che ucciderebbe di conseguenza anche l’economia della Corea del Sud».

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Wicky Hassan

(1955 – 16 dicembre 2011)

Cittadino italiano di origine tripolina che, se non fosse stato cacciato dal suo Paese d’origine, potrebbe essere oggi un’altra immagine, e molto particolare, di inventiva e di libertà nel “dopo Gheddafi”. Aveva 12 anni quando, con la sua famiglia, arrivava a Roma, esule: erano commercianti di tessuti, ed ebrei. Un’antichissima comunità libica azzerata, nel paese, dal Colonnello e dalla sua dittatura. È morto a Roma, a 56 anni, per un cancro. Ha ridisegnato, in particolare “la vita” di milioni di ragazzi, facendola vedere, più snodata. E battagliato, con grazia e coraggio, insieme a milioni di persone – di ogni età – discriminate, più o meno direttamente, nella loro vita.

Creare moda, incrociandola con un proprio “stile”, cioè con qualcosa di innato, e poi di scelto e vissuto, è, in genere quello che gli “stilisti” non arrivano a fare, anche con tutta la volontà. Quel termine – stilista – cacofonico e generalmente accettato “nell’ambiente”, sa di sottomarca, e soprattutto di sottonaturalezza. Il passo in avanti arriva quando, nel mestiere, qualcuno coglie un’evidenza: che il corpo è il primo vestito naturale, su cui lavorare.

Seguono i vestiti, cioè la moda, gli accessori, e le intuizioni nel metterli al mondo, alla lettera. Anche con cultura o arte, per chi ce le ha. Wicky Hassan era un ex studente dell’Accademia di Belle Arti, e un pittore che nei primi anni Ottanta (esattamente nel 1983) metteva in piedi, a Roma, in via del Corso una galleria-boutique chiamata Energie: il nome, e quello che metteva insieme, erano trascinanti.

È stato ricordato come un «genio della moda» (dai giornali francesi), e come un «grandissimo visionario», e in effetti una delle sue invenzioni – non sullo stile ma sul corpo di milioni di ragazzi e ragazze – ha fatto strada e lo si vede per strada. I jeans bassi, che fanno vedere allo scoperto vite strettissime, o più tutte d’un pezzo, che possono slanciare o meno, o essere variamente estetici, ma soprattutto che liberano, senza complessi “di linea”, i rispettivi centri.

Quei jeans – un’affermazione mondiale – sarebbero stati perfezionati con abbinamenti sempre più vari fra i materiali e la moda. Esattamente, come hanno scritto gli esperti, «fra il denim e il fashion». Su quella visione (non solo dei jeans) Wicky avrebbe creato, anche con altri (e amatissimo da tutti loro) una collana di marchi più che conosciuti: Miss Sixty, Kilah, Murphy & Nye, Refrigiwear. Un insieme di successo e di vitalità. È stato rimpianto anche come «un Giusto»: in particolare dalla comunità omosessuale, e per la sua lotta contro «ogni discriminazione». Con un compagno, con cui viveva da molti anni, e tre figli adottati, il suo stile, cioè la sua vita, sono stati istintivamente giusti.

Boris Evseevič Čertok

(1° marzo 1912 – 21 dicembre 2011)

Quasi cento anni di memorie sovietiche, e oltre a tutto cosmiche. Piacevolmente, e in breve, da ricordare attraverso la vita, la potenza, e le delusioni del più stimato artefice di capsule spaziali e di missili balistici dell’Urss. Dal 1966, un vero retrobalzo secolare. Considerando che Boris Čertok era nato ancora regnante lo zar Nicola II, e per di più a Łódź, in Polonia, quando i russi lì dominavano in diretta.

In un’epoca così terre à terre, dove i temi dominanti sono i livelli dello spread e l’incoscienza del sistema finanziario globale, tornare a occuparsi, anche per poche righe, delle gare spaziali Urss-Usa, può essere una distrazione da sogno. Dopotutto si parla di uomini e donne fra le stelle, e quei balzi in alto, solo pochi decenni fa, non erano così “lunari” come le foto che ogni tanto vengono scattate su Marte (l’unico racconto cosmico che ancora tiene, ed elitariamente avvince).

Il polacco Boris Čertok, diventato moscovita dai primi anni Trenta, è stato uno di quei tecnici sovietici dei quali si è detto che, nel suo settore, «ha avuto il controllo di tutto». Senza atteggiamenti distanti, semplicemente come un servant tecnico del suo Paese d’adozione (socialista). Inimmaginabile per lui, quando a 17 anni, esordiva nella vita lavorativa della capitale come elettricista. E neanche, decisamente più adulto, come impiegato diligente nell’industria aeronautica di Stato.

Eppure, l’Urss autoritaria e devota alla scienza (era una distesa marxista) faceva ogni tanto fare dei passi lunghi ai suoi migliori tecnici, anche perché, nell’era di Krusciov e di Brežnev in particolare, dimostrare che i comunisti erano più adatti a spaziare fuori dall’atmosfera, era, insieme, una sfida ai credenti, e agli Stati Uniti. Paese concorrente, oltre che molto religioso.

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Nella vecchiaia, Čertok avrebbe ricordato i tempi in cui il sorpasso sovietico nel silenzio stellare sembrava un trofeo già vinto, e il primato dell’industria missilistica un dato di fatto. Due anni dopo il pensionamento brutale di Nikita Sergeevič (Krusciov), nel 1966, Boris era il responsabile dell’intero sistema di controllo dei missili balistici intercontinentali sovietici. Uno dei primi al mondo.

Quelle creature le aveva disegnate anche lui, dopo averle studiate in una lontana trasferta, del 1950, in Germania orientale: era andato in missione, con un gruppo, a vedere come Wernher von Braun, in piena epoca nazista, aveva creato le V2, con cui i tedeschi avevano bombardato Londra fino alla devastazione. Da tener presente che von Braun, lavato e riciclato dagli americani, era il demiurgo del programma spaziale della Nasa. Che, fino a un certo punto (il 1969), aveva ingoiato una sconfitta dopo l’altra, grazie anche a Čertok.

La successione dei fatti è nota: il primo satellite artificiale in orbita si chiamava Sputnik 1 (4 ottobre 1957), il primo uomo nello spazio è stato “un comunista” (così si esaltava in un occhiello cubitale anche l’Unità) e cioè Jurij Gagarin, la prima donna era Valentina Tereškova (16 giugno 1963), il primo gruppo – tre cosmonauti – tutto sovietico girava allegramente l’orbita terrestre nell’ottobre 1964.

Poi si cominciò a parlare della Luna: una delle gare mitologiche della Guerra Fredda. L’argomento era sfrenatamente di moda, anche perché il grande cinema aveva messo in piedi un capolavoro di favola, e metafora, intergalattica: che valanga di discussioni sognanti si sentivano dopo una proiezione del più abbacinante Stanley Kubrick, cioè 2001: Odissea nello spazio (tratto da un racconto di Arthur Clarke)… Era il 1968, gli americani avevano spedito nel cosmo l’Apollo 8, tutto stava combaciando a favore del mondo libero, e la tegola pesantissima su Boris Čertok (e sull’era Brežnev), sarebbe piombata nell’estate dell’anno dopo. Con una beffa e un incidente: non solo Neil Armstrong, nel luglio 1969, metteva il primo scarpone umano sul terreno lunare, ma era anche successo, poco tempo prima (tempo relativo, si parla di spazio) che un modernissimo robot esplorativo con la stella rossa si fosse schiantato su quella stessa distesa di crateri.

E per fortuna era un robot. Il centro di questo breve racconto sta nella considerazione depositata da Čertok nelle sue memorie: «È stata sconfitta personale». Sobrio, tutto sommato. E lo sarebbe stato anche una ventina d’anni dopo, quando il suo Paese avrebbe ricambiato la bandiera (più o meno solo quella) tornando ai tre colori che sventolavano, anche a Łódź, quando Boris era nato. Sobrio, e sicuro di sé, anche perché sapeva che quello Stato non cambiava abitudini sostanziali. E, fra quelle migliori, c’era anche il trattare benissimo i suoi tecnici, e farli continuare ad esprimersi per quello che sapevano fare. Infatti, anche dopo il ritiro, nel 1992, Boris Čertok avrebbe fatto il consulente, all’americana, del nuovo ente spaziale russo. Che si chiamava, e si chiama Rkk Energija.  

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