Per favore, non chiedete più alle celebrità di retwittarvi

Per favore, non chiedete più alle celebrità di retwittarvi

«Michelle, sono un tuo grande fan. Mi retwitti?». Di fronte a queste cose, il pensiero è solo uno: se la tecnologia può fare qualcosa, non è migliorare l’umanità. Sì, ogni tanto può capitare. Ma perfino Twitter, che pure avrebbe ispirato il crollo di regimi dittatoriali semi-secolari, soccombe di fronte allo sbarco in massa delle celebrità dello star-system italiano. Era un avamposto ancora poco esplorato, Twitter. Finché, qualche mese fa, sono arrivati alla spicciolata Massimo Boldi e Gerry Scotti. Seguiti da tanti altri nomi di peso: Emanuele Filiberto di Savoia, o di Melissa Satta. Ma anche Elisabetta Canalis, Giorgia Palmas, Nicole Minetti, Jovanotti, Fabio Volo. Tutti si sono trascinati dietro le loro legioni di fan. Ed è nata la (terribile) moda del “mi retwitti?”.

In Italia il fenomeno dei vip su Twitter, con tanto di retweet forse è una novità, ma in America è in voga già da anni. «In quel caso siamo di fronte a star di livello planetario come Lady Gaga, che ha 24 milioni di follower. Da noi tra i più seguiti c’è Fiorello, o Valentino Rossi», spiega a Linkiesta Marco Massarotto, di Hagakure, esperto di dinamiche del web e dei nuovi media. Ma perché è nato il retweet del vip? «Ai follower piace avere un contatto. Soprattutto quando capiscono che dietro, a scrivere i tweet, c’è davvero quella persona». Diventa quasi come toccare il proprio idolo che, in quel momento, legge quello che scrivono. Ha davvero a che fare con il fan. Non è un autografo, non è un saluto. È di più. «Una cosa che, per chi la chiede, fa piacere. Solo un tweet. Tutti la possono vedere, è immediata e pubblica. E di solito fa sì che altri, tra i followers della star, comincino a seguirti».

Insomma, 140 caratteri per il quarto d’ora di gloria warholiano in salsa nostrana. Poi, dopo aver brillato della luce riflessa di Alfonso Signorini, ad esempio, o di Claudio Cecchetto (ma anche di Elena Santarelli) si ritorna nella massa grigia. A seguire da lontano la vita dei vip e, si spera, a occuparsi anche della propria. Eppure non finisce qui. Con il rewteet si può fare molto più che nutrire il narcisismo un po’ coatto dei fan: si può anche fare del bene alle persone. Possibile? «Sì. Negli Stati Uniti, Eva Longoria due anni fa ha messo all’asta la sua possibilità di followare qualcuno. Tu vinci? Io ti seguo. Altri grandi personaggi dello sport o del cinema hanno fatto la stessa cosa, mettendo in palio un loro rewteet», spiega Massarotto. Il ricavato dell’asta andava in beneficenza ad Haiti. Un incentivo in più oltre al fatto di poter dire – e mostrare – agli amici che Eva Longoria ti sta seguendo.

Non è strano. «Nel contesto di un social netwok asimettrico come Twitter, il rapporto fan e star non può che seguire questa dinamica». Cioè: uno può seguire Michelle Hunziker per sapere cosa scrive. Ma a lei può non importare nulla di quello che scrive questa persona, e non seguirlo. «In questo Twitter è del tutto diverso da Facebook». Anche perché su Twitter «è possibile scambiarsi messaggi privati solo se entrambi si seguono in modo reciproco». Queste due cose spiegano un altro fenomeno: il fatto che i vip, pur avendo migliaia di follower, seguono solo poche persone. Per fare un esempio, Fabio Volo segue solo 66 persone, mentre i suoi follower sono quasi 234.000. Così anche Alfonso Signorini, che ne segue 171 contro 187.000. Comunicazione dall’alto? Autopromozione? Forse. Però c’è anche chi lo sa usare in senso comunitario. «Fiorello è bravo. Ha un istinto da animatore, o da community manager. Ha saputo creare un gruppo coeso di fan che lo segue e con il quale interagisce bene», spiega Massarotto.

E se Twitter permette di sapere quello che fa un vip in ogni momento, vederne le foto e sapere dov’è, allora «è meglio di un reality». Sì, perché «il reality è falso. Questo no. C’è un tipo di voyeurismo diverso», conclude Massarotto. E così, visto da qui, il retweet sembra diventare qualcosa di più: un piccolo blitz nel reality quotidiano delle star, un ingresso veloce nel mondo che si osserva dallo spioncino. «Mi retwitti?» diventa allora l’impressione (ma anche la verità) di una comparsata nella vita di Fabio Volo, un cameo in quella di Alessia Fabiani, un passaggio in quella di Emanuele Filiberto di Savoia. E, pur pagando in termini di dignità e reputazione, chiedere il retweet è anche vivere, per un istante, nella vita di migliaia di altre persone. Ansia di immortalità? Be’, forse non sempre. Se si chiede un retweet a Fabio Volo, vuol dire che, in generale, ci si accontenta anche con meno.