E d’improvviso il Senato si accorge che non tollera più i lobbisti

E d’improvviso il Senato si accorge che non tollera più i lobbisti

Vita dura per i lobbisti in Parlamento. Questo pomeriggio l’ufficio di presidenza del Senato ha approvato un nuovo regolamento per limitare l’accesso dei rappresentanti di interessi particolari a Palazzo Madama. Infastidito dalla «calca» di professionisti che in questi giorni ha seguito i lavori della commissione Industria sul decreto Liberalizzazioni, il presidente del Senato Renato Schifani l’aveva promesso. «Il Parlamento deve essere lasciato in pace mentre lavora». È stato di parola. Adesso le regole cambiano. Al Senato sarà istituito un registro pubblico, diviso per settori di attività, dove dovranno iscriversi le associazioni e gli enti che hanno accesso al Palazzo. Il collegio dei questori studierà presto un regolamento più specifico che limiterà l’ingresso dei lobbisti nei giorni di seduta di Commissioni e Assemblea.

Improvvisamente il Parlamento si accorge dei lobbisti. Personaggi misteriosi, stando ai racconti dei quotidiani. Simbolo delle caste e delle corporazioni che non vogliono arrendersi al cambiamento. Rappresentanti dei poteri economici in costante pressione sui parlamentari. «C’è un assedio delle lobby e delle corporazioni quasi indecente – si era lamentato venerdì scorso il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini – Un assedio anche fisico, in aula e nelle commissioni». Alcuni parlamentari li chiamano con disprezzo “sottobraccisti”. Sono quelli che aspettano nei corridoi dei palazzi del potere pronti ad afferrare il politico di turno per suggerirgli l’emendamento più opportuno.

Rappresentano grandi aziende di Stato e associazioni di categoria. Ma anche banche e assicurazioni. «Con me – racconta un deputato – si presentano soprattutto gli emissari delle grandi compagnie telefoniche». C’è chi si appoggia a società specializzate: le più richieste sono Reti Spa e Open Gate Italia. Qualche corporazione non ha bisogno di particolari portavoce. In Parlamento è già ampiamente rappresentata da deputati e senatori. È il caso di medici, giornalisti, avvocati (si dice che sul decreto liberalizzazioni abbiano giocato un ruolo da protagonisti). E c’è anche chi, come i tassisti, non è riuscito a farsi eleggere per un pelo (nel 2008 il leader delle auto bianche romane Loreno Bittarelli era candidato al senato nelle liste del Pdl).

Nonostante le accuse degli ultimi giorni, in Parlamento c’è chi difende i lobbisti. «Il problema non è la loro presenza fisica – racconta il Pdl Sergio Pizzolante, segretario della commissione Lavori pubblici – Gli accordi tra parlamentari e categorie vengono fatti prima, mica fuori dalla commissioni. La questione semmai è più ampia e riguarda la debolezza della politica, non più in grado di resistere a certe pressioni». «I miei rapporti con i lobbisti sono tutti positivi – racconta Roberto Cassinelli, spesso a contatto con rappresentanti del mondo di internet – La loro presenza talvolta ci aiuta». A Montecitorio sono in molti a pensarla così. «Stiamo parlando di una categoria di lavoratori e professionisti – spiegava questa mattina il futurista Aldo Di Biagio – che hanno il pregio di spiegarci temi sui quali per forza di cose non possiamo essere sempre informati».

Tra i deputati più “sensibili” in commissione Attività produttive – almeno stando a quanto racconta un lobbista che frequenta spesso la Camera – ci sarebbe l’ex Pdl Fabio Gava, ora nel gruppo misto. «Non c’è nulla di male – dice Gava – I lobbisti chiedono un colloquio, li incontriamo e li ascoltiamo. Le cose vanno così da tempo». Perché allora lo scandalo di questi giorni? «Chissà – continua Gava – forse con il decreto liberalizzazioni qualcuno ha esagerato». E così la decisione dell’ufficio di presidenza del Senato finisce per lasciare qualche dubbio. «È pura demagogia – spiega Cassinelli – I lobbisti non potranno entrare al Senato, vuol dire che incontreranno i parlamentari qui fuori».

I tentativi di regolamentare la materia non sono affatto recenti. Negli ultimi giorni qualcuno ha ricordato l’impegno di Beniamino Andreatta alla fine degli anni Ottanta per limitare l’accesso in Senato ai lobbisti. O la discussione avviata – e mai conclusa – in commissione Affari costituzionali alla Camera nel 2005. Nella scorsa legislatura persino il governo aveva presentato un disegno di legge sull’argomento. Ci aveva lavorato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giulio Santagata. «Avevamo previsto un albo gestito dal Cnel – racconta oggi Santagata – Ogni lobbista iscritto avrebbe dovuto dichiarare per chi lavorava e con chi si confrontava. Quel progetto aveva superato anche il Consiglio dei ministri. Poi finì la legislatura e non se ne fece niente». Eppure le proposte di legge sull’argomento si sprecano. Uno degli ultimi progetti risale alla scorsa estate, lo ha presentato il deputato Pdl Bruno Murgia: «Disciplina dell’attività di rappresentanza di interessi». Sette mesi dopo,  la proposta di legge non è stata ancora assegnata in commissione. Paradossalmente sono le principali società di lobbying a voler risolvere la questione. «Il disinteresse è del Parlamento» racconta Santagata. «In questi casi – continua – più la politica riesce a tenersi le mani libere più è contenta».