Maroni dice addio al Parlamento. E costringe Bossi a fare lo stesso

Maroni dice addio al Parlamento. E costringe Bossi a fare lo stesso

Il segretario della Lega Nord Roberto Maroni saluta Roma. Tra qualche mese se ne andrà. A vent’anni esatti dal suo ingresso a Montecitorio è pronto a lasciare il Parlamento. Per sempre. E con lui potrebbe andare via dalla Capitale – più o meno spontaneamente – buona parte del gruppo dirigente del Carroccio.

«È arrivato il momento di svecchiare il gruppo. Largo ai giovani». Così avrebbe detto ai fedelissimi l’ex ministro dell’Interno. Una decisione legata alla necessità di un ricambio generazionale. Ma non solo. Dietro al progetto di abbandonare Roma c’è un preciso disegno politico. Dopo la Lega del folklore e quella della deludente esperienza di governo, il Carroccio 2.0 del nuovo segretario cambia rotta. Il rilancio del partito che fu di Umberto Bossi riparte dal territorio.

Roberto Maroni conta di diventare il nuovo presidente della Regione Lombardia. Ma anche se le elezioni dovessero andare male, si trasferirà a Milano. Nessun paracadute romano. La ridotta lombarda, il Pirellone, sono le nuove stanze da dove far ripartire l’operato della Lega Nord. L’obiettivo è quello di presidiare il territorio in ogni modo, anche all’opposizione. «Ho salvato il partito, di questo mi venga dato atto», dice spesso Maroni in questi giorni, dopo che lo stesso Bossi sembra aver capito che una stagione politica si è conclusa.

La Lega Nord non dice definitivamente addio a Roma. In Parlamento rimarrà un gruppo parlamentare. Una delegazione – a giudicare dai sondaggi molto ridotta rispetto a quella attuale – formata da giovani deputati e senatori. La decisione definitiva sarà presa durante l’assemblea federale che si riunirà a gennaio. I nomi di chi rimarrà a Montecitorio e Palazzo Madama ancora non circolano. Più facile immaginare chi sarà fatto fuori. Nessuna epurazione, per carità. Ma la linea dettata dal segretario è destinata ad avere conseguenze rilevanti. Il caso più eclatante è quello di Umberto Bossi. Il presidente leghista è in Parlamento da più tempo di Maroni. Il suo arrivo nella Capitale risale al 1987. Dopo la decisione del suo successore, il destino parlamentare del Senatùr sembra segnato. Così come quello del senatore Giuseppe Leoni, anche lui a Roma da un quarto di secolo. Ore contate anche per Roberto Calderoli e Roberto Castelli (che in realtà avrebbe già assicurato di non volersi ricandidare). Entrambi sugli scranni parlamentari fin dal 1992. Torneranno quasi sicuramente in Padania anche il capogruppo Gianpaolo Dozzo e il deputato Stefano Stefani (alla Camera dal 1994). Ma anche Giancarlo Giorgetti e il nuovo responsabile della comunicazione leghista Davide Caparini. A Montecitorio dal 1996.

E così – ecco il paradosso – in via Bellerio si guarda con maggiore attenzione alla compilazione delle liste per le Regionali lombarde che non a quelle per il Parlamento (ancora in attesa di capire quale sarà la nuova legge elettorale). Un seggio al Pirellone diventa improvvisamente il premio più ambito. L’ultimo giorno in Regione, quando il governatore Formigoni aveva dichiarato sciolto il Consiglio, tra i banchi del Carroccio era corsa voce che tutti si sarebbero potuti ricandidare. Ora, però, l’aria sembra cambiata. C’è qualche indagato, come Davide Boni, che deve chiarire la sua posizione. C’è qualcuno che in passato è stato troppo vicino all’ex capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni o al Trota Renzo Bossi, come Giangiacomo Longoni. Adesso Maroni punta su una nuova classe dirigente, più giovane, preparata, che dovrà uscire dalle scuole di formazioni politica di Federico Caner.

Anche per questo motivo c’è particolare attenzione al modo in cui saranno scelti gli alleati in vista delle Regionali. L’appoggio di Silvio Berlusconi non è ben visto, ma quello di alcuni pidiellini, magari anche moderati, sì. In questo senso Gabriele Albertini non fa paura. Eppure a via Bellerio si osserva con attenzione l’attivismo dell’ex sindaco di Milano, che sta cercando di coinvolgere il mondo moderato attorno alla sua candidatura.

Ad ogni modo la scelta è fatta. A prescindere dall’esito delle elezioni lombarde, a Roma Maroni non tornerà. Il segretario ha scommesso su una crisi economica che porterà l’Europa a dividersi in due. L’Italia del Nord, come teorizza il professore Stefano Bruno Galli, dovrà legarsi a realtà come quelle della Baviera se non vuole fare la fine della Grecia. Un motivo in più per lasciare la Capitale e ripartire dai territori. Nella speranza di tornare a essere la «potentissima», come Bobo chiama spesso il suo partito.