“Spread & Paròn”, viaggio nel Nordest dal boom alla crisi

“Spread & Paròn”, viaggio nel Nordest dal boom alla crisi

(Ancora) ricchi ma ai margini del grande gioco. Policentrici per storia e vocazione, dunque incapaci di fare massa critica e contare nel paese in proporzione al peso economico e culturale. Il mitico nordest, dopo vent’anni di boom mediatico e una crisi economica da spavento, fa i conti con un bilancio di sistema piuttosto scarno. La promozione in serie a non c’è stata, il dare-avere segna rosso tanto che tra padova, Vicenza e Treviso ci s’interroga sulla grande occasione sprecata, alimentando fantasmi e vecchie subalternità. Venezia e la Trieste mitteleuropea delle assicurazioni Generali, in fondo, hanno sempre fatto storia a sé: città del mondo, appartate e quasi a-geografiche.

In principio fu il triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Per quasi trent’anni teatro e cassa di risonanza del miracolo economico italiano. Vi emigrava chi voleva lavorare in fabbrica, alla catena di montaggio Fiat e Pirelli, ma anche negli uffici della olivetti. Nordovest e grande impresa manifatturiera, sindacati e partiti di massa, paesaggio urbano fordista e le grandi famiglie del capitalismo raccolte nel salotto della Mediobanca di Enrico Cuccia.

Con la fine degli anni Settanta e la crisi/ristrutturazione delle grandi imprese private e pubbliche il paese “scopre” la Terza Italia dell’impresa diffusa lungo la dorsale nordestina-emiliana-adriatica. Inizia il ciclo dei distretti industriali a cui si deve la gran parte della presenza italiana sui mercati internazionali. Poi, dopo Tangentopoli, i sistemi di sviluppo locale si riattiveranno in chiave localista accompagnando l’esplosione elettorale della Lega nord di Umberto Bossi. Nasce mediaticamente la Padania a trazione lombardoveneta, abbinata all’epopea del nordest dei padroncini e del piccolo è bello. Passa ancora qualche anno e il forza-leghismo diventa talmente egemone da esondare dalla pedemontana al Piemonte e alla bassa Lombarda, veicolando la lettura di un unico grande nord integrato politicamente a destra e, sul terreno economico, egemonizzato dal modello della piccola media impresa innovativa, dal protagonismo delle fondazioni bancarie di territorio e dalla rete delle Camere di commercio.

Dopo il 2007 il vento del Nord scende addirittura sulla via Emilia, fino ad allora espulsa dal perimetro padano. Gli analisti parleranno di “leghizzazione” del centro Italia su parole d’ordine come tasse, sicurezza e infrastrutture. parole nate al nord, in Lombardia, ma ancor più precisamente nel Veneto in ebollizione. piccoli grandi segnali di un’epoca: quando si deve fondere l’api e la Confindustria Bologna (Unindustria nasce nel maggio 2007), si va a pescare a Treviso il direttore generale Cesare Bernini. E nei convegni si rispolvera l’idea di padania, sollevata negli anni Settanta dal primo presidente dell’Emilia Romagna, Guido Fanti.

Il nuovo mantra è che il bolso modello ex fordista del Nordovest si possa rivitalizzare solo mutuando il dinamismo economico veneto. Sembra l’abbrivio di una egemonia destinata a pesare sugli assetti di potere della galassia del Nord. Penetrando dietro le baionette leghiste, i consigli di amministrazione di banche e fondazioni, fiere, aeroporti e assicurazioni che contano con una nuova classe dirigente diffusa, pescata dal territorio e decisa a prendersi il suo spazio. 

Bene, dopo la crisi mondiale, tutto sembra cambiare un’altra volta. L’ex triangolo industriale sempre più scongelato rispetto alla staticità urbana dei tre capoluoghi sta tornando al centro mentre di là dall’adige il paradigma della subfornitura di beni tradizionali a minor valore aggiunto mostra la corda nella nuova economia globale. Scrive Giovanni Costa, presidente della Cassa di risparmio del Veneto e docente di strategia d’impresa, proprio in un libretto pubblicato per questa collana: «Piccole e medie imprese, piccoli e medi leader, piccole e medie banche, piccole e medie città, piccoli e medi scrittori, piccoli e medi sentimenti, piccole e medie passioni: nel grande Nordest è quasi tutto piccolo e medio e in apparenza non c’è una decisa volontà di crescere». Al pari di una classe dirigente campanilista incapace di valorizzare le proprie intuizioni in progettualità di sistema, e di una stagione forza-leghista che per un tratto pareva essere la casa politica e il modello di un intero territorio che andava a letto la sera sognando il federalismo.

Se facciamo una veloce mappa, si rischia la strage delle illusioni. La classe dirigente del paese, lo si è visto un’altra volta con la formazione del governo tecnico di Mario Monti, continua a uscire dalle università nordovestine Cattolica, Bocconi e politecnico (Milano e Torino). La finanza che conta continua a parlare ambrosiano, tra una Cariverona che ha perso peso dentro la nuova Unicredit post profumo e post aumento di capitale anche a vantaggio dei colleghi azionisti della Cassa di risparmio di Torino, e una Cariparo che lamenta per bocca del suo presidente, antonio Finotti, lo scarso peso dentro il bancone lombardo-piemontese Intesa San paolo. In mezzo galleggia una antonveneta che subisce l’agonia dei padroni senesi alle prese con la crisi peggiore di tutti i tempi e una Veneto Banca dinamica, presente in puglia, Marche e piemonte, ma troppo sola per sollevare tutte le barche. e ancora. Il duello per la leadership confindustriale si è giocato tutto nel raggio di pochi chilometri: tra il milanese Giorgio Squinzi e il bergamasco Alberto Bombassei, mentre il Veneto Riello si è ritirato quasi subito dalla corsa, lasciando alla mercè e a logiche giocate su altri tavoli il pacchetto importante di voti nordestini. Sulle infrastrutture peggio che mai: dopo il miracolo passante, la Tav è ferma. non ci sono soldi pubblici, le classi dirigenti locali litigano e il risultato è che l’alta velocità si fermerà a Verona, lasciando la metropoli diffusa a passo di lumaca.

Insomma (quasi) sempre e solo Nordovest. Capitale dello sport 2015 sarà Torino. Organizzatrice di Expo 2015 sarà Milano. A Nordest restano i rimpianti, è il caso della sfumata candidatura alle olimpiadi 2020: l’anno scorso fu dirottata dal Veneto a roma salvo poi venir bocciata sonoramente dal varesino Monti, strana nemesi…

Forse solo la città di Verona, polo della logistica e della finanza, potrebbe diventare la palestra di un  uovo modello da esportare sull’asse Flavio Tosi – Roberto Maroni. Sempre che possa esistere un’altra Lega dopo Bossi, più di governo e di visione che di protesta. Per questo l’odierno passaggio a Ovest, dov’è cominciato lo sviluppo industriale italiano, più che lo spirito dei tempi sembra un ritorno all’antico dettato quasi per inerzia dalle debolezze altrui.

«Trent’anni fa, mio padre era un ‘sioreto’, e io un grande sindacalista. Lui aveva soldi per mandare cinque figli all’università (quella di allora) e farsi una bella casa. Io raccoglievo 700 e più iscritti al sindacato ogni anno ed ero portato in palmo di mano dagli operai e temuto da padroni e politici», riassume icasticamente il sindacalista-filosofo di Vicenza, Gigi Copiello. «Il fatto è che, trent’anni fa, lui e io facevamo parte di un mondo che andava alla grande. Ogni 14 anni lui raddoppiava il suo reddito e io moltiplicavo le conquiste. Trent’anni dopo lui e io viviamo in un mondo che non ci dà più nulla: 84 anni ci vorrebbero oggi per fare quello che allora si faceva in 14 perché il pil non cresce più. E questo ormai dall’inizio del millennio anche qui, a Nordest. Le magnifiche sorti e progressive di questo lembo d’Italia si sono del tutto allineate a quelle di un paese in declino…». 

Persino i giovani scolarizzati cominciano a tagliare la corda, cinquant’anni dopo i loro nonni che migravano per campare. Secondo l’osservatorio sul Nordest, curato da Demos per Il Gazzettino, quasi 6 nordestini su 10 (58%) sono molto o moltissimo d’accordo con l’idea che “per i giovani di oggi che vogliano fare carriera l’unica speranza è andare all’estero”; nel 2008 era il 40 per cento.

L’ultimo rapporto Bankitalia sull’economia del Veneto (giugno 2012) è una lavagna impietosa: ancora nel 2002 i suoi cittadini erano mediamente più ricchi dell’11% rispetto al resto d’Italia; nel 2010 questo divario si è ridotto al 3,6%. Conseguenza di un mercato interno sotto zero, consumi delle famiglie (-6,5% dal 2007 al 2010) e ricchezza pro capite (-8,5%) in ritirata, disoccupazione che esplode (era al 3% nel 2007 è all’8,4% a fine 2011), soprattutto quella giovanile (dal 9 al 19% in dieci anni). Il punto è che la doppia recessione sta mettendo in discussione proprio il “modello veneto”. «Paghiamo in modo più intenso di altri – spiega Tiziano Baggio, segretario generale della programmazione regionale -, a causa di un tessuto produttivo che drenava giovani a più non posso quando le cose andavano bene, in ciò sottraendoli alle scuola; poi, quando le cose hanno cominciato ad andare male, di colpo li ha lasciati a casa. Lascia a casa le donne, ecco il ritorno della casalinga, lascia a casa i giovani confermandoli nella convinzione che lo studio non serve».

La previsione è che il Pil della regione ritorni ai livelli precrisi solo nel lontano 2017 mentre la perdita di valore aggiunto accumulata in questi ultimi 4 anni ha riportato i salari al 1990. «Certo l’export tiene, è ancora il principale stimolo dell’attività economica regionale, toccando nel 2011 i 50 miliardi di euro – scrivono gli economisti di Via nazionale -, ma cresce meno della media nazionale. In particolare la piccola impresa, per com’è strutturata, fatica a mantenere la sua quota di vendite all’estero». Ad esempio la percentuale di export verso i paesi Bric (Brasile, India e Cina) che crescono di più nell’ultimo decennio è salita dal 3,5 all’ 8,5% del totale, ma nello stesso periodo quella tedesca è aumentata del 12%. Inoltre nei settori tradizionali della moda e dell’arredamento, rispetto ai picchi del 2007, il sistema industriale veneto ha perso un decimo dei suoi addetti (65mila posti bruciati nell’ultimo triennio), mentre nelle costruzioni il valore delle produzioni si è ridotto di un quarto al netto dell’inflazione. In questo modo il Veneto si scopre meno ricco perché, il suo punto di forza, l’impresa diffusa di piccola dimensione, con la globalizzazione è finito sotto assedio. accelerando il processo di selezione e ristrutturazione industriale ed espellendo dal mercato le unità produttive meno efficienti.

Finora i veneti si sono adattati alla lunga emergenza intaccando la mole di risparmi messi da parte negli anni d’oro (lo sta facendo il 43% dei cittadini). La ricchezza privata delle famiglie resta robusta, vale quasi sei volte il pil di un anno. Modificando alcune tipologie di consumo, accorciando le ferie, lavorando un po’ (troppo) in nero, spalmando le spese e sfruttando la cassa integrazione che ha attutito la moria di occupati, il sistema finora ha retto. Ma per quanto si potrà continuare con l’aggiustamento al ribasso, se non si ricomincia a crescere? 

Il Nordest ovviamente non è spacciato. Possiede molte frecce al suo arco: capacità produttiva, risorse umane, talenti creativi, sapienza artigiana ma deve fare in fretta: «fare sistema» è una parola abusata. Allora si usi «aggregare», più al passo coi tempi. Aggregare imprese, aggregare competenze, aggregare saperi e aggregare risorse. Storicamente lo ha fatto poco. Il Veneto, oggi più che mai, ha bisogno di visione strategica e di una leadership meno policentrica.

Dal punto di vista politico siamo alla fine di un ciclo che ha fatto del territorio e del locale quotati sul mercato elettorale il suo motore politico. E con esso delle culture che ne sono state espressione e portabandiera: leghismo su tutti ma anche quel localismo istituzionale post Tangentopoli fatto di governatori, sindaci cacicchi e moltiplicazione delle province. Una certa idea di territorio come “maso chiuso”, autosufficiente, “piccolo è bello” per forza. Il problema è che dopo 15 anni di regno forzista targato Galan e poco più di un paio firmati Zaia, il doge verde, non certo entusiasmanti, la crisi insieme alla ricentralizzazione di poteri e funzioni avviata dal governo tecnico ha prodotto una grande cesura. Politica, economica e culturale.

Il risultato è che dopo vent’anni di esposizione mediatica e di egemonia politico-culturale il nordest è immerso in un limbo: le domande su cui si era imposto a livello nazionale sono ancora tutte sul tavolo, inevase (tasse, burocrazia, federalismo e infrastrutture), ma i suoi attori non sembrano più avere la forza di far pesare gli interessi di territorio su larga scala. Come se la finestra di opportunità si fosse mestamente richiusa. Un’occasione sprecata. L’ennesima. 

Il volo stanco del calabrone

Dal punto di vista economico il Nordest resta un’area fra le più industrializzate d’Europa ma penalizzata da un eccessivo dualismo. Dopo il lungo inverno recessivo l’economia si è fatta più complicata e differenziata. Dentro ai comparti tipici del made in Italy (meccanica, beni per la casa, tessile-abbigliamento) la situazione è a macchia di leopardo. Da un lato c’è una testa formata da quel 14% di imprese venete “top performer” censite dall’Istituto Crif, 3.300 campioni con fatturato superiore a 50 milioni di euro (rating da A1 a A4) e catene di fornitura che crescono a ritmi “tedeschi”; dall’altro il corpaccione di pmi in difficoltà che lavora su un mercato domestico caratterizzato da consumi stagnanti. Il nodo è che il drappello di innovatori che in questi anni si è internazionalizzato, ha sfornato prodotti che funzionano, è cresciuto in dimensione promuovendo fusioni e aggregazioni presidiando la filiera dalla testa del prodotto alla distribuzione finale, non riesce a trascinare tutto il sistema. Girando per le strade che hanno fatto il nordest (Daniele Ferrazza ha fatto belle inchieste sul tema) lo si vede plasticamente: la vecchia statale 248 da Vicenza all’alta Marca trevigiana, la pontebbana da Mestre a Tarvisio, la Valsugana o la padana superiore da Verona a Venezia dove si mischiano vecchi capannoni sfitti con il modernissimo centro logistico del Gruppo Unicomm campione del retail, quello dei marchi Famila, A&O e Cash and Carry; fabbricati industriali che vanno a scartamento ridotto e il nuovo museo della Grappa in mattoni rossi della distilleria poli; l’edificio possente della Vimar (materiali elettrici) e il diesel Village eco-sostenibile di renzo rosso costruito nell’area industriale ex Laverda; il Centro di eccellenza ezzelino, monumento allo spreco di soldi pubblici finito e mai entrato in funzione e la Fornace ristrutturata, incubatore d’imprese e officina d’idee; la mitica Tecnica, oggi in crisi, inventrice dei moon-boot e la Latteria Montello che ha fatto boom industrializzando lo stracchino di «Nonno Nanni»; la moderna fabbrica Benetton di Castrette e la Inox Valley intorno a Conegliano dove ogni anno chiudono fabbriche dell’indotto e centinaia di posti di lavoro emigrano verso polonia e Slovacchia, la nuova mecca di frigoriferi e lavatrici. Fino ai distretti double face del Vicentino, Trevigiano e Bellunese (concia, oro, mobili, meccanica, tessile, calzaturiero, occhialeria): il massimo dello sprofondo per chi ha fatto la cicala e non ha saputo fare il salto tecnologico, il massimo dei profitti e dell’internazionalizzazione per le imprese che hanno saputo crescere e fare innovazione.

In uno stesso distretto possiamo trovarci dentro aziende che tirano, e altre che arrancano. Questa la vera novità che esce fuori dalla grande crisi. E i casi di successo sono quelli di piccole imprese che si agganciano alle filiere distributive e alle tecnologie di rete delle medie imprese che competono alla grande sui mercati internazionali grazie ad un mix di innovazione, ricerca e capacità di brevettazione. Questo vale soprattutto nel caso della meccanica. Fuori dell’italico soft power “cibo-moda-mobili” per cui siamo famosi nel mondo, viaggiando a Nordest ci si accorge che l’Italia è anzitutto una potenza “meccanica”, che da sola vale 44 dei 56 miliardi di surplus commerciale manifatturiero 2011. Meccanica significa infatti il cuore della produzione in cui eccelle il capitalismo diffuso veneto (vale il 40% dell’intero valore aggiunto dell’industria e quasi il 50% degli addetti): macchine per l’industria, valvole, pompe, ingranaggi, rubinetteria, apparecchi per impacchettare o imballare merci o preparare cibi, cappe, attrezzature frigorifere e, ovviamente, un bel pezzo di filiera automotive, il primo bacino occupazionale del manifatturiero con 2.500 imprese e 170mila addetti.

Fuori di queste avanguardie, il nordest come l’intero paese non cresce da oltre 10 anni. peggio. Tra il 1970 e il 2008 ha perso per strada 3 punti medi di crescita strutturale, passando dal 4 all’1 per cento. Se lo tsunami mondiale comincia nel 2008, la stagnazione italiana è dunque precedente al grande crollo 2009, quando il Prodotto interno lordo (Pil) si contrae del 5,2%, il peggior risultato dal dopoguerra. Record negativo in Europa.

Nel frattempo la globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo da Occidente a Oriente ricchezza, potere, commerci e forza lavoro. Tra il 2007 e il 2010 i paesi emergenti asiatici sono saliti al 29,7% nella quota della produzione industriale mondiale. La sola Cina è balzata al 21,7 per cento. L’Italia è scesa dal 4,5 al 3,4%, dal quinto al settimo posto. Restiamo secondi in europa dietro la Germania ma di questo passo continueremo a scivolare in classifica se la locomotiva nordest non torna ad ingranare la marcia.

In questo senso il ciclo post crisi richiede risposte politiche urgenti per rimettere in ordine i conti pubblici, tagliare tasse, burocrazia e costo del lavoro, rendere più efficiente la macchina statale e velocizzare la giustizia civile, ma costringe le stesse imprese nordestine a ripensarsi. Gli ingredienti che ne avevano decretato il successo fino a 20 anni fa, dalle svalutazioni competitive alla concorrenza sul prezzo, non sono più sufficienti. Qualche anno fa Bepi Covre, leghista eretico, amico di Giorgio Lago, il cantore del Nordest, scrisse queste righe incisive che restituiscono benissimo lo spirito dell’epoca. «Ancora nel 1995 l’economia della nostra area macinava record. Incernierati fra est e ovest, ci trovammo in posizione geografica favorevole: fummo i primi a “colonizzare” con migliaia di aziende la romania e non solo. Il duemila, l’anno che chiudeva il secolo e il millennio, coincise con il massimo sviluppo del Nordest. Il nostro successo è stata bravura allo stato puro, autentico riscatto. Probabilmente, l’ebbrezza del successo non ci permise di ragionare con la dovuta freddezza e la necessaria calma. Avanti con aree produttive, capannoni, manodopera di importazione. Per anni abbiamo fatto convivere i due aspetti del successo: delocalizzazione a Est per beneficiare dei costi minori; crescita produttiva in casa senza alcuna pianificazione. Nel 2005, dieci anni dopo, la nostra economia ha il fiatone. Il Nordest della piena occupazione, delle infinite opportunità, sta licenziando e chiudendo molte fabbriche. I grandi marchi commerciali e industriali per sopravvivere seguono le regole “americane” del mercatismo liberista. Così piano piano, giorno dopo giorno, le grandi aziende tolgono il lavoro alle aziendine locali che costituivano la filiera, il gioiellino perfetto che faceva forte e competitivo il distretto industriale del Nordest. Tanto i piccoli, gli artigiani, non hanno voce, non fanno manifestazioni. Però scompaiono, però licenziano e creano disperazione. In pochi anni dalla piena occupazione alla totale disperazione, in molti casi». Bisogna cambiare, insomma, e quindi crescere, per non morire. Già prima della crisi era chiaro ma in pochi lo hanno applicato.

Gli indicatori non perdonano. Secondo Eurostat, le imprese venete continuano ad essere formato mignon e ad avere in media 9 addetti contro i 36 della Germania e i 14 della Francia. «Finché l’innovazione era prevalentemente di processo, la piccola dimensione poteva dare flessibilità», ripete da tempo il presidente della Bce, Mario draghi. «oggi riguarda i prodotti e la loro diversificazione, dunque si rivela sempre più difficile sfruttare le economie di scala e competere sul mercato globale». Quando però si mette in discussione il tabù dell’impresa familiare, ecco che saltano i nervi ai piccoli nordestini. Eppure non c’è alternativa alla crescita. Il nanismo ha implicazioni dirette sulla capacità di attirare risorse umane qualificate: basti dire che negli ultimi anni la domanda di laureati nell’industria è peggiorata e che gli individui in età da lavoro che hanno completato gli studi secondari superiori sono il 18% meno della media Ocse. Mentre al piano di sotto le scuole tecniche sono abbandonate da anni, dopo aver fornito competenze al miracolo dei distretti italiani. e ancora. Il nanismo ritarda un’adozione diffusa delle nuove tecnologie e delle loro implicazioni organizzative. E rende più difficile presidiare i mercati esteri, sviluppare reti commerciali/distributive adeguate e aumentare la produttività del lavoro, distante da quella tedesca o francese. Basti un dato: nel decennio precrisi 1996-2005 la crescita nordestina è avvenuta principalmente grazie alla sua forza estensiva, cioè alla capacità di occupare quote consistenti di manodopera, piuttosto che alla sua modalità di impiego intensiva. La crescita del numero di imprese sul territorio nel quinquennio 2000-2005 è per l’80,5% attribuibile alle costruzioni e alla sua filiera. Un settore a basso valore aggiunto. Fatto 100 il valore del 2000 di produttività dei fattori: nel 2010 la Germania è salita a 109, il Veneto è sceso a 97. Solo un caso?

Lo stesso vale per le risorse finanziarie. Durante il biennio 2009-2010 appena il 29,8% degli imprenditori nordestini ha apportato nuovi capitali alla sua impresa. Una banca di sistema come Intesa Sanpaolo, fra l’agosto del 2009 e il marzo del 2011, a fronte di ben 52.989 rinvii della rata del debito previsti dalla moratoria ha fatto soltanto 309 operazioni nel programma recap 4: 100 euro messi dall’imprenditore nella ricapitalizzazione della sua azienda, 400 euro impegnati dalla banca. Dalle crisi Olivetti e Montedison questa è una costante del nostro capitalismo: imprese che competono sui prodotti ma finanziariamente gracili. Politica e sistema paese hanno mille colpe, ma gli imprenditori non sono immacolati.

«Siamo un popolo che non può permettersi di fermarsi, di accontentarsi di facili successi. Dobbiamo sempre inventare cose nuove che piacciono nel mondo…», disse qualche anno fa un grande storico dell’economia come Carlo Maria Cipolla. È la vera sfida che ha davanti il Nordest, ripartendo un’altra volta dall’industria (siamo debolissimi nei servizi), che resta il principale motore della crescita economica perché vale direttamente e indirettamente un terzo del pil regionale, genera i guadagni di produttività, crea posti di lavoro qualificati e meglio remunerati, produce la maggior parte della ricerca e diffonde le nuove tecnologie al resto dell’economia incorporandole nei beni prodotti, fornendo il 78% delle esportazioni. Ma un’industria giocoforza più robusta.

Se il paese mantiene ancora certi primati (1° posto mondiale nelle produzioni tessili, abbigliamento e cuoio-pelletteria-calzature e 2° nella meccanica non elettronica, nei manufatti di base e nei prodotti diversi) è grazie alla trasformazione “informale” delle nostre imprese battistrada, che hanno saputo migliorare specializzazione merceologica (in vent’anni i beni legati alla moda sono scesi dal 21,5 al 13,9% dell’export; quelli a maggior intensità tecnologica sono saliti dal 60,8 al 66,9%) e mercati di sbocco (dal 2001 l’export Ue si è ridotto dal 61,4 al 55%; quello extra Ue dove c’è maggiore crescita è salito dal 21,3 al 29,3%). Tuttavia il nostro upgrading resta insufficiente. Bisogna fare di più in chiave di sistema e di innovazione. L’industria deve ripensarsi, crescere, internazionalizzarsi, puntando sulle risorse umane, su azioni di accorpamento, ristrutturazioni e attrazione di investimenti stranieri perché il progresso va avanti con gli investimenti incrociati. Tanto più oggi che la rotazione ad est dei commerci stressa alla radice la routine laburista dei distretti tipici di questa terra. Per daniele Marini diventati ormai veri e propri dis-larghi: «Da una fisionomia organica, a una flessibile e adattiva».

Non è un caso che nell’ultimo decennio solo il 16,3% delle imprese venete è cresciuto approdando a modelli di business incentrati sul confronto competitivo internazionale, il 65,2% è rimasto nella classe dimensionale di partenza, il 18,5% è addirittura arretrato.

Spesso il declino economico nasce dall’incapacità di adattare un vecchio modello produttivo a una realtà profondamente mutata. Anzi di solito «l’incapacità di adattamento è tanto maggiore quanto più il vecchio modello ha avuto successo e ha permeato le strutture istituzionali e i comportamenti sociali di regole non scritte a esso funzionali», spiega l’economista bocconiano, Tommaso nannicini. «Come avviene anche nella vita delle persone, i segreti dei successi passati possono tramutarsi nelle cause dei fallimenti futuri». Tutto ciò vale per il nordest dove un modello di sviluppo è entrato in crisi con l’intensificarsi della globalizzazione. Ma si può fare a uscire dalle secche se si riuscirà a fondere l’identità manifatturiera primordiale assieme a quella ambientale, culturale e turistica. passando dall’illusione dell’autosufficienza degli anni ‘90, quando il ciclo tirava così tanto da poter fare a meno della  politica e del gioco di squadra, ad un progetto complessivo e maturo, meno ossessivo, in grado di contenere le diverse dimensioni dei suoi territori. 

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