La Regione Lazio lancia il boicottaggio dei prodotti made in China

La Regione Lazio lancia il boicottaggio dei prodotti made in China

La Regione Lazio sfida Pechino. Per denunciare le violenze in Tibet, ieri il Consiglio regionale ha deciso di boicottare le merci cinesi. Stop all’approvvigionamento di tutti i prodotti realizzati nella Repubblica Popolare. Una presa di posizione forte, che ora rischia di creare un incidente diplomatico con il governo del paese orientale.

Per dichiarare guerra alla Cina è bastato un emendamento. Un’appendice alla mozione presentata da una trentina di consiglieri di diversi gruppi – su tutti Rocco Berardo della Lista Bonino e Isabella Rauti del Pdl – per denunciare la «drammatica situazione del Tibet». La mozione, frutto dell’impegno dei Radicali, è già stata depositata presso tutti i consigli regionali italiani («Finora l’hanno votata in sei – raccontano dal partito di Pannella – ma presto ne discuteranno altre assemblee»). Dopo l’approvazione di ieri la Giunta Polverini dovrà «invitare le autorità cinesi a porre fine al sostegno di politiche che minacciano la lingua, la cultura, la religione, il patrimonio e l’ambiente del Tibet». Non solo. ll documento impegna il presidente della Regione Lazio a chiedere alle autorità cinesi di fornire informazioni dettagliate sulle condizioni dei monaci arrestati negli ultimi mesi in diversi monasteri tibetani. Il primo, simbolico, onere già la prossima settimana. Quando in occasione del 53° anniversario dell’insurrezione di Lhasa sarà fatta sventolare sulla sede della Giunta la bandiera del Tibet.

Un impegno politico forte. Ma forse non sufficiente. E così il consigliere Pdl Ernesto Irmici ha deciso di depositare un emendamento al testo per sospendere «l’approvvigionamento di prodotti realizzati nella Repubblica Popolare Cinese ovvero realizzati con materie prime proveniente dalla Cina». Un boicottaggio mica di ridere. Stando a quanto hanno votato i consiglieri regionali lo stop ai prodotti cinesi dovrà interessare tutti gli uffici regionali, le agenzie regionali, gli enti pubblici dipendenti e le società private a partecipazione regionale. «La mozione è assolutamente necessaria – ha spiegato Irmici in Consiglio – Non possiamo abbandonare un popolo orgoglioso come quello tibetano al massacro che ormai si va perpetrando da molti decenni. Ma è una mozione che non fa tremare Pechino. È una campana senza batacchio». Ecco il perché di un intervento forte, sicuramente scomodo, in grado di «far sentire la nostra voce fino in Cina».

Tutti d’accordo in Consiglio regionale. O quasi. Gli unici due consiglieri che si sono opposti al progetto sono i rappresentanti della Federazione di Sinistra. «Un emendamento becero – si sfoga al telefono il consigliere Fabio Nobile – Una cosa ridicola che non tiene conto del contesto internazionale in cui viviamo. E che ora avrà pesanti ripercussioni diplomatiche». «Noi stessi siamo rimasti sorpresi – raccontano i radicali – Per carità, siamo da sempre in lotta per i diritti umani e per questo favorevoli a rompere i rapporti con la Cina. Ma non ci saremmo mai aspettati che una proposta del genere venisse dal Pdl». E il governo regionale? A quanto racconta chi era presente, ha preferito non prendere posizione. Il rappresentante della Giunta Polverini si sarebbe limitato a rimettersi al parere dell’Aula.

Intanto alla Pisana qualcuno già ragiona sulla fattibilità del progetto. Senza prodotti fabbricati in Cina gli uffici della Regione Lazio rischiano di dire addio a telefoni cellulari, iPad e buona parte della tecnologia moderna. «Se è per questo – ride Nobile – si rischia di fare a meno anche delle mutande». Nella maggioranza qualcuno non è d’accordo. «Tutti gli oggetti assemblati in Cina si producono anche da noi, nel mondo occidentale» racconta un consigliere Pdl. Anzi, a sentire i berlusconiani del Lazio l’iniziativa potrebbe persino dare una mano alla nostra economia: «Perché no – continua il consigliere – Questa protesta è anche un modo per aiutare il Made in Italy».

Intanto il boicottaggio delle merci cinesi rischia di passare sotto silenzio. Tra gli organi di informazione solo pochi hanno dato la notizia. Curioso il caso del quotidiano Il Messaggero. In alcune edizioni del giornale di questa mattina la storia della «mozione choc» fa bella mostra nelle pagine della cronaca locale. In altre manca del tutto (al suo posto una grande fotografia di alcuni stranieri in fila alle Poste). Mistero sulla tempistica: l’articolo è stato infilato all’ultimo momento o qualcuno lo ha eliminato in extremis? 

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