
Al di là delle ricostruzioni elettorali, è necessario valutare l’azione israeliana nei confronti di Gaza anche dal punto di vista dell’opportunità politica e militare. Il premier Benjamin Netanyahu non ha agito nella Striscia per guadagnare vantaggi alle urne il prossimo gennaio: il suo Likud dispone già di una maggioranza netta dei seggi (insieme al partito di Avigdor Lieberman, “Yisrael Beiteinu”), con distacco di oltre dieci deputati sui laburisti (su 120 seggi totali). Bibi è intervenuto a Gaza proprio perché gode di appoggio politico a sufficienza.
Fuori dalla Knesset, la capacità di fuoco dei gruppi armati nella Striscia di Gaza rende evidente l’opportunità militare di un intervento da parte dell’“Israeli Defence Force” (“Idf”). I palestinesi del Sud hanno aumentato di molto la frequenza dei lanci di missili. Nell’anno dell’ultimo intervento su larga scala nel territorio, la discussa operazione “Piombo Fuso” del 2009, dalla Striscia erano stati sparati verso Israele circa duecento missili. Nel 2010 i lanci erano arrivati a seicento, e fino all’operazione “Pillar of Defense” di questi giorni il totale era arrivato a oltre settecento. La media è di tre missili al giorno negli ultimi dieci anni.
È ancora più lampante il progresso nelle capacità militari dei gruppi di Gaza durante l’escalation militare. Solo il 16 novembre dalla Striscia sono partiti quasi cento razzi, per un totale di oltre cinquecento tra quelli che hanno colpito il territorio israeliano, e quelli che sono stati intercettati dal sistema anti-missilistico “Iron Dome”. Per fare un paragone: si tratta di cinquecento lanci in tre giorni, mentre nel 2009 durante “Piombo Fuso”, durata 23 giorni, i lanci erano stati 776. La media del 2009 era di 34 missili al giorno, e quella attuale è di oltre 160.
C’è poi la componente tecnologica. In questo articolo vengono ricompresi nella categoria “missili” anche i colpi di mortaio, che normalmente rappresentano la soluzione più adoperata per facilità tecnica e rapidità di impiego: non servono basi di lancio semi-permanenti o conoscenze particolari per il loro uso. Nel corso del confronto attuale, però, i militanti palestinesi hanno impiegato anche missili veri e propri, fino a una gittata di 75 chilometri. Ciò significa che riescono a raggiungere Tel Aviv e Gerusalemme (girano su Facebook numerose voci incontrollate di esplosioni udite nel centro della metropoli sul mare). A questo punto, tutto il territorio israeliano è virtualmente raggiungibile da gruppi estremisti: la città più importante del Nord, Haifa, è stata colpita già nel 2006 da missili lanciati da Hezbollah dal Libano meridionale.
C’è poi la questione politica. Israele non combatte solo contro Hamas, ma contro una serie di gruppi estremisti presenti nella Striscia. Alcuni di essi sono di natura salafista, e dispongono di contatti importanti con i gruppi salafisti egiziani. Non operano di concordo con Hamas (si pensi al gruppo di bestie che uccise Vittorio Arrigoni lo scorso anno), e impiegano i razzi come arma di ricatto politico sia contro Israele, che contro Hamas stessa. Gli eventi militari recenti, così come gli oltre 12.000 missili lanciati verso Israele dal 2001, dimostrano che il territorio è in preda alla totale anarchia
A livello tattico generale, l’aspetto ancora più eclatante dimostrato dai missili è che è stata completata una “manovra di accerchiamento” da parte dell’Iran nei confronti d’Israele. Nel Libano meridionale gli sciiti (la confessione maggioritaria iraniana) di Hezbollah ricevono dall’Iran consistenti aiuti finanziari e militari, e ultimamente sono stati in grado di far volare anche un drone (sempre di tecnologia iraniana) su Israele. Dal Sud della Striscia, i razzi dalla gittata più lunga sono anch’essi gentilmente forniti dalla teocrazia iraniana: è stato consolidato un giro di commerci che transita per il Sudan e giunge alla Striscia dall’Egitto. Poco importa se i palestinesi siano sunniti: l’Iran sta giocando sugli interessi contrapposti per raggiungere i suoi obbiettivi politici nel quadrante. Il governo egiziano dei Fratelli Mussulmani di Morsi si è rivelato del tutto incapace di controllare non solo la foresta politica del Cairo, ma anche le pianure desertiche dei Sinai e i tratti marittimi adiacenti, che ospitano le spedizioni di razzi dal Sudan alla Striscia.
La mossa militare serve a Bibi per rendere evidente l’assetto che il Medio Oriente sta prendendo. In uno scenario post-rivoluzionario, le potenze regionali coltivano sogni di dominio. Israele vuole dimostrare che se l’Iran è in grado di armare dei ribelli anarchici ed estremisti di una tale potenza di fuoco, non avrebbe remore a sviluppare e impiegare armi nucleari. Israele vuole dimostrare che i nuovi governi mediorientali non sono affidabili, e che Israele è l’ultima ridotta della presenza occidentale in Medio Oriente. Come ha affermato il primo segretario di Stato di Reagan, Alexander Haig, “Israele è la più grande portaerei americana nel mondo, che non può essere affondata, non trasporta neanche un soldato americano, ed è situata in una regione critica per la sicurezza nazionale americana”. Non è mai stato vero come oggi.
Dietro i razzi e l’accerchiamento dell’Iran verso Israele ci sono le tracce di una riorganizzazione degli interessi delle grandi potenze in Medio Oriente. La Russia era stata respinta dalla regione dopo la disfatta in Afghanistan sul finire degli anni Ottanta, cui era seguito il collasso sovietico del 1991. Per anni ha cercato un ritorno, che ha preso necessariamente la forma di un sostegno alla “mezzaluna sciita” che va da Teheran, all’Iraq, alla Siria, fino al Libano meridionale. Mosca tiene strette le redini di questo sistema per pretendere un ruolo nella mediazione degli interessi israelo-palestinesi. Essere cacciata dal Medio Oriente rappresenterebbe una batosta geopolitica del tutto inaccettabile per i russi.
Il conflitto di Gaza rappresenta il ritorno americano nel quadrante. Washington è priva di altri referenti stabili nella regione – si veda anche il maldestro comportamento della Turchia di Erdogan tra flirt moscoviti e velleità da grande potenza ottomana. Il Dipartimento di Stato americano ha comunicato per iscritto il proprio appoggio incondizionato alle azioni israeliane. È chiaro ormai che Bibi ha aspettato lo stabilizzarsi della posizione di Obama dopo le elezioni, prima di iniziare un’operazione così importante. Per Obama, si tratta del primo intervento vero in Medio Oriente, a parte la Libia (che era un contesto particolare) e gli auguri di nuovo anno agli iraniani. Ancora più importante è il fatto che l’interventismo in Medio Oriente è normalmente una prerogativa dei presidenti repubblicani: Eisenhower, Nixon e i due Bush ne sanno qualcosa. Obama non vuole che il Medio Oriente, centro mondiale dello scontro tra grandi potenze, gli sfugga di mano.