Storia MinimaIsraele e Palestina: la guerra dei simboli ci fa scordare la realtà

Israele e Palestina: la guerra dei simboli ci fa scordare la realtà

Credo che Danilo De Biasio e Peppino Caldarola con i loro due interventi abbiano dato un quadro chiaro delle posizioni e dei sentimenti che muovono un giornalismo partecipe e sensibile rispetto alle parti in conflitto nel confronto israelo-palestinese, e lo abbiano dichiarato senza fingere di svolgere il ruolo super-partes.
Molti dei commenti si sono concentrati sulla questione di riportare l’occhio dentro a quello scenario lasciando in secondo piano l’occhio, e soprattutto i sentimenti, degli osservatori lontani. È un criterio, ma non mi convince e soprattutto rischia di tacere su un processo che ci riguarda direttamente.

Da tempo la questione israelo-palestinese ha cessato di essere per noi, che stiamo qui, la storia di un conflitto sociale e politico e ha assunto le vesti di un gioco delle parti in commedia tra valori. Questo è avvenuto per un motivo banale ma con cui stentiamo a prendere le misure: quel conflitto è per noi un’icona, è in altre parole un gioco di teatro. Ed è così perché noi abbiamo un rapporto etico, per non dire simbolico, con la storia.

Che cosa significa? Significa che lo scenario di quel conflitto per noi non ha una storia ma per noi si colora di valori come “giustizia”, “riparazione a un torto”, “identità”. Si spiega attraverso la storia del rancore, anzi dove il rancore, la memoria del proprio io ferito diviene categoria politica. Ne consegue che le soluzioni che si presentano di quel conflitto sono quelle del “soldato politico”, ovvero quelle di un’ideologia che non misura il farsi della storia sulla base dei conflitti sociali interni ai gruppi – e dunque che presume che non ci siano corpi sociali coesi – ma di una ideologia che misura il proprio agire in termini di missione, di supremazia dell’idea sulla propria vita. Non è un dato banale. Una delle conseguenze di questa visione “simbolica” della storia è l’ammirazione per la pratica del sacrificio della propria persona fisica in nome della realizzazione dell’idea, cui consegue l’estrema valorizzazione ideologica dell’estetica del corpo.Per questo siamo così affascinati dai miliziani che si presentano come politici irriducibili, come intransigenti. Un soldato politico ammirato molto dalle destre europee e anche da porzioni consistenti delle sinistre europee, e infine dai teocon. 

Il conflitto israelo-palestinese ne offre parecchie di figure di questo tipo. E ne offre per molte parti politiche. In alcuni casi solo per una parte, in altri casi per molte parti anche contrapposte perché la chiave d’ingresso è quella dell’antimperialismo. Così in nome di quella categoria destre e sinistre e tra le sinistre non solo quelle nuove, ma anche alcune frange di quelle tradizionali, hanno un fascino per la categoria dei martiri. E dietro a quella categoria azzerano un’analisi sociale e politica dei conflitti.

Alcune di quelle figure sono esaltate solo dalla destra, per esempio i coloni armati israeliani, alcune sono esaltate sia alla destra che dalla sinistra: per esempio Hamas, o anche le figure dei martiri, degli uomini-bomba all’inizio degli anni 2000, dove convergono sia i cultori delle destre radicali, che molti di coloro che navigano nell’arcipelago dei movimenti.

Tutto questo ha un’origine che si colloca negli anni ’70 ed ha la sua manifestazione principale in quel rapporto culturale prima ancora che politico, anzi di fascino culturale, che Khomeini nel suo soggiorno parigino riesce a esercitare su segmenti rilevanti della sinistra francese, in gran parte “tornata a casa” dopo l’exploit del maggio ’68 e allora in cerca di nuove emozioni,che parlino dell’Io, che esaltino la propria voglia di essere “contro”. Un tratto che Michel Foucault non trascura quando esalta la figura di Khomeini come nuova icona della rivolta, dimenticando molte cose della filosofia islamista (p.e. la questione della condizione delle donne, tanto per considerare un dato in cui le sinistre nuove e tradizionali dovrebbero invece valutare con estrema attenzione e che nel fascino e nella seduzione per il “soldato politico” si perde completamente). 

Per tutti costoro la storia cessa di avere una funzione pedagogica dei conflitti e inizia ad avere un valore puramente simbolico, dove appunto è l’etica, l’insorgenza morale, a dare i criteri di analisi, trascurando la storia sociale, la storia dei fenomeni politici. La conseguenza è una lettura simbolica, tutta culturalista, metaforica della realtà di quel conflitto (su questo piano a me pare che per quanto raffinato in questo gioco cada e molto contribuisca a incrementarlo, la riflessione di Edward Said, mentre mi sembra più concreta e analitica la lettura, di Rashid Khalidi). Non significa che la cultura come macchina che produce identità sia priva di valore e non possa costituire un aspetto importante nella storia politica e sociale dei gruppi umani. Significa che per comprenderla occorre produrre una storia sociale e politica di quei gruppi. Per esempio tutta la storia del sionismo politico che propone Georges Bensoussan non sarebbe di per sé sufficiente a comprendere una storia politica e sociale di Israele senza mettergli accanto una storia del sionismo come movimento nazionalista che produce politiche sociali e storia politica come si sforzano di fare propongono Zeev Sternhell o Ilan Greilsammer (tanto per citare i primi due che mi vengono).

La convinzione che un sistema politico sicuramente discutibile e criticabile come quello israeliano sia l’equivalente del nazismo nasce esattamente da questa visione tutta culturalista e simbolica della realtà. Chiedo a chi ne è convinto di dimostrarmi quanto segue: com’è che un sistema politico e sociale così qualificato – ovvero, se le parole hanno un significato e non sono solo chiacchiera – un sistema descritto come sistema totalitario e persecutorio, si produca un movimento politico di circa mezzo milione di persone (ovvero il 17% di tutta la popolazione da 0 a 100 anni) che occupa le strade per mesi in nome della ripartizione del debito. Era il movimento degli indignati. In mezzo ci stavano arabi-israeliani, israeliani osservanti, esponenti della sinistra radicale, persino militanti dei partiti al governo. Non era un film e accadeva 15 mesi fa.

Quel movimento è finito per vari motivi. Ma tra questi non c’è la criminalizzazione dei suoi partecipanti e la loro gulaghizzazione o detenzione in un campo di lavoro, o in un “campo rieducativo”. Si può certamente discutere se quel movimento aveva un fondamento oppure no, ma l’esistenza, la durata e la non criminalizzazione di quel movimento dimostrano varie cose e consiglierei a chi costruisce facili sillogismi circa la natura “nazista” di Israele di rifletterci.

Quello sarebbe uno dei terreni politici e sociali in cui potrebbe reincontrarsi il corpo complessivo di quei soggetti sociali liberi e liberati dalla dimensione di tragico carnevale in cui tanto la politica in quell’area come la nostra visione etica della storia li consegna senza dare loro possibilità di vita se non come maschere di un carrozzone carnevalesco tragico, prima ancora che ridicolo.
Un’ultima cosa: la teoria del “soldato politico” non è una spiegazione neutra. Era la ideologia politica e culturale prima dei “Corpi Franchi” tedeschi e poi della destra conservatrice che esprimeva il lato intellettuale degli anticonformisti che contribuirono significativamente a dare una fisionomia culturale al partito nazista tra anni ’20 e 1934. Poi furono emarginati ed eliminati in gran parte. Ma quella teoria è parte di quella cultura politica. Che cosa mai la cultura di sinistra abbia a che vedere con tutto questo, costituisce un tema che credo faccia parte di una discussione su quella che è oggi la fisionomia di quell’area che ci ostiniamo a chiamare sinistra.

Il tifo sul Medio oriente non solo non produce risultati per una soluzione soddisfacente ed equa là, cui non sarebbe disdicevole contribuire, ma anche è il sintomo di una malattia profonda della cultura politica qua. Prima ne prendiamo atto, meglio è.