Sull’Iran Pechino non ha davvero voglia di sfidare gli Usa

Sull'Iran Pechino non ha davvero voglia di sfidare gli Usa

Tim Geithner, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, va a Pechino alla ricerca di una sponda anti-Iran, poi sale su un altro aereo e sbarca a Tokyo: senza l’asse asiatico, le sanzioni contro Teheran rischiano di mancare lo scopo, cioè destabilizzare il regime fino a provocarne l’implosione. Il Giappone acconsente, la Cina prende tempo, a parole mostra i muscoli, ma nei fatti chiarisce di voler evitare uno show-down con gli Stati Uniti nel Golfo Persico.

Alle minacce degli ayatollah, che hanno paventato il blocco dell’accesso al Golfo, gli Usa hanno reagito con la chiusura di un altro Stretto di Hormuz, quello economico. Il 31 dicembre 2011 Barack Obama ha firmato una legge del Congresso mirata a punire tutte le istituzioni finanziarie che fanno affari con la Banca Centrale di Teheran. Si tratta di uno snodo centrale, perché questo istituto è il vettore utilizzato da governi e compratori stranieri per onorare i contratti petroliferi. Le banche internazionali hanno sei mesi di tempo per adeguarsi, trascorsi i quali scatteranno le sanzioni di Washington.

Una deadline ad alto rischio per Obama, perché cade proprio a ridosso delle elezioni presidenziali. In caso di successo, sarebbe un trofeo prezioso da esibire. Nell’ipotesi contraria l’inquilino della Casa Bianca dovrebbe fronteggiare una duplice accusa, quella di essere stato troppo accondiscendente nei confronti del nucleare iraniano e quella di aver compromesso i rapporti con l’Asia, ormai principale focus della politica estera a stelle e strisce.

La lista di chi importa petrolio da Teheran è dominata dall’Oriente: Cina, India, Giappone, Corea del Sud. Pechino, in particolare, è il principale acquirente di greggio, con una quota che supera il venti per cento dell’export iraniano. Per gli ayatollah il Dragone rappresenta il primo partner commerciale, 40 miliardi di dollari nel solo 2011.

Washington non ha alternative: deve convincere le potenze asiatiche a ridurre i traffici – elemento che eviterebbe le sanzioni – impedendo che l’Iran diventi un motivo di scontro con l’altro membro del virtuale G2. Ma gli Stati Uniti non hanno interesse a ingaggiare un duello con la Cina: la strategia militare lanciata da Obama lo scorso 5 gennaio, e anticipata in parte dalla decisione di aprire una base per marines a Darwin, in Australia, rafforza la volontà di concentrare gli sforzi sull’Asia, sulle nuove rotte del petrolio e del gas, sul rapporto dialettico con Pechino. Ma il confronto non può degenerare in un conflitto, né economico, né tantomeno militare.

A Pechino circolano idee simili. Basta ascoltare le parole del premier Wen Jiabao: «Il dialogo è più proficuo dello scontro, la cooperazione del contenimento». Le stesse manovre commerciali nel Golfo ne sono una conferma. Ufficialmente il colosso asiatico si oppone alle sanzioni unilaterali contro Teheran. Eppure negli ultimi tempi la curva dell’import di petrolio iraniano ha segnato un’improvvisa discesa.

Alcuni sostengono che si tratti semplicemente di una disputa sui prezzi tra compratore e venditore: gli ayatollah, in preda a un vortice fatto di stagnazione economica e inflazione alle stelle, non possono più permettersi di concedere sconti. Altri, invece, vi intravedono lo zampino americano. Il segretario al Tesoro di Washington, Timothy Geithner, ha incontrato Wen Jiabao e il futuro presidente, Xi Jinping, a cui ha offerto un ramoscello d’ulivo: «Sulla crescita economica, la stabilità finanziaria, la non-proliferazione abbiamo una relazione fortemente cooperativa e siamo ansiosi di costruire un rapporto ancora più solido su queste basi».

La Cina, alle prese con un’imminente passaggio di leadership, non può mostrarsi debole e prona ai diktat americani. Allo stesso modo, però, non deve commettere l’errore di alienarsi il principale partner commerciale. La stampa vicina al regime, come il nazionalista Global Times, spinge il Dragone a mostrare i muscoli, il ministero degli Esteri ribadisce l’estraneità di Pechino alla matassa iraniana. Eppure la diminuzione dell’import di oro nero è un dato incontestabile. Hua Liming, ambasciatore cinese in Iran dal 1991, invita a spegnere gli ardori dell’ottimismo: «Teheran si aspetta che Pechino la difenderà in tutte le sedi, Onu compresa. Washington, invece, si serve del dossier nucleare per vedere se la Cina è veramente una potenza responsabile. Ma Hu Jintao non sacrificherà l’interesse economico nazionale per soddisfare Obama. Altri provvedimenti, in passato, hanno già colpito in maniera pesante le nostre aziende».

Ben quattro round di sanzioni sono state votate dall’Onu tra il 2006 e il 2010, costringendo colossi come Cnpc, Sinopec e Cnooc ad abbandonare lucrosi progetti nella terra degli ayatollah. Secondo Hua, però, quella americana è solo un’illusione, perché nessuna minaccia fermerà il nucleare iraniano, né tantomeno provocherà un regime change: «Il programma è una questione di orgoglio nazionale, perché il Paese mira ad essere riconosciuto come una nuova potenza».

La maggior parte dei trader ritiene che, malgrado il voto del Congresso, l’Iran sarà ancora capace di trovare uno sbocco per il proprio export, 2,6 milioni di barili al giorno, ma la riduzione della domanda, nel caso in cui la Cina e gli importatori asiatici dovessero rispondere alle sollecitazioni americane, lo obbligherebbe a ridurre notevolmente i prezzi, con un pericoloso impatto sul reddito nazionale. Questo spiega le insistenze di Washington, particolarmente efficaci su due storici alleati, la Corea del Sud e il Giappone.

Il ministro delle Finanze di Tokyo, Jun Azumi, dopo un incontro con Geithner ha ribadito la volontà di tagliare ulteriormente le importazioni di greggio. Contemporaneamente, il ministro degli Esteri, Koichiro Gemba, preoccupato dell’impatto sui prezzi dell’energia e impegnato nella ricostruzione del post-Fukushima, è volato in Medio Oriente per convincere gli altri produttori, Arabia Saudita ed Emirati Arabi in testa, ad aumentare il proprio export di oro nero per compensare il deficit di Teheran.

Il traffico aereo sopra Riyadh è piuttosto intenso, perché anche Wen Jiabao è sbarcato per la prima volta nel regno di Abdallah, nel corso di un Opec tour – Qatar ed Emirati sono le altre due tappe – che durerà fino a giovedì. L’obiettivo è proprio quello di diversificare l’approvvigionamento di greggio, nell’eventualità in cui si dovesse chiudere – o quantomeno limitare – il rubinetto iraniano. Nel 2009 la Sinopec ha firmato un accordo con l’Arabia per la costruzione di una raffineria a Yanbu, sul Mar Rosso. Ma a Riyadh Wen vuole chiedere soprattutto di accrescere la produzione, per evitare pericolose impennate dei prezzi.

A parole i Saud, la dinastia saudita, mostrano prudenza, ribadiscono che le vendite di petrolio seguono «ragioni commerciali», non politiche, ma l’Arabia, oltre che nemico giurato dell’Iran, è un grande alleato di Washington. Nel momento in cui gli Usa mettono sul piatto un aut aut, “o con me o contro di me”, la risposta di Riyadh è una sola. Allo stesso tempo anche la Cina non sembra voler sfidare la superpotenza, tanto avversaria quanto complementare. Così, mentre l’India prende tempo e l’Unione Europea, complessivamente il secondo importatore di greggio da Teheran, studia sanzioni differite per permettere ad alcuni Paesi – Italia, Grecia e Spagna in primis – di trovare altri fornitori, Pechino evita una prova di forza e cerca una soluzione di compromesso che possa accontentare tutti.

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