Moody’s declassa la Francia: nessuno è immune alla crisi

Moody’s declassa la Francia: nessuno è immune alla crisi

Come aveva detto l’Economist. La Francia potrebbe essere davvero il grande malato d’Europa. A reiterarlo è Moody’s, che ha tagliato nella notte il rating sovrano transalpino, da Aaa a Aa1, con outlook negativo. Cresce l’esposizione di Parigi alla crisi europea dei debiti sovrani e aumentano i rischi che, in assenza di un significativo consolidamento fiscale, nel calderone della sofferenza possa entrare proprio la Francia.

Il messaggio è chiaro: nessuno è immune a questa crisi e per uscirne servono riforme concrete. Crescita, elevata spesa pubblica, significativa vulnerabilità in caso di shock esterni: sono questi i tre motivi principali per cui Moody’s ha deciso di agire. Ragioni, fra l’altro, ampiamente previste dagli operatori finanziari nelle ultime settimane. Non è un caso, infatti, che il Credit default swap, ovvero il derivato che protegge dall’insolvenza di un asset, sia stato piuttosto volatile da fine settembre a oggi. E non stupisce che il Financial stability board (Fsb), l’organismo globale di vigilanza finanziaria, abbia sottolineato come la Francia abbia diversi punti di instabilità per via delle sue banche e del suo sistema bancario ombra.

Come ricorda Moody’s la Francia, diversamente da altri Paesi dell’eurozona, «non ha accesso a una banca centrale nazionale per il finanziamento del proprio debito in caso di disordini sui mercati». Vale a dire che l’esposizione che Parigi ha nei confronti di alcuni Paesi, fra cui l’Italia, è talmente elevata che in caso di shock potrebbe esserci un innalzamento del costo del debito tale da non essere gestibile né dall’Eliseo né dalla Banque de France.

La crescita è quello che manca a Parigi. Nonostante le continue rassicurazioni del presidente François Hollande, è possibile che si possa avere una flessione della crescita economica nel corso del prossimo anno. Colpa di un mercato del lavoro troppo rigido e poco incline all’innovazione. Ma colpa anche di un sistema economico incapace di colmare gli ultimi gap di competitività con la Germania. Il raggiungimento dell’annullamento del deficit strutturale nel 2017, come reiterato dall’Eliseo ancora la scorsa settimana, è considerato un fattore di rischio. Allo stesso modo, sono valutate come «ottimistiche», le stime di crescita del Pil per il prossimo biennio: +0,8% nel 2013 e +2,0% nel 2014. Più probabile, come ha spiegato la banca scandinava Nordea nel suo ultimo outlook sulla Francia, che il Paese vada in recessione nella seconda metà del prossimo anno. Eppure, il ministro transalpino delle Finanze, Pierre Moscovici, ha escluso questa possibilità, tacciandola come «fantascientifica».

In compenso, dalla Commissione europea lasciano intendere che Parigi potrebbe mancare gli obiettivi di bilancio nel 2013. Hollande ha garantito che porterà il deficit, attualmente al 4,5% del Pil, entro quota 3% nel prossimo anno. Ma da Bruxelles ribattono che, secondo le stime, il rapporto deficit/Pil sarà del 3,5 per cento. Colpa, come sottolineano Eurostat e Moody’s, di una spesa pubblica che supera il 55% del Pil per l’anno in corso, nonostante i tagli presenti nell’ultima finanziaria varata da Parigi. Fonti diplomatiche francesi si dicono «del tutto indispettite» dalla decisione dell’agenzia di rating. «Non siamo mica la Grecia, abbiamo perfino adottato una finanziaria capace di garantire un futuro serio e sostenibile ai nostri nipoti», dice un consigliere diplomatico transalpino a Linkiesta.

Una reazione simile a quella giunta dopo la copertina (e l’analisi) del settimanale britannico The Economist, che nel numero di questa settimana si è chiesto fino a che punto possono essere profonde le criticità transalpine. «È un attacco duro e senza senso verso la Francia, la seconda potenza continentale, e uno dei pochi Paesi in grado di contrastare l’austerity voluta dalla Germania», afferma il diplomatico. La mossa di Moody’s non deve però stupire. Dopo che nello scorso 23 luglio ha cambiato l’outlook sul Paese, da stabile a negativo, sono cambiate diverse cose. Una mossa che, anche in questo caso, gli intermediari finanziari avevano già previsto.

A inizio anno, secondo la consueta analisi mensile dell’agenzia di rating Fitch, i Money markets fund (Mmf) europei e statunitensi hanno iniziato il ritiro della propria liquidità dalla Francia. Meno 5% in febbraio rispetto al mese precedente, meno 9% in marzo, poi via via un lungo declino. E a far cambiare idea agli Mmf non sono bastate nemmeno le parole del presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, a favore della salvaguardia totale e senza indugi dell’euro, pronunciate a fine luglio a Londra. Un presagio di ciò che sarebbe accaduto? 

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