Gogol’ e la follia della povertà, in scena a Milano “Diario di un pazzo”

Gogol’ e la follia della povertà, in scena a Milano “Diario di un pazzo”

«Il fatto è che sono povero, questo è il problema» confessa il protagonista di Diario di un pazzo, tratto dai racconti di Gogol’ trapiantati in una non precisata geografia campana. I riverberi e le frenesie, i vuoti a perdere del personaggio gogoliano, disperso sulle prospettive larghe e imponenti di San Pietroburgo, abitano ora un armadio stretto, come stretta è la vita che scorre attorno senza scampo. Quell’isolamento morboso e irrisolto prende parte alla rassegna Dentro l’anima russa, un progetto inaugurato lo scorso giugno dal Teatro Franco Parenti e mosso a indagare le letterature russe da Dostoevskij, Puškin, Tolstoj alle loro trasposizioni cinematografiche, proiettate in parallelo alle scene fino ad aprile.

E l’anima di Gogol’ resiste accanto alle altre in simmetrie fragili, trovando voce in un adattamento drammaturgico per la regia di Andrea Renzi, che insieme a Teatri Uniti ne ha presentato un primo studio nel 2009. Ne esce forte, manifesta, la volontà di non oscurare, ma rivisitare le molteplicità tenere e insieme agghiaccianti di un funzionario ministeriale alle dipendenze dell’immancabile direttore viziato. Quella tipica gerarchia di cariche tanto vicina all’Italia del secondo dopoguerra, con gli stessi guasti d’ambientazione asfittica replicati fino ad oggi.

L’impiegatuccio Papaleo, interpretato con intelligente e sensibile delirio controllato da Roberto De Francesco, non fa che temperare matite e scandire date che assomigliano ai calendari del post Rivoluzione francese. Muove gli occhi lentamente e non riconosce coordinate, cardini reali che non siano l’angusto abitacolo di un armadio dove può appendere il cappello e il cappotto consunto, e dove sembra esistere riparo da un ordine collaudato di gesti, ruoli e pregiudizi comuni.

Il suo racconto ostile e degradato dalla solitudine, si ripiega imperterrito su passaggi di osservazione che vanno da un subitaneo e ossessivo innamoramento per la figlia del direttore alla persuasione di poter scoprire di più sulla sua vita, convincendosi persino di aver rubato le lettere d’amore della cagnolina di lei. Così il linguaggio animale con i suoi codici e misteri, la sua inesplorabile esistenza assomiglia alla fluvialità incredibile e dolorosa di Papaleo, alla sua scalata impossibile verso un riconoscimento o rispetto qualsiasi che spezzi l’alienazione. Ma la risposta sociale è una condanna, un giudizio pencolante sulla sua natura di sottoposto chino dietro un muro-armadio per non mostrare gli abiti fuori moda, con la radiolina appesa e il calendario fisso sullo stesso giorno.

Per questo, Papaleo è sempre più certo che la congiura del caposezione sia una cospirazione di palazzo quando finisce per sentirsi investito della nuova carica di re di Spagna. Basta che sui quotidiani scorra la notizia del trono vacante che subito se ne impossessa con la esiziale convinzione che possa sanare tutto, che lo sguardo e l’esclusione schifata dei superiori possano tramutarsi all’istante in rispetto e riverenza. Ma è solo una lista di illusioni che si allunga e aggrava la sua posizione indegna: conviene chiudersi nell’armadio e riaprire dopo aver escogitato l’ennesimo tentativo di salvezza da quelle matite temperate, dai vagheggiamenti amorosi e da una specie di lotta di classe consumata in un cervello che pulsa all’eccesso.

E come è dannoso rovesciare gli eventi della storia a proprio piacimento, allo stesso modo le cure brutali propinate dai benpensanti sviscerano altro sperdimento. Papaleo grida alla madre di tornare in suo soccorso e sembra rinsavito, ma basta un accenno a una parte del corpo ben nota a Gogol’, il naso, perché il discorso si trasformi nuovamente in un’insistente parodia del potere cui il miserabile non avrà mai accesso. Eppure l’armadio è sempre lì, la dimora fissa, il guscio inalienabile che si apre a metà come a voler smascherare del tutto la follia latente. E tra le due ante c’è la schiena curva da tartaruga del pazzo con quel suo bizzarro strumento di voce che nessuno ascolta e attende, ma si vanta di gabbare e fare mero esecutore di ordini prima che escogiti un’altra identità di protezione. Una copia d’uomo che si rigenera pressoché all’infinito e senza rimedio, come gli echi di un copione che potrebbe sembrare in parte monco e affrettato sul finale, di fatto forse più predisposto a selezionare quel che in teatro torna come ripetizione necessaria, eco di parole e male incurabile.

da I racconti di San Pietroburgo – Le memorie di un pazzo 

di Nikolaj Gogol’
a cura di Andrea Renzi 
con Roberto De Francesco 
Teatro Franco Parenti – Via Pier Lombardo, 14 – Milano
Sala Tre
Orari spettacoli: mart – giov – ven – sab h. 20.45; merc h. 18.30;
21 febbraio – 4 marzo 2012
 

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