Storia MinimaViolenza e politica: perché la verità non è mai una sola?

Violenza e politica: perché la verità non è mai una sola?

È interessante che due storici, in momenti diversi del Novecento, si siano posti il problema di quante versioni diverse siano sufficienti per ricostruire un fatto, senza accontentarsi di una sola versione dei fatti. In entrambi i casi il problema non era la curiosità o soddisfare il guardonismo. Sapere la verità non è mai l’effetto di un solo indizio. La verità per saperla bisogna volerla. Bisogna avere pazienza, insistenza e anche un po’ di diffidenza. Obbligando, i protagonisti di quelle scene a misurarsi con la propria verità, a fornire delle spiegazioni, a esigere integrazioni se quelle date non sono sufficienti o sono parziali o reticenti. Non è un dato accademico. È un aspetto che riguarda profondamente il nostro presente, quello di questi giorni.

Da alcuni giorni le scene di violenza nelle manifestazioni di protesta, sia da parte delle forze dell’ordine, sia da parte dei manifestanti, occupano il centro della scena. Qualcuno ha chiesto di mostrare tutte le immagini delle violenze e non solo quelle di una parte; altri hanno sottolineato il carattere antisemita dopo gli slogan urlati nelle vie di Roma; altri ancora hanno insistito sul fatto che la violenza fa solo il gioco di chi non vuole trovare una soluzione.

C’è del vero ma non è sufficiente. La novità di questi giorni è l’insorgenza di un movimento che cova moto risentimento, che si sente beffato e sconfitto e senza futuro. Questa condizione però non lo rende un movimento equo e politically correct.

Ma chiediamoci: c’è mai stato un movimento d’opinione che nasce sull’onda di un bisogno avvisato come dirimente per il proprio futuro che sia stato politically correct? Un movimento lo diventa se ci sono giornalisti, se ci sono delle voci pubbliche autorevoli, per il rigore culturale e intellettuale che esprimono, che obbligano quel movimento a misurarsi con la propria parzialità e dunque a “crescere” e non solo a manifestare. In breve se ci sono degli intellettuali che contemporaneamente non concedono nessuna attenuante, ma anche non si accontentano della prima risposta che mette in pace le loro convinzioni. E se anche in solitudine o in minoranza obbligano maggioranze riluttanti a guardare i problemi.

Perché questo avvenga non occorre essere simpatetici, ma occorre porre le domande, non accontentarsi del sentito dire, insistere per sapere. E dunque fare in modo che gli analisti di oggi e gli storici di domani siano in grado di trovare e conservare documenti testimonianze, voci, versioni tra loro diverse che insieme consentano di avere un’idea, di farsi un’idea e soprattutto di descrivere con quanti più elementi possibile le scene che sono accadute.

Una società che non si accontenta della prima spiegazione è sicuramente meno soggetta al falso di una che si ferma alla prima risposta. Sarebbe bene ricordarselo, noi che siamo vissuti molti anni nel falso, con stragi impunite, depistaggi, personaggi i più incredibili che ci hanno raccontato tutto e il suo contrario, e, soprattutto, pensando di non avere mai responsabilità.

Marc Bloch, Le testimonianze si pesano, non si contano*

Miei cari amici,
Come sapete sono professore di storia. Il passato costituisce la materia del mio insegnamento. Io vi narro di battaglie cui non ho assistito, vi descrivo monumenti scomparsi ben prima della mia nascita, vi parlo di uomini che non ho mai visto. La situazione in cui mi trovo è quella di tutti gli storici. Noi non abbiamo una conoscenza immediata e personale degli avvenimenti di un tempo, paragonabile a quella che il vostro professore di fisica ha, per esempio, dell’elettricità. Non sappiamo nulla su di essi, se non per i racconti degli uomini che li videro compiersi. Noi siamo dei giudici istruttori incaricati d’una vasta inchiesta sul passato. Come i nostri confratelli del Palazzo di Giustizia, raccogliamo testimonianze con l’aiuto delle quali cerchiamo di ricostruire realtà. (…)

Quando due informazioni si contraddicono, la cosa più certa, fino a prova contraria, è di supporre che almeno una delle due sia sbagliata. Se il vostro vicino di sinistra dice che due per due fa quattro, e il vostro vicino di destra che due per due fa cinque, non tirate la conclusione che due per due fa quattro e mezzo.(…)

Due vetture si scontrano sulla strada. Uno dei conducenti è ferito. Si forma un crocchio. Un agente stende il verbale. Tre di voi erano presenti. Nella calca non si incontrano. Osservano, se ne vanno e, tornati a casa, redigono ognuno una descrizione dell’incidente. Io raccolgo questi tre testi e li metto a confronto. Certo non saranno perfettamente identici. Voi non avete visto esattamente le stesse cose, non foss’altro perché non eravate proprio allo stesso posto. Ogni memoria avrà le sue defaillances, ma non riguardo agli stessi aspetti. D’accordo sui fatti essenziali, differite nei particolari. Dove il succo sarà il medesimo, varierà l’espressione. Fate adesso l’ipotesi che uno dei resoconti cada nelle mai d’una persona poco scrupolosa, che lo copi, lo firmi con il suo nome e l’invii alla stampa. Allorché apparirà, vedendolo in ogni punto simile al vostro, non avrete il minimo dubbio che non sia proprio il vostro. Due testimonianze saranno perfettamente identiche, senz’essere sospette, solo se si riferiscono ad un avvenimento molto semplice e molto preciso. Non c’è che un modo di dire: ‘è mezzogiorno’. Ma ci sono maniere differenti di raccontare la battaglia di Waterloo. Se due relazioni della battaglia di Waterloo si ripetono parola per parola, o anche solo si rassomigliano da vicino, arriveremo alla conclusione che una delle due è stata la fonte dell’altra.

Ritorniamo ai nostri tre resoconti d’uno stesso evento confrontiamoli da storico. Due di loro affermano un fatto che il terzo nega. Ci schiereremo senza pensarci dalla parte del numero? Niente affatto. La critica storica non ha a che fare con ragioni aritmetiche. Dieci persone mi assicurano che al Polo Nord il mare è libero da ghiacci, l’ammiraglio Peary, che è gelato senza interruzione. Presterei fiducia a Peary, e gli crederei anche se i suoi avversari fossero cento o mille; perché lui solo fra tutti ha visto il Polo. Un vecchio assioma latino dice:‘Non numeratntur, sed ponderantur’. Le testimonianze si pesano, non si contano.

* Marc Bloch. Critica storica e critica della testimonianza (1914), in Id., Storici e storia, Einaudi, Torino 1997, p. 10, 13, 14-15.

Arnaldo Momigliano, Istruzioni di uno storico per non inventare la realtà**

La differenza tra un romanziere e uno storico è che il romanziere è libero di inventare i fatti (anche se può mescolarli con fatti reali in un romanzo storico), mentre lo storico non inventa i fatti. Poiché il mestiere dello storico consiste nel raccogliere e interpretare documenti per ricostruire e comprendere gli avvenimenti del passato, se non ci sono documenti, non c’è storia. Se i documenti si dimostrano insufficienti per quello che si vuol sapere, la storia è insoddisfacente. La difficoltà nello scrivere storia è pertanto duplice: 1) più documenti significa migliore storia, e perciò in teoria è sempre possibile migliorare il proprio lavoro storiografico con il trovare più documenti; 2) scarsi documenti significano peggiore storia, ma non escludono qualche forma ipotetica di storia. Ogni documento, anche il più sospetto, invita a una interpretazione, mette in moto la mente dello storico; il quale fa dei tentativi di spiegazioni, delle ipotesi, finché una di queste ipotesi gli appare così convincente da poter essere presentata come la migliore interpretazione del documento in questione.

La competenza dello storico si riconosce da ciò che egli non dà per certo quello che è dubbio e non generalizza il caso isolato. In taluni casi lo storico deve dire: non capisco. In altri avventurerà con esitazione una ipotesi. Ma non basta che una ipotesi sia plausibile. L’ipotesi avanzata deve essere più plausibile di ogni altra ipotesi. Prima di proporre una ipotesi lo storico deve fare lo sforzo di cercare e valutare alternative ipotesi. Ogni storico serio consultata i colleghi, soprattutto quei colleghi che hanno fama di essere scettici e inesorabili. Dimmi che amici hai, e ti dirò che storico sei.

Caratteristica del lavoro dello storico è dunque che c’è una serie infinita dio transizioni tra la conoscenza di grado zero dovuta all’assenza di qualsiasi documento e la conoscenza perfetta (ma irraggiungibile) dovuta alla perfetta sopravvivenza e perfetta comprensione di tutta la documentazione. Lo storico normalmente lavora sul presupposto di interpretare un numero limitato di documenti. In particolare lo storico antico, salvo in casi eccezionali, lavora sul presupposto di avere una documentazione insufficiente. Perciò in storia antica si fanno più ipotesi che in storia moderna, e perciò c’è un rischio maggiore di dì fare ipotesi campate in aria. La storia antica è favorevole campo per i ciarlatani.

**Arnaldo Momigliano, Le regole del gioco nello studio della storia antica, (1974), in Id., Sui fondamenti della storia antica, Einaudi, Torino 1984, pp. 479-480.

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