
Una volta con Monti, una volta contro. Un giorno accanito sostenitore del governo tecnico, il giorno dopo pronto a far cadere l’esecutivo. Sul destino del premier, Silvio Berlusconi cambia idea di frequente. Anche troppo spesso. Maledizione dei retroscenisti politici costretti ogni volta a interpretare la sue imprevedibili dichiarazioni. Al centro dei ripensamenti c’è sempre il professore bocconiano. Mario Monti. A cui il Cavaliere dispensa bastone e carota con sconclusionata frenesia.
Solo sabato scorso il Cavaliere aveva rotto ogni rapporto con Palazzo Chigi. A poche ore dalla condanna nel processo Mediaset, Berlusconi convoca una conferenza stampa a Villa Gernetto. Un incontro per attaccare la «magistratocrazia», certo. Ma anche l’«estorsione fiscale» imposta dal governo. Strali avvelenati contro un esecutivo tecnico colpevole di creare recessione e succube della Germania di Angela Merkel. Uno scontro a tutto campo, destinato a rivoluzionare per sempre i rapporti all’interno della maggioranza.
Oggi si scopre che due giorni dopo la grande sfuriata il Cavaliere aveva già cambiato idea. Sorpreso dalle timide reazioni dei suoi parlamentari, il lunedì successivo Berlusconi ha incontrato Bruno Vespa per la tradizionale conversazione che sarà raccolta nel prossimo libro del giornalista Rai. Stavolta l’ex premier ha difeso Monti. «Non faremo una campagna elettorale contro di lui». Il proposito di far cadere il governo? Dimenticato. Gli ultimatum di 48 ore prima? Uno sbiadito ricordo: «Quanto alla spina da staccare, dipenderà dall’accettazione o meno da parte del governo delle nostre richieste di modifica alla legge di stabilità».
Ricapitolando. Oggi con Monti, sabato scorso contro. Ma pochi giorni prima di nuovo al fianco del presidente del Consiglio. È il periodo del gran ritiro dalla scena pubblica. La sofferta decisione del Cavaliere di fare un passo indietro per permettere la ricomposizione del campo dei moderati. Berlusconi rivendica il sostegno al governo tecnico. Non è un caso se a inizio mese ha addirittura pensato a Monti come futuro leader del centrodestra. Un’investitura in piena regola. Siamo al 9 ottobre, quattro settimane e tre ripensamenti fa. Il capo dei moderati? «Non escludo che possa essere Mario Monti, il quale è sempre stato nel campo dei liberali e dei moderati».
Più che giravolte, le dichiarazioni di Berlusconi sul premier assomigliano a improvvise inversioni a U. La scorsa estate, ad esempio, il rapporto tra i due è prossimo alla rottura. Alla vigilia dell’importante vertice europeo di fine giugno, Berlusconi incontra Monti a Palazzo Chigi. Nel pranzo di lavoro il premier anticipa al Cavaliere le proposte italiane per far fronte alla crisi. Con poca eleganza, appena uscito dal confronto, Berlusconi boccia il governo: «Dall’incontro – racconta ai suoi – siamo andati via con una sensazione di assoluta indeterminatezza sulle proposte che l’Italia farà». Poco dopo, quando Monti prende la parola alla Camera per anticipare la sua missione europea, il suo predecessore lascia il Palazzo.
Un mese prima, grande amicizia. Il 16 maggio Berlusconi conferma a Monti, durante un vertice di oltre tre ore a Palazzo Chigi, che la sua fedeltà non è in discussione. Pochi giorni prima Berlusconi si è già premurato di farlo sapere ai suoi parlamentari. A Roma, durante la cerimonia di consegna dei premi Guido Carli, il Cavaliere assicura che Monti non si tocca. Il Pdl sostiene il governo «altrimenti la situazione di totale ingovernabilità resterebbe immutata». Fede granitica, ma a corrente alternata. Esattamente una settimana prima, durante un incontro elettorale a sostegno del candidato sindaco pidiellino a Monza, Berlusconi lancia un ultimatum a Monti. «Oggi sosteniamo il governo dei tecnici. Ma non continueremo a farlo se i provvedimenti non saranno conformi agli interessi del Paese. Interverremo criticamente ogni volta».
Si procede a ritroso, un’inversione dopo l’altra. A marzo Berlusconi obbliga il suo segretario Angelino Alfano a disertare il vertice di Palazzo Chigi con Bersani, Casini e Monti. In polemica con le politiche del governo su Rai e Giustizia, il Cavaliere interrompe bruscamente la collaudata abitudine dei vertici di maggioranza. Una brusca frenata, dopo gli incoraggiamenti dispensati solo pochi giorni prima. È il 23 febbraio. In un lungo pranzo di lavoro a Palazzo Chigi, Berlusconi si complimenta personalmente con Mario Monti. Folgorato dal processo riformatore inaugurato dal governo, il Cavaliere si lascia andare. «Vada avanti, non si lasci condizionare. Io più volte ho tentato ma me l’hanno impedito…».
Del mese di gennaio si ricordano le aperture di Berlusconi. «Noi leali con Monti», ammonisce più volte i suoi. Il governo dei tecnici ha appena iniziato a muovere i primi passi. Un esordio all’insegna del livore berlusconiano. Il nuovo esecutivo? «Una sospensione certamente negativa della democrazia», così il Cavaliere il 17 novembre scorso.