Per i giudici il patto camorra-mafia cinese all’Esquilino non esiste

Per i giudici il patto camorra-mafia cinese all’Esquilino non esiste

Gli abitanti e i negozianti del quartiere romano dell’Esquilino possono vivere tranquilli. Nessuna organizzazione criminale minaccia le loro vite e attività economiche. Tanto meno realtà come la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra. E tutto ciò proprio nei mesi in cui i tentacoli delle più pericolose e violente realtà malavitose si allungano sul tessuto produttivo del Lazio e dell’hinterland capitolino. Senza dimenticare le numerose denunce e operazioni investigative sulle penetranti infiltrazioni delle associazioni illegali nei bar, ristoranti, locali delle zone turistiche della Città Eterna.

Il verdetto dei giudici della prima Sezione dibattimentale del Tribunale di Roma è inequivocabile: tutte le persone sotto processo per i reati previsti dall’articolo 416 bis del codice penale sono state assolte con formula piena. E le tesi accusatorie che prefiguravano l’esistenza di un patto criminale tra camorra e mafia cinese per imporre tra il febbraio 2003 e il luglio 2004 un controllo ferreo sugli esercizi commerciali di una parte rilevante della metropoli sono tutte crollate.

La vicenda giudiziaria era scaturita dall’operazione “Muraglia cinese”, grazie alla quale la Dia (Direzione investigativa antimafia) di Roma aveva arrestato sette uomini, considerati gli esponenti di un sodalizio criminale basato su un meccanismo semplice e sofisticato allo stesso tempo. Meccanismo illustrato dal boss camorrista Salvatore Giuliano, rappresentante di spicco dell’omonimo clan malavitoso attivo nelle zone centrali di Napoli, tra Forcella-San Gaetano e Piazza Garibaldi-La Maddalena.

La famiglia si è sempre distinta per la rivalità feroce con Raffaele Cutolo, per i matrimoni miliardari e le feste sfarzose, per fotografie clamorose scattate a fianco di Diego Armando Maradona negli anni Ottanta, e per una lunga e sanguinosa faida intestina. Costata la vita a una ragazza innocente di 14 anni: Annalisa Durante, colpita a morte il 27 marzo del 2004 in un vicolo del quartiere partenopeo proprio da Giuliano, che aveva risposto al fuoco di due sicari. Nello stesso anno il killer aveva deciso di collaborare con la giustizia, ed è sulla base delle sue dichiarazioni che i magistrati capitolini avevano promosso l’iniziativa processuale.

Agli inquirenti il malavitoso aveva spiegato che la sua organizzazione camorristica, grazie a un accordo siglato con le mafie orientali presenti nel territorio romano, importava dalla Cina grandi quantità di merce contraffatta, soprattutto vestiti e capi di abbigliamento con etichette false e manipolate, con destinazione iniziale nel porto di Napoli. Grazie alla propria rete di potere e di relazioni criminali, il gruppo riusciva a stoccare il materiale illegale all’interno di magazzini vicini al litorale partenopeo per trasferirli successivamente in alcuni capannoni a Cassino. Il paese è situato in un’area nevralgica per le mire espansionistiche dei cartelli camorristici, nell’anello di congiunzione strategico tra il casertano – patria dei Casalesi – e il Lazio meridionale, dove è ampiamente confermato il predominio dei clan su interi comparti della vita produttiva.

Sbocco terminale del traffico di capi d’abbigliamento era proprio l’Esquilino, dove è concentrata la comunità cinese di Roma. Ai commercianti del quartiere, sia italiani che asiatici, il clan Giuliano e le gang malavitose orientali avrebbero imposto la compravendita della merce e il versamento periodico di una percentuale sugli affari. Un’operazione realizzata con le armi dell’intimidazione, della minaccia di violenze, del terrore. Andando ben al di là del reato di ricettazione di beni frutto di contrabbando e di contraffazione, il sodalizio criminoso avrebbe dunque affermato il controllo e la gestione delle più diffuse attività commerciali della Chinatown capitolina.

Il perno dell’egemonia malavitosa sul territorio sarebbe stata la società di intermediazione economico-immobiliare “Dafa Consulenze”, il cui titolare era il commercialista romano Martino Solito, uno degli imputati del processo. Secondo l’accusa, tutte le persone desiderose di aprire un negozio nella zona, in gran parte esercenti di nazionalità cinese, ma anche i numerosi cittadini extracomunitari che avevano bisogno di un permesso di soggiorno, venivano obbligate a richiedere i suoi servizi di “assistenza”, fra cui l’affitto di negozi e appartamenti. Una presenza pervasiva e capillare, per la Procura, che sarebbe divenuta intollerabile per molti commercianti italiani, spinti a vendere i propri locali ai negozianti cinesi. Mentre avrebbe rappresentato un’enorme occasione di arricchimento per i suoi promotori, in grado di reinvestire le somme ricavate dalle operazioni estorsive e intimidatorie in un’intensa attività di compravendita di automobili e nella gestione di risto-pub proprio nei pressi di Cassino.

Così si andava delineando, come raccontò Giuliano al prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, «un’alleanza di interessi per spartirsi l’Esquilino e per trapiantare ufficialmente nella Capitale la camorra di Napoli». Prospettiva che tuttavia incontrò seri ostacoli. Sempre il boss della camorra ricorda le difficoltà: Inizialmente i commercianti cinesi dovevano pagare per forza un loro capo, un orientale. Quando siamo subentrati, abbiamo preteso che questo pagamento venisse fatto direttamente a noi. Vi sono stati contrasti, abbiamo avuto riunioni con i cinesi, poi ci sono stati degli incontri con altri asiatici importatori di abbigliamento. In quella zona c’erano tre o quattro gruppi, in guerra tra loro. Poi abbiamo preso in mano la situazione, ma non hanno accettato facilmente».

Alla fine il progetto ha preso piede: «Si liberava un appartamento, lo prendevamo e poi lo si cedeva, di solito sempre a cinesi perché erano quelli che pagavano di più e subito. Un negozio poteva fruttare 700-800mila euro in contanti. Darlo a un italiano non era così redditizio. E in un anno abbiamo affittato tra i 300 e i 400 appartamenti, oltre agli alloggi venduti».

Una descrizione dettagliata e minuziosa, quella compiuta dal malavitoso, che tuttavia non è stata sufficiente per fornire al collegio giudicante solidi e inoppugnabili elementi per dimostrare la costituzione e le finalità dell’associazione criminale. Smantellato dai difensori degli imputati «per la clamorosa mancanza di evidenti riscontri probatori, di un solo documento scritto o di un’etichetta falsificata che attestasse la la fondatezza dei reati», il castello accusatorio nato dalle parole di Giuliano non ha retto all’esame dei giudici. Il cui verdetto è stato accolto dagli applausi e dal pianto dei familiari degli uomini sotto processo, che si abbracciavano commossi con i loro avvocati. Ma la vera portata della sentenza è un’altra: secondo il giudizio di un tribunale, almeno per ora, le infiltrazioni criminali nel tessuto economico capitolino non si sono trasformate nel predominio scientifico della violenza mafiosa. 

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