Israele fa guerra a Hamas per parlare all’Iran

Israele fa guerra a Hamas per parlare all’Iran

A Tel Aviv, ora sotto attacco di razzi lanciati da Gaza, sono giorni di eccitazione: domenica è incominciata la «Fashion Week», con sfilate piene di celebrità locali, le quali poi si sono riversate in una miriade di party e after-party nella metropoli israeliana. Si temeva che alcune questioni politiche potessero far saltare l’evento: l’organizzatore Ofir Lev l’anno scorso ha litigato con il socio Motty Reif. Ma Lev ha reagito. Ha fatto tutto da solo. Ha dichiarato di rappresentare «La vera fashion week di Tel Aviv, sponsorizzata dal governo. Abbiamo un obbiettivo e una visione: promuovere il design israeliano». Il problema è che «serve più marketing».

Intanto a Gaza cadevano le bombe. E da Gaza partivano i missili che colpivano le città israeliane del Sud: tra le altre, Ashdod, Beer’sheva e Kiryat Malachin sono state colpite, qui uccidendo tre israeliani. A Gaza sono morte una dozzina di persone – e dalla Striscia sono partiti quasi duecento razzi verso Israele, una quarantina dei quali intercettati dal sistema di difesa “Iron Dome”. Hamas ha emanato anche un comunicato nel quale sosteneva che due missili avessero raggiunto Tel Aviv, ma nulla di simile è stato confermato da Israele. Fino all’attacco di poco fa

I giovani della città, non solo hanno finora ignorato questa guerra: semplicemente, questa guerra non è per loro. Si è detto che il premier Benjamin Netanyahu avesse cercato il conflitto con Hamas per motivi elettorali. Non è una ricostruzione peregrina: del resto, è ben la quinta volta che un’operazione militare di qualche tipo viene portata avanti prima di una tornata elettorale. Ma Bibi ne aveva davvero necessità? Sembrerebbe davvero di no. La poltrona di Bibi Netanyahu è ben salda: quando all’inizio di ottobre ha annunciato elezioni anticipate, sapeva bene che i sondaggi erano in suo favore La coalizione formata dal suo partito, il Likud, insieme ai nazionalisti di Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, potrebbero arrivare a 35 poltrone nella Knesset, distanziando di undici seggi i Laburisti. L’altro partito della destra, Kadima di Shaul Mofaz, è politicamente finito.

Molti dei ragazzi di Tel Aviv, così come quelli di Haifa, hanno subito un processo che essi stessi descrivono come numbing: sono bombardati fin da piccoli da messaggi nazionalisti in patria e minacce di morte dall’estero, e alla fine decidono di non interessarsi più della situazione politica del paese. Al più – come l’anno scorso – protestano per il caro affitti. Odiano Bibi, che ritengono responsabile di non opporsi alla crescente polarizzazione economica, ma non hanno partiti in grado di rappresentarli. Da qui, in città l’evento più sensazionale del periodo è la «Fashion Week». Non è un caso che il soprannome di Tel Aviv sia «la Bolla».

La guerra serve ai fini elettorali solo per rafforzare le fila di elettori che già sostengono Netanyahu. I conservatori, gli ortodossi, le alte schiere dell’esercito, i gruppi industriali: Bibi ha un bacino di consenso inscalfibile. C’è un rischio: il governo è caduto perché non è stato possibile trovare un accordo sul piano di budget nazionale. Occorrerà trovare il modo per portare avanti un piano di austerity feroce, che rischia di fomentare un dissenso il quale è probabilmente l’unica, minima fonte di preoccupazione del premier.

Non è comunque abbastanza per giustificare un conflitto. Se distoglie l’attenzione dal piano di austerity e dalla polarizzazione dei redditi, comunque ha come effetto secondario quello di spaccare ancora di più l’elettorato. La guerra di Bibi può al massimo confermare gli elettori attuali, ma certamente non gli consentirà di conquistarne di nuovi. Senza contare gli aspetti veri e propri di merito militare: Hamas negli ultimi undici anni ha lanciato verso Israele qualcosa come 12.000 razzi, e l’operazione ha lo scopo dichiarato di eliminare tale capacità d’attacco. Se il governo israeliano ha ritenuto necessario colpire Hamas, lo ha fatto aspettando che terminassero le elezioni americane, per evitare eccessivi imbarazzi al nuovo presidente – chiunque egli fosse stato.

Alla fine, i motivi esteri sembrano prevalere su quelli elettorali domestici. L’operazione «Pillar of Defence» è un ballon d’essai per dare una svolta agli eventi mediorientali, e in particolare per rendere chiaro all’Iran il fatto che la condiscendenza americana verso i piani nucleari sta cambiando. C’è una prova assoluta di questo: il Dipartimento di Stato americano mercoledì ha emanato un comunicato in cui si attribuiva ad Hamas l’intera responsabilità del conflitto. Le parole esatte sono state: «Sosteniamo il diritto d’Israele di difendersi, e incoraggiamo Israele a intraprendere qualsiasi iniziativa per evitare vittime civili». Finalmente – sospirano a Gerusalemme Ovest – Obama ha preso posizione in favore d’Israele.

La distanza che possono raggiungere i razzi palestinesi da Gaza secondo l’esercito israeliano

Gli Usa sembrano aver raggiunto la convinzione che Israele rappresenti l’unico elemento su cui possano davvero fare affidamento nella regione, per contrastare l’influenza sciita dall’Iran, alla Siria, al Libano meridionale (con dietro la Russia). La netta presa di posizione di Obama rappresenta anche uno schiaffo all’Egitto: è un segnale chiaro del fatto che Mohamed Morsi e la fratellanza mussulmana non godono di particolare credito a Washington. L’Egitto ha reagito semplicemente invitando gli Usa a «far cessare il conflitto», e richiedendo una seduta d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Si tratta di mosse ormai di rito. L’Egitto non ha stabilità politica, né finanziaria a sufficienza, per potersi opporre a eventi molto più grandi di lui: non controlla più nulla, dal conflitto siriano, al nucleare iraniano, fino alle tensioni Gaza-Israele. Occorrerà adesso valutare le reazioni del quadrante nei prossimi giorni. Israele sta richiamando ii riservisti. Un portavoce delle forze di difesa israeliane, il generale Yoav Moredechai, ha dichiarato che la fanteria è pronta a intervenire via terra verso Gaza. C’è poi un altro elemento, che si svolge sempre nell’ambito di quel club di rentier newyorkesi chiamato “Onu”. Il 29 novembre prossimo l’assemblea generale voterà una proposta di risoluzione per il riconoscimento della Palestina come stato (Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est).

Obama ha chiesto ai palestinesi di lasciar stare, ma questi sono andati avanti. Con tutta probabilità, la risoluzione passerà, ma Israele sta continuando a cercare di guadagnare quella che il New York Times ha definito «maggioranza morale» di nazioni occidentali. Il problema per Israele è che una Palestina riconosciuta renderebbe molto più difficili operazioni militari per limitare il potere missilistico dei soldati di Hamas: si troverebbe a dover agire ogni volta in disaccordo rispetto alle Nazioni Unite, sul modello di G. W. Bush in Iraq nel 2003. I palestinesi potrebbero insistere sul ritorno ai confini pre-1967. Israele ha risposto che, se la risoluzione passa, gli Accordi di Oslo saranno cancellati, insieme all’istituzione dell’Autorità Palestinese.

Intervenire a Gaza rende molto più imbarazzante per le nazioni europee indecise votare in favore della Palestina, o spingerebbe direttamente all’astensione. Se la crisi dovesse peggiorare, si paventa anche l’ipotesi che la risoluzione possa essere respinta. Le guerre hanno sempre un motivo concreto – è la data che non è mai un caso. A Tel Aviv, intanto, fino a poco fa, l’unica data che contava era quella della Fashion Week. E si continua a ballare, chi per le bombe, chi per le sfilate. Del resto, ricorda Ofir Lev della Fashion Week, il suo evento serve per promuovere la città: «Chi verrebbe mai a Tel Aviv se non è gay o non sta cercando una guerra?».