La Rete del futuro sarà sempre più semplice, ma più chiusa

La Rete del futuro sarà sempre più semplice, ma più chiusa

Il web non è morto. E non lo sarà nemmeno nel 2020. Tuttavia Chris Anderson non aveva sbagliato di molto quando, nel 2010, ne stese su Wired un prematuro coccodrillo. Perché la Rete da qui alla fine del decennio cambierà profondamente volto, finendo per ricordare solo alla lontana quella aperta, navigabile via browser e accessibile tramite desktop, tastiera e mouse che oggi conosciamo. Al punto che gli stessi strumenti attuali di navigazione potrebbero scomparire. E che la differenza tra il world wide web creato agli inizi degli anni 90 da Tim Berners Lee e il “giardino recintato” delle applicazioni su Apple Store e Google Play, il successore dell’Android Market, non sarà nemmeno più apprezzabile.

Certo, prevedere il futuro – specie quando corre alla velocità di un tweet – è impresa ardua, se non del tutto vana. Ma se a provarci sono oltre mille tra i principali esperti di Internet (giornalisti, docenti, responsabili dell’architettura della Rete), difficile derubricare gli sforzi a mere profezie. A maggior ragione se a raccoglierle è uno studio appena pubblicato da due prestigiose istituzioni accademiche: l’Internet & American Life Project del Pew Research Center e l’Imagining Internet Center dell’Università di Elon. E se i problemi sollevati sono concreti, ma senza risposta. I risultati, ottenuti tramite questionari online in cui gli interpellati hanno dovuto prima indicare una preferenza tra due posizioni contrapposte e poi motivarne la scelta, sono contrastanti: da un lato la speranza – maggioritaria – che l’open web sopravviva; dall’altro la consapevolezza che i dati descrivono una redistribuzione del traffico e delle attività online che già oggi sembra intonare un de profundis.

Numeri impietosi, confermati da una recentissima analisi di Flurry: 40 miliardi di applicazioni scaricate su device della Mela o Android; utenti che trascorrono un’ora e mezzo al giorno sulle app – contro i 72 minuti sul web; tassi di crescita per il mobile computing, regno delle applicazioni, che stanno «sorpassando sia la rivoluzione del PC degli anni 80 che il boom di Internet dei 90», e sono comunque di quattro volte superiori a quella dei computer tradizionali. Risultato? Secondo Cisco, nel 2016 le connessioni via smartphone saranno 50 volte quelle attuali. Ma non siamo di fronte soltanto a «uno dei più rapidi mutamenti delle abitudini di consumo degli ultimi 40 anni», come scrive l’analisi di Flurry. Le conseguenze sono realissime. E non tutte puramente filosofiche.

Più applicazioni, infatti, significa meno libertà di azione. Le app sono sistemi «chiusi e proprietari», ricorda nel rapporto steso dai ricercatori Janna Quitney Anderson e Lee Rainie la ex consulente tecnologica della Casa Bianca, Susan Crawford. «Esperienze ripulite», insomma, di qualsiasi guizzo creativo individuale. Male per chi immaginava Internet come il luogo dove il conformismo e l’omologazione, per non dire il potere, non avrebbero potuto ottenere cittadinanza. Ma bene per le aziende, che vedono nella ‘appification’ un modo per facilitare la «monetizzazione» dei loro servizi online. E la incentivano.

Certo, a questo modo «si sottrae ai cittadini l’abilità di creare e controllare il loro ambiente tecnologico», commenta nello studio il docente dell’Università della California-Davis, Jessie Drew. Eppure basta ricordare, come ha fatto il Boston Consulting Group pochi giorni fa, che la Internet economy nel 2016 varrà 4,2 trilioni di dollari nei soli paesi del G20 (se fosse uno Stato, la Rete sarebbe la quinta economia mondiale) per comprendere quanto le implicazioni concettuali rischino di essere lasciate fuori dalla porta. Così che «il web finirà per ricordare un segmento di mercato all’interno della ‘app economy’, più che il contrario», ha profetizzato l’analista tecnologico Jeffrey Alexander.

Alcuni non pensano che l’esito dello scontro sia la vittoria di uno dei due contendenti, ma una loro fusione in qualcosa di nuovo e diverso, di cui oggi possiamo solo intuire i contorni. Gli esperti ricordano infatti che l’implementazione di protocolli come l’HTML5 favoriranno lo sviluppo di pagine web sempre più simili ad applicazioni. Il punto è capire «se gli utenti le percepiranno come parte del web», sottolinea Alexandra Samuel della Emily Carr University. Una questione fondamentale dato che è opinione diffusa – scrive il rapporto – che sarà proprio la percezione dei consumatori a decidere come cambierà la Rete, a partire dal mantenimento del principio della ‘net neutrality’. E, aggiunge Samuel, «è difficile capire come potranno sentirsi attaccate al web persone cresciute o vissute dietro al ‘muro’ delle app». O su Facebook, chiamato da un interpellato «l’anti-Internet».

Tra gli argomenti in favore delle applicazioni il rapporto cita il fatto che la loro adozione «viene incontro ai bisogni umani». «La facilità di utilizzo vince sempre», commenta il consulente tecnologico Fred Hapgood. Tanto più che «alle persone non è mai interessata la contrapposizione tra web e app», aggiunge il co-fondatore di geniusrocket.com Mark Walsh: «vogliono cose gratis, intrattenimento e servizi sui device che utilizzano». Ragioni che portano il direttore artistico del centro Ideas for Creative Exploration dell’università della Georgia Mark Callahan a concludere che «l’idea di un open web esisterà come una nozione di altri tempi nel 2020». Poco più di un pensiero nostalgico su «uno svanito desiderio di utopia», che porterà con sé – nel giro di cinque-sette anni – il declino perfino dei browser.

Ma un argomento altrettanto forte impone di resistere al cambiamento. A riassumerlo è il venture capitalist Richard Titus: «Il web è scoperta, anche casuale; è scoprire qualcosa che non stavi cercando», scrive rispondendo al questionario dei ricercatori. «Perdere questo aspetto significherebbe fare un passo indietro nel progresso dell’intelletto umano, l’equivalente di bruciare un libro digitale». Il miliardo di utenti che, entro la fine del 2012, sarà in possesso di device mobili basati su iOs e Android è avvisato: «la semplicità ha un prezzo», scrivono gli autori. E, al momento, i costi superano i benefici.  

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