Perché la nazionale di pallanuoto si chiama settebello

Perché la nazionale di pallanuoto si chiama settebello

Quelli della Rari Nantes Napoli giravano il mondo in treno e passavano il tempo a giocare a scopa sempre a caccia del sette di denari. “Guardi, ci chiami così, Settebello”. Gildo Arena, uno degli eroi della Nazionale che vinse l’oro a Londra 1948, scomparso in un pensionato con una misera pensione che versava interamente all’ospizio in attesa dei sussidi della legge Bacchelli tante volte promessi e mai arrivati, rispose così a Nicolò Carosio. Il giornalista radiofonico doveva raccontarli per radio ed il nome settebello gli parve il più appropriato.

Sono passati più di sessant’anni ma il settebello è sempre la pallanuoto italiana, quella che può arrivare undicesima ai mondiali di Roma 2009, oppure nel giro di due anni risorgere dalle proprie ceneri, vincere il mondiale di Shanghai 2011 e poi l’argento alle Olimpiadi Londra 2012, vent’anni dopo la splendida vittoria di Barcellona ’92. Un trait d’union, allora come adesso: Sandro Campagna. A Barcellona il tecnico era in vasca con Rudic a fare da allenatore.

Oggi il siracusano amico di Zeman conosciuto sulla spiaggia di Mondello, con lo zio Vycpalek che voleva portarlo a Torino a giocare nella Juve, si dimostra ancora di più un re mida della pallanuoto mondiale. È andato in Grecia a far grande una nazionale che non aveva tradizioni, è tornato in Italia per fare del settebrutto un settebello che poteva diventare settebellissimo. Ratko Rudic il suo maestro. Lo è stato, lo è, e lo sarà. Dopo i due ori con la Jugoslavia, quello con l’Italia nel ’92 e con la Croazia del 2012, per lui è il quarto oro olimpico. «La nostra amicizia resterà scolpita nella pietra anche dopo, di questo sono sicuro. Ratko mi ha aiutato molto. Sono stato suo giocatore, poi suo assistente. Mi ricordo che lo stavo ad ascoltare per ore, senza dire una sola parola. E la notte studiavo per farmi trovare pronto alla riunione del mattino e dargli informazioni importanti».

L’Italia londinese è una nazionale globalizzata. Gli oriundi chiamati a Londra sono 5. Georgetti è nato a Budapest da padre italiano e madre ungherese e non ha giocato per altri paesi. Idem il croato Fiorentini. Nato a Spalato nell’84, figlio di Branko (ex nazionale jugoslavo) e di Goran, pallanuotista pure lui. Al momento di scegliere tra Italia e Croazia, Deni non ha avuto dubbi. Premus ha nonno italiano, è nato a Fiume nel 1981, e un’Olimpiade con la calottina croata. Figlioli nasce in Brasile e cambia passaporto due volte: prima australiano, poi italiano. Perez cubano di nascita, calabrese per amore è il vanto di Cosenza.

Poi ci sono gli italiani: il romano Gitto, il bello del gruppo passato alle cronache anche per il suo sex appeal, il veneziano Christian Presciutti che si diletta con il bricolage tra un allenamento e l’altro, i siracusani Gallo e Giacoppo, i liguri Aicardi, Felugo e Pastorino. È una nazionale a caccia di una squadra di club. Il Recco, dopo aver dominato nelle ultime stagioni sportive è imploso. Il suo patron, Volpi ha annunciato un fortissimo ridimensionamento e sono ben otto (su 13) i pallanotisti che arrivano da quella formazione che ora non si sa che fine farà.

Per la prima volta non ci sono campani di nascita. Due d’adozione, Valentino Gallo, nato a Siracusa ma maturato al Posillipo e il compagno di squadra Perez. E infine è la nazionale del portiere più forte del mondo, Stefano Tempesti, l’unico toscano del gruppo, nato a Prato 33 anni fa. Venne convocato per la prima volta a Sydney proprio grazie a Campagna. Quattro olimpiadi per lui: quinto, ottavo e nono posto. Un po’ poco per una stella della pallanuoto mondiale. È arrivato l’argento.

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