Ma finanza e democrazia quanto sono compatibili?

Ma finanza e democrazia quanto sono compatibili?

Trasmissione Porta a Porta in data ignota, ma prima della crisi. Arriva un signore elegante, che non sappiamo chi sia, che con fare deciso spiega delle cose serie e gravi. Mostra velocemente dei grafici e delle tabelle, ma senza entrare troppo nei dettagli. Inizia affermando che il debito pubblico italiano è vulnerabile in caso di crisi. Infatti a) è facile che la liquidità evapori dall’Italia, perché si passa da un debito all’altro dei paesi dell’area euro, senza passare dal mercato dei cambi, b) il nostro debito per quasi il 40% è nelle mani di pochi privati esteri, che possono venderlo velocemente e facilmente. Tanto più il debito è sotto pressione, tanto più alto è il prezzo politico da pagare, perché si debbono fare delle scelte forti e tempestive di correzione dei conti pubblici.

Poi, dopo una meditata pausa, prosegue affermando che le cose da fare sono ovvie: va ridisegnato il sistema delle pensioni, così come molte cose del mercato del lavoro vanno riviste. Gli spettatori non capiscono di che cosa si parli – lo spread non era ancora diventato il tormento quotidiano. Gli altri ospiti della trasmissione lo osservano divertiti con un misto di indifferenza e ironia: l’ennesimo «profeta di sventura». Il giorno dopo su alcuni quotidiani escono degli articoli fumosi, che contestano quanto detto dal signore elegante. Chi afferma che, invece, va tagliato lo spreco dei politici – stipendi, automobili – e non le pensioni. Chi afferma che, invece, tutto va bene, perché i conti sono blindati. Il signore elegante ha i suoi quindici minuti di gloria e viene presto dimenticato.

Trasmissione Porta a Porta in data ignota, ma dopo la crisi. Arriva di nuovo il signore elegante, quello che era stato dimenticato, e che non sappiamo ancora chi sia. Con fare deciso riafferma le cose già dette. Poi, sempre dopo una meditata pausa, prosegue riaffermando che alcune delle cose da fare sono del tutto ovvie e che ora vanno fatte. Sappiamo che va ridisegnato il sistema delle pensioni, così come sappiamo che molte delle cose del mercato del lavoro vanno riviste. Gli spettatori questa volta – grazie al martellamento dello spread – più o meno capiscono di che cosa parli. Gli altri ospiti della trasmissione lo guardano rapiti. Il giorno dopo su alcuni quotidiani escono degli articoli sempre fumosi, che condividono quanto detto. Alcuni politici dicono che era ora, anzi che si doveva agire ben prima. Il signore elegante diventa il Demiurgo. Fra la trasmissione televisiva prima e dopo la crisi che cosa è cambiato? Abbiamo ai tempi della prima trasmissione e della seconda gli stessi problemi di fondo, e lo stesso regime democratico. La differenza è nella percezione del problema. Se il problema è percepito e condiviso, allora si può agire, altrimenti no. Le crisi non sono evitabili agendo in anticipo, si può agire sempre dopo che si sono manifestate.

2. Perché non si agisce mai per tempo? Innanzitutto, perché la crisi la si può avere, come non avere. Non avendo una previsione con una probabilità di manifestarsi prossima al 100%, si fa fatica a convincere gli altri, non essendo per definizione convinti al 100% nemmeno noi stessi. Una probabilità che è inferiore al 100% spinge sempre a lasciare le cose (se sono intricate) come stanno. Conosco pochissime persone che abbiano lasciato il partner senza averne pronto un altro: si prendono le decisioni private, che hanno bisogno di un consenso modesto, solo con una probabilità prossima al 100%. Figurarsi quelle pubbliche. Agire per tempo diventa quindi molto difficile se non impossibile se a) non si hanno previsioni certe, e se b) in democrazia si deve avere il consenso per agire. Dunque l’inconoscibilità del futuro è l’origine dell’inazione. Nessuno avrebbe varato la parte finale della riforma delle pensioni iniziata da Dini, portando il sistema a contribuzione piena nel 2007 – immaginando l’arrivo della crisi. Un anno prima con Prodi, per chiarire il punto, la riforma delle pensioni era stata in parte fermata.

Non è solo il sistema politico a essere incapace di agire sulle previsioni, ma anche l’industria finanziaria. Le Borse toccarono, infatti, il massimo alla fine del 2007, convinte che la great moderation (ossia la crescita forte senza inflazione) sarebbe continuata. Insomma, il futuro lo conoscono (forse) gli dei (se esistono). Eppoi le previsioni sono un misto di direzione e di tempistica. La direzione potrebbe essere giusta, e la tempistica sbagliata. Un esempio crudo. La direzione. Quando nasce l’Unione Sovietica in molti dicono che un’economia pianificata non può avere un futuro, perché non è in grado di misurare, attraverso i prezzi, la scarsità delle risorse. La tempistica. Ma questo è accaduto dopo settant’anni. Nel frattempo, se nulla fosse stato fatto aspettando la caduta dell’Urss, quest’ultima avrebbe potuto invadere l’Europa e mettere a tacere il problema del calcolo delle scarsità. E dunque non sarebbe caduta, oppure sarebbe caduta ancora più in là. Il «filosofo» avrebbe potuto continuare a dire che sarebbe caduta, ma il «generale», anche condividendo la previsione, avrebbe chiesto più armi. E avrebbe avuto ragione il «generale». La crisi del debito italiano poteva essere prevista, ma poteva accadere anche dopo il 2011. E dunque un’azione volta a prevenirla avrebbe potuto girare a vuoto per anni.

La copertina dell’ultimo numero di Limes

3. La crisi ha posto l’industria finanziaria in una luce negativa. Sono emerse le vecchie idee che la politica, rappresentando l’Interesse Generale, che è Sovrano, debba comandare la finanza. Invece oggigiorno la finanza, rappresentando un Interesse Particolare, ha spinto la politica ad adeguarsi. A proposito della politica come agente dell’interesse generale. Negli anni Settanta, quando la politica comandava e la finanza (da intendere come potere autonomo, o contropotere) non c’era, si è avuto un gran tasso di inflazione che ha bruciato parte del risparmio finanziario delle famiglie. Il debito pubblico, se non fosse stato sottoscritto interamente dai privati, era sottoscritto fino al 1981 per la parte residua dalla Banca d’Italia. Inoltre, i salari crescevano più della produttività, e la lira andava svalutata frequentemente per tenere il passo.

I costi del consenso politico – all’epoca legato all’allargamento dello Stato sociale – erano occultati da un rendimento del debito pubblico inferiore a quello che si sarebbe avuto se la Banca centrale non fosse intervenuta, e se ci fossero stati dei mercati finanziari che avessero sottoscritto le obbligazioni con rendimenti superiori al tasso di inflazione. Insomma, la politica lasciata senza contropoteri di varia natura, fra cui quelli finanziari, non è monda da danni. Si immagini la soddisfazione di quelli che negli anni Settanta hanno visto liquefarsi i propri risparmi investiti nel debito pubblico nel sapere che allora c’era la Sovranità Nazionale. È che si pensa (sottotraccia) ancora con categorie come la Classe e la Nazione. Secondo questo modo di ragionare la finanza per (una sua non definita) natura abbatte il tenore di vita delle classi deboli, mentre riduce il potere della nazione che, sotto il tallone della finanza, è costretta a taglieggiarle. Le Classi Deboli sono evocate per polemizzare contro i Poteri Forti. I Poteri Forti negli anni Trenta erano quelli giudo-pluto-massonici. Oggi non si osa più dire giudo, ma restano i plutocrati e i massoni. Perché le classi deboli? Le classi deboli non hanno titoli di Stato né azioni, quindi non possono perdere in modo diretto durante una crisi finanziaria. Possono perciò perdere solo indirettamente, se si ha una crisi occupazionale e se le riforme dello Stato sociale ne riducono il tenore di vita.

Partendo dal presupposto che la finanza spinga in un modo o nell’altro sempre alla «macelleria sociale », ecco che i Poveri sono difesi dai politici sensibili contro i Potenti. L’argomento è complesso e spinoso. Le classi deboli nei periodi di espansione alzano il proprio tenore di vita. In parte perché l’economia cresce, in parte perché si hanno dei trasferimenti dai settori più produttivi a quelli che lo sono meno, attraverso uno Stato sociale divenuto più generoso. Arriva la crisi e le cose girano al contrario. I trasferimenti sono meno generosi e i lavori a minor produttività sono i primi a essere eliminati. La vicenda greca è emblematica. Fino a quando i disavanzi commerciali della Grecia erano finanziati, anche i greci poveri hanno potuto alzare il proprio tenore di vita. Quando i crediti verso la Grecia sono diventati troppi e dunque quando non si è più potuto avere accesso al finanziamento facile, ecco che il tenore di vita dei greci è stato abbattuto. Le pensioni erano cresciute ben oltre la possibilità di pagarle nel lungo termine, e la produttività di una parte cospicua dell’economia era bassa. Domanda antipatica. Perché in Olanda nessuno si lamenta della finanza? Eppure hanno uno Stato sociale sviluppato. Risposta antipatica. Hanno «i conti in ordine».

4. Se per democrazia intendiamo la possibilità di concorrere al governo senza spargimento di sangue, ossia, se per democrazia intendiamo il cambiamento incruento delle élite, allora la finanza non attenta alla democrazia. La finanza, infatti, si è sempre sviluppata nei paesi democratici. (Chi dissente, citi un caso diverso). La finanza si sviluppa nei paesi democratici e può anche investire (solitamente poco come percentuale dei portafogli) in quelli non democratici. Perché la finanza si sviluppa nei paesi democratici? Per tre sue caratteristiche: a) investe dove la produttività è alta e dunque dove si può remunerare il capitale, e la produttività è più alta nei paesi democratici; b) vanno garantiti i diritti di proprietà, ossia deve esserci «certezza del diritto», che si ha solo nei paesi democratici; c) la finanza è composta da molti soggetti che si muovono abbastanza indipendentemente l’uno dall’altro, e dunque è incompatibile con l’economia pianificata. Segue che se per democrazia intendiamo che le eguaglianze formali (libertà) non bastano, perché quelle vere sono sostanziali (eguaglianza), allora la finanza attenta alla democrazia, perché non accetta di investire dove si ha una bassa produttività e una modesta certezza del diritto.

5. Viene alla fine il sospetto che le cose in Italia si possano fare solo se si ha un potente vincolo esterno. Vent’anni fa: l’Europa vuole che si abbia una dinamica salariale in linea con la produttività. Se lo vuole l’Europa, allora va bene… Oggigiorno: un sistema pensionistico equilibrato è quello che ci salverà dalla catastrofe finanziaria. Se è per evitare la catastrofe, allora va bene… La colpa è sempre del Padre, e si resta un mondo di Figli che ne eseguono la volontà tirannica. La Libertà però sono i Figli che si ribellano al Padre, e che accettano liberamente le riforme, perché è giusto così. Se si agisce perché è giusto così, si ha anche la Sovranità Nazionale.