Se ne sono andati (anche il generale-eroe che la Primavera di Praga ignorò)

Se ne sono andati (anche il generale-eroe che la Primavera di Praga ignorò)

TOMAS SEDLACEK
(8 gennaio 1918 – 27 agosto 2012)

Aveva 94 anni, è stato un generale cecoslovacco con molti meriti (di eroismo e intelligenza organizzativa), e un oppositore dimenticato. Era nato quando a Praga regnava ancora Carlo d’Absburgo, e quando in Francia venivano istruiti i battaglioni cecoslovacchi che combattevano a fianco degli Alleati contro l’Austria-Ungheria.

Il destino del generale Sedlacek è stato segnato da una continuità storica: anche lui avrebbe combattuto per la libertà del suo Paese fuori dai confini, all’estero. Durante la Prima guerra mondiale, i soldati cecoslovacchi non “conformisti” si battevano con inglesi e francesi per uno Stato che ancora non esisteva, ma già formato da politici e statisti di primo livello: Tomas Masaryk, Eduard Benes, i padri fondatori della repubblica dei boemi, dei moravi, e degli slovacchi. Lo Stato avanzatissimo che sarebbe stato divorato dalle truppe naziste nel 1938. Nell’indifferenza pattutita di Francia e Inghilterra, gli alleati di vent’anni prima. Nel caso di un militare, l’esilio può coincidere con l’organizzazione di una resistenza inquadrata: se c’è un governo in esilio, puo’esserci un esercito che combatte da fuori. L’eroismo non consiste solo nelle azioni di guerra, ma nell’intelligenza e nella tenacia nel mettere insieme quei soldati (un’armata in genere non numerosa, e di volontari). È quello che Sedlacek ha fatto durante la Seconda guerra mondiale: passando in Francia, e poi, dopo la disfatta francese, in Inghilterra. Lui e i suoi cecoslovacchi hanno partecipato – inquadrati nell’esercito inglese – a quasi tutte le offensive alleate sul fronte occidentale e all’Est.

Nel 1948, era considerato, a ragione, uno dei salvatori del Paese, e un “patriota” al di sopra di ogni cambio di regime. Infatti dopo il colpo di Stato comunista, è stato uno dei pochi capi dell’ex repubblica democratica (aveva in mano la difesa del Paese) a non venire epurato o sostituito. Per pochi anni: nel 1951, gli agenti dell’intelligence del regime lo arrestavano, per poi farlo processare. A Praga, erano gli anni delle “epurazioni” postbelliche, che colpivano soprattutto i dirigenti del Partito: Rudolf Slanskij, e gli altri celebri imputati di un processo, dove l’accusa era in genere di “cospirazione sionista”. Seguiva la condanna a morte e il capestro. Anche Sedlacek venne considerato un “cospiratore”, e condannato all’ergastolo. Un controllato, e temporaneo, disgelo lo aveva fatto liberare nei primi anni Sessanta. Ma sarebbe stato marchiato dal silenzio, probabilmente volontario: un generale-eroe (doppiamente, dopo la condanna del regime) di cui non si senti’parlare neanche durante la Primavera di Praga. Quando presidente era Ludvik Svoboda, l’altro generale “padre della Patria”.

In concreto, i tempi brevissimi del periodo di Dubcek, e l’invasione sovietica dell’agosto 1968, non hanno permesso la “riabilitazione” di Sedlacek. Avvenuta, ma senza troppa pubblicità, nel 1989, con lo Stato di nuovo libero, e con Vaclav Havel presidente. E’ morto a Praga, di un melanoma, ricordato con brevi notizie d’agenzia.

CHARLIE ROSE
(10 agosto 1933 – 10 settembre 2012)

Ex deputato democratico americano al Congresso. Per il North Carolina, dov’era nato e dove è morto, a 73 anni, di un Parkinson. Lo chiamavano, senza aggressività, “Tobacco’s Friend in the House”. La House è la Camera dei rappresentanti, il parlamento degli Stati Uniti, e lui si chiamava esattamente Charles Grandison Rose III. Detto “Charlie”.

Gli Stati Uniti, Paese di frasi fulminanti come spot pubblicitari, ha un’antologia sconfinata in materia. Le truppe americane che sbarcavano in Francia nel 1917 per dare una mano decisiva contro la Germania, si presentavano con un “Lafayette, we are here!”. A Fayetteville, cittadina del North Carolina, Charlie era nato, e poi ben cresciuto in solidi studi di legge, fino a diventare procuratore distrettuale della vicina città di Chapel Hill. Molti anni dopo, nei primi giorni di settembre del 1982, a New York, sulla Lexington Av., un turista europeo usciva contento dal magnifico negozio di sigari e tabacchi Erlich. Sotto la mezza tettoia che proteggeva le vetrine di quell’Eden del fumo, l’uomo poco più che trentenne si accendeva subito un corto “robusto” , appena comperato, insieme a un rifornimento di tabacchi, sigarette, e sigari cubani di misure contenute. La frase saetta gli veniva lanciata da un coetaneo del luogo che passava davanti a quelle vetrine nel preciso istante in cui il corto “robusto” cominciava a diventare fumo e piacere: “In which country do you think you are?”. Nessuna risposta dell’altro, ma solo la velocissima constatazione che quel fumo si perdeva all’aria aperta. A meno di non considerare quella tettoia come parte di uno spazio privato, chiuso. Ma tutto succedeva su un marciapiede, e soprattutto era chiaro come l’odore di quel sigaro prendesse velocemente il largo.

Dieci anni prima, nel 1972, Charlie Rose entrava al Congresso come neodeputato del suo Stato, il North Carolina, dove la storia coincideva, da sempre, con due caratteri: il razzismo diffuso, istituzionale, sudista, e la ricchezza dell’industria del tabacco, con le sue storiche piantagioni. I caratteri di Charlie in politica sarebbero stati, anche loro, due: un deciso impegno a favore dei diritti civili (controcorrente rispetto al feeling segregazionista di molti governatori democratici del profondo Sud), e una battaglia per limitare i danni al tabacco. Non “del tabacco”. Charlie, in concreto, aveva già annusato la nascente aria proibizionista che sarebbe diventata legge, abitudine, e fondamentalismo negli Stati Uniti a venire: il governo federale aveva in mente di aumentare la tassa sulla produzione (immensa) dei tabacchi vari, e Charlie si sarebbe battuto, fino al ritiro dalla carriera parlamentare (nel 1996), per “preserve government price supports for tobacco”. Se si considera quello che il mondo avrebbe giudicato e adottato in materia, e in due decenni (il bando feroce ai fumatori, in nome della salute, e, purtroppo, anche di una certa morale “educativa”), quello scontro americano resta tuttora di un’importanza pionieristica.

Al di là di uno o due dollari di tassa – erano due allora, e oggi è 1.01 -, gli attori erano, e restano, i guadagni delle multinazionali del settore, le statistiche oncologiche e mortifere, e un complicato incrocio di diritti. Il diritto dei fumatori “passivi” (oggi vittoriosi su ogni linea) a non subire la libertà dei fumatori attivi, o solo versatili, e il diritto di chi continua ad aver bisogno di sigarette, sigari, pipa (o tutto insieme) a non farsi tormentare. Almeno in privato, o a cielo aperto. Tutte queste cose Charlie le ha scandagliate in un’epoca in cui il fumo stava diventando una sorta di fattispecie criminosa, e le pulci che al Congresso gli facevano – di far coincidere la rappresentanza del suo Stato con quella dei “tobacco farmers”- erano un po’superficiali. Negli anni Novanta, ci si era messa anche la Casa Bianca democratica dei Clinton: con Hillary capofila accanita di un aumento consistente di quella tassa. Charlie Rose – che allora presiedeva il subcomitato della House Agriculture on Peanuts and Tobacco – argomento’ che “due dollari di tassa, e tutte le discussioni che li riguardavano, erano più che sufficienti”. Anche come deterrente contro “la paura di morire”. Per i danni del tabacco, naturalmente. Charlie va ricordato per avercela fatta, alla fine, andando contro il vento. E chi lo ha citato, con riconoscenza, per avere anche contribuito ad aggiornare il Congresso (battendosi per l’installazione dei circuiti informatici, e delle reti televisive interne al parlamento), ha ritratto in definitiva un pioniere moderno. Senza dire se sia stato, o meno, un fumatore. 

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