Se ne sono andati (anche l’aristocratica partigiana)

Se ne sono andati (anche l’aristocratica partigiana)

Monique Corblet de Fallerans

(1923 – 15 aprile 2012)

Nobildonna francese di 89 anni, ricordata «pour des faits de résistance» ai tedeschi, con conseguente deportazione nel campo di Ravensbrück. Pochi giorni fa, il 25 Aprile italiano ha giustamente combaciato, come ogni anno, con un giorno di festa. Storicamente, con la nostra Liberazione per eccellenza: dal fascismo e dall’occupazione nazista. Strutturalmente complementari. Ricordando altre liberazioni europee – qui i “faits de resistance” in Normandia di Monique de Fallerance – l’evidenza dei fatti risulta chiara come una decalcomania emersa: quelle lotte (e quelle morti) hanno riguardato persone diverse, socialmente e politicamente. Una società più che civile, e molto coraggiosa. Che rischiava il peggio, sapendolo, e che ci ha spesso rimesso la vita. A centinaia di migliaia di uomini e donne. Diversi.

Utile puntualizzarlo, tanto più oggi: continua a tenere la moda, pelosa, della “guerra civile” (usata come categoria livellatoria, e indecente), insieme a un tipo preciso di propaganda, calcata su uno dei caratteri (rosso) di quelle lotte di liberazione. Un modo di raccontare variamente falso, in particolare nella Francia di quei giorni e di quei mesi: la scena dell’arresto di Monique potrebbe essere un episodio del “Giorno più lungo”, uno dei film-monumento (1962) sulla liberazione d’Europa.

Siamo nel giugno del 1944, nei giorni dello sbarco alleato, e nel castello normanno di Audrieu: lo occupa la 12esima Divisione blindata delle SS Hitlerjugend, che fucila, nel parco, una ventina di soldati canadesi prigionieri. Il castello appartiene, da secoli, alla famiglia Livry-Level, e Philippe, il proprietario, ha raggiunto le forze della Francia Libera, in Inghilterra, e si arruola nella Raf. Diventerà uno dei piloti francesi più decorati, con undici citazioni al valore.

Monique è sua figlia (Corblet de Fallerans sarà il cognome del marito), ha 21 anni, e ai primi di luglio lascia il castello, dopo aver attraversato le linee tedesche. Raggiunge le forze angloamericane che avanzano, diventando, in pochi giorni, una staffetta e una fonte di informazioni su tutto quello che ha visto e ascoltato a casa sua. Scene di ferocia fuorilegge – la fucilazione di prigionieri di guerra – ma anche particolari di conversazioni fra militari: movimenti previsti della Divisione, decisioni strategiche in quella specifica zona della Normandia, eccetera. Per dodici giorni, va dagli alleati e poi torna a Audran. E nelle cittadine vicine, tutte ancora occupate dall’esercito nazista. E poi ripassa oltre le linee con le notizie che ha raccolto. E con quello che vede, e riesce a farsi raccontare con una meditata, e naturale, noncuranza.

Una ragazza tanto privilegiata, quanto impavida: a 80 anni passati, i francesi la decoreranno con la Legion d’Onore e la Croce di Guerra 1939-1945, dopo che da Londra aveva già ricevuto la “King’s Medal for Courage”. La arrestano a Caen il 12 luglio 1944 (probabilmente per una soffiata entro le mura del castello), ma la Gestapo sceglie di non fucilarla, ma di mandarla nel campo di Ravensbrück, con l’ultimo treno di deportati, che parte da Compiègne il 17 agosto 1944.

Fino all’aprile del 1945, la sua vita coincide con una sopravvivenza sempre al limite: lavoro forzato in vari campi – quello di Torgau, per esempio, seguito a Ravensbrueck – e la fuga, durante una delle “marce della morte”, organizzate dai nazisti, dopo l’abbandono dei campi, di fronte all’avanzata dell’Armata Rossa.

Ha raccontato se stessa in lotta in un Voyage nocturne au bout du parc, d’Audrieu à Ravensbrück: cioè in un libro che ha questo titolo, pubblicato nel 1994. Ha scritto di essere stata «una delle prime donne francesi liberate dagli Alleati sul fronte della Normandia, e una delle ultime donne francesi liberate dai russi in Germania». Tracciando, attraverso quella sua doppia liberazione, l’unico tipo di “memoria condivisa” accettabile. Anche, e soprattutto, a distanza di quasi 70 anni. 


Portrait de Monique Corblet di france3bassenormandie_845

George Arthur Cowan

(15 febbraio 1920 – 20 aprile 2012)

Chimico atomico americano, un numero due, o tre, ma importante, nella messa a punto della bomba nucleare. Era di Worcester, Massachusetts, ma Los Alamos, nel New Mexico, sarebbe stata la città base della sua vita: lì la prima atomica è stata concepita e testata, sotto il nome di “Manhattan Project”. E lì Cowan è morto, dopo aver anche fondato – 50 anni fa – una banca locale. Uno scienziato versatile – è stato anche tesoriere della Santa Fe Opera – con idee molto personali, e consultato da diversi presidenti, alla Casa Bianca.

Al repubblicano Ronald Reagan ha detto quello che pensava del progetto “guerre stellari”: e cioè che, secondo lui, non funzionava. Eppure era stato convocato – sostanzialmente per approvare il “missile defense system” degli anni Ottanta – insieme a Edward Teller, lo scienziato di origine magiara, uno dei demiurghi della prima atomica, che invece era entusiasta di quel deterrente galattico.

Trent’anni prima, Harry S. Truman – il presidente democratico che aveva fatto sganciare le due prime bombe sul Giappone – aveva deciso che Cowan doveva far parte di un gruppo di tecnici molto importante per mettere a punto un’indagine e poi un marchingegno fondamentali: la bomba all’idrogeno, in adeguata risposta ai sovietici sul piano della superiorità e della potenza in piena guerra fredda.

Il 29 agosto 1949, Mosca era entrata nella lizza facendo detonare il suo primo ordigno nelle piane dell’Asia centrale, e proprio Cowan era stato l’esperto chimico chiamato a captare – dal Los Alamos National Laboratory – gli alti livelli radioattivi che emanavano dal territorio dell’Urss.

Poco incline a visioni metafisiche o simboliche – di cui la bomba e i suoi Stranamore possono essere i veicoli – George Cowan puntava alla laicità del ragionamento e dei risultati: lo sviluppo degli «ordigni nucleari contribuivano al progresso scientifico, anche attraverso la creazione di 15 nuovi isotopi». Quelli che, appunto, caratterizzavano la bomba all’idrogeno.

Quanto alla gara col nemico sovietico, concordava, anche aggiungendo un po’d’ironia, con Hans Bethe, il grande fisico tedesco-americano (e poi Premio Nobel), capogruppo di quei tecnici scelti da Truman: «È arrivato il momento di stendere la nostra relazione: può essere un lungo documento su tutto quello che non sappiamo, o uno breve su quello che conosciamo». Nel 1938, la fissione dell’uranio era ancora un territorio di frontiera, ma Cowan – diciottenne e studente al Worcester Polytechnic Institute – pensava già che la bomba fosse possibile, e, attraverso qualche passaggio, arrivava a farsi ascoltare da Eugene Wigner, altro grande fisico teorico, di Budapest, ma stabilmente trapiantato a Princeton.

Wigner era dentro alla “cosa” praticamente, faceva esperimenti di laboratorio sulla struttura dell’atomo, per i quali il rifornimento di uranio era necessario e continuo. Accadde allora che Cowan, grazie alle sue convinzioni, fu incaricato di fare il corriere: avrebbe trasportato un chilo di uranio a Princeton su una cabriolet guidata da un collega. Il tutto, protetto da una spessa guaina di ghiaccio secco. Un viaggio decisamente ansioso e eccitante, ma anche un passaggio verso gli scatti di carriera.

Perché Cowan, inglobato nel Progetto Manhattan, avrebbe partecipato al primo esperimento di reazione nucleare della Storia (2 dicembre 1942, all’Università di Chiocago), e poi, a Los Alamos, avrebbe aiutato i “grandi” – Fermi, Oppenheimer, Teller, Szilard – a inventariare le scorte di plutonio, e, infine, a Bikini – il celebre atollo – sarebbe stato anche lui abbacinato (con le ovvie protezioni) dai primi test nucleari fatti detonare su un pezzo di Terra. Era, allora, scapolo (si sarebbe sposato con una collega, chimica, e atomica, nel 1946), e da, vecchio, dichiarava che quella condizione gli permetteva molta libertà di spostamento in tutti quei siti. Una visione, e un vezzo, innocenti, per un giovanotto del nuovo mondo che stava dando una mano a mettere in piedi un mondo nuovo. Pericolosissimo e deterrente per definizione.