Storia di Mister Kodak, che regalò la fotografia al mondo

Storia di Mister Kodak, che regalò la fotografia al mondo

Ormai soffriva da anni, costretto su una sedia a rotelle da una malattia alla spina dorsale, che significava, per lui, dolori continui, e impossibilità di muoversi in modo autonomo. Nemmeno pensare al futuro poteva essere di sollievo, perché sapeva (gli avevan detto) che non sarebbe mai più guarito. Anzi, la situazione era destinata a peggiorare. Per temperamento, George Eastman, il fondatore della Kodak, questo non lo poteva sopportare.

Quando lo ritrovarono morto, suicida con un colpo di pistola al cuore, le sue ultime parole non sorpresero nessuno. «Ai miei amici: il mio lavoro è compiuto. Perché aspettare?». Era il 1932, Eastman aveva 77 e la convinzione di avere fatto abbastanza. Sarebbero passati altri 80 anni prima anche anche la sua creatura, la Kodak, avrebbe deciso di chiudere. Questa è la storia di un fallimento, definitivo, che arriva al termine di una parabola altissima, quella della fotografia, e della pellicola.

George Eastman ebbe il merito, inventando il rullino fotografico, di rendere la fotografia l’arte più democratica (e al tempo stesso meno artistica) del mondo. Diventava qualcosa alla portata di tutti, priva dell’ingombro della strumentazione tecnica specialistica, le camere oscure e i solventi. Uno strumento per raccogliere i ricordi, per scrivere e fissare il passato, di ogni vita e del mondo, racchiuso in libroni di fotografie e ricordi che, con il tempo cominciano a ingiallire. Ebbe anche il merito di creare un’azienda per questo, e renderlo un affare. Non solo invenzione, ma anche spirito d’impresa.

Lo si poteva capire dal suo temperamento, impaziente e ambizioso. Eastman nasceva nel 1854 a Waterville, a venti chilometri da Utica, terzo di tre figli (dopo le due sorelle maggiori) nella fattoria di famiglia. Autodidatta fino agli otto anni, si dimostrava studioso e attento. La vita gli cambia d’improvviso, quando, nel 1862, il padre morì. Subito abbandonarono la campagna e si trasferirono a Rochester, nello stato di New York. È il momento, per George, in cui tocca conoscere la durezza del lavoro. La morte del padre ha lasciato tutti i membri della famiglia in difficoltà, e lui deve lasciare la scuola e cercare di guadagnare qualcosa per sé e la famiglia. All’inizio, il primo lavoro è in una società di assicurazioni, dove riceve 5 dollari alla settimana. «Troppo poco», diceva. E allora studiava, tutte le sere e anche la notte, contabilità. Per la carriera, pensava.

Cinque anni dopo, arriva l’occasione: la Rochester Savings Bank gli offre un posto. Sono quindici dollari alla settimana, stavolta. Il triplo. Eastman vuole festeggiare l’assunzione con un viaggio al mare, e vagheggiava Santo Domingo. Ne parlava con tutti, era entusiasta. Quando, un giorno, un amico gli consigliò di comprare l’attrezzatura fotografica, per scattare fotografie e avere ricordi del viaggio. Fu il momento della svolta.

Eastman compra tutta l’attrezzatura (spese cinque dollari, il corrispettivo del suo stipendio alla società di assicurazioni): una macchina fotografica con un monitor di 21 pollici, un treppiede, lastre di vetro dove viene catturata l’immagine, sostegni per le lastre, serbatoi in vetro. Una tenda, dove sviluppare le immagini (vanno fatte in fretta, prima che la lastra di vetro umida e con l’emulsione fotografica si asciughi. All’epoca si utilizzava il metodo della lastra di vetro umida. Tutte cose complicate da usare, ma Eastman si applica, si appassiona e, alla fine, abbandona anche il progetto del viaggio a Santo Domingo. Quello che gli serviva lo aveva già.

Nel giro di pochi anni, inventa un nuovo sistema, con una lastra a secco, grazie a una sostanza gelatinosa che trattiene l’umidità della lastra di vetro. In questo modo le immagini possono essere riprodotte in ogni momento, e non soltanto subito dopo che la fotografia viene scattata. Insieme (e questo è importante) brevetta anche un macchinario per produrle. È il suo primo ingresso nel mondo dell’industria della fotografia. Anzi, è l’industria stessa che nasce, con lui, adesso. È il 1880. Eastman si licenzia dalla banca e apre una società per la produzione e il commercio delle lastre a secco.

Non dura tanto: il primo passo è un fallimento. La società si accorge che le lastre sono difettose, che vanno cambiate. Finisce tutto in perdita, «ma non la credibilità». Forte di questo, ci prova ancora, nel 1894: fonda la Eastman Dry Plate, e si sente ispirato. Il sistema della lastra di vetro, sia umida che secca, va abbandonato. Il mondo ha bisogno di poter fare fotografie con la facilità «con cui si usa la matita». E inventa la pellicola trasparente.

Con il rullino, Eastman uccide il business delle lastre di vetro, secondo il principio per cui una innovazione tecnologica andrà a migliorare e sostituire le precedenti. Nel suo caso, se l’intuizione è vincente, l’altra arma è la comunicazione: cura tutto, dalla produzione alla messa in vendita, ma soprattutto al marketing. Inventa gli slogan, e insieme, una nuova idea per intendere la fotografia. «Voi premete il pulsante, il resto lo facciamo noi». Non è solo una frase, è la creazione di un nuovo rapporto tra produttore e cliente, basato sulla fiducia, totale, di chi compra. Basta un clic, tutto il resto è già fatto, pronto, e veloce. Come la parola Kodak, senza significato in sé, che Eastman registra nel 1888, fondando la Eastman Kodak. «Mi piaceva la lettera K, e volevo una parola veloce, rapida. E senza problemi per il marchio». Come Kodak.

Da lì, è una crescita senza sosta: la Kodak diventa in poco tempo un punto di riferimento essenziale, insieme al rullino, nascono le macchine fotografiche Kodak. La sua pubblicità è una delle prime in Piccadilly Circus, il nome si diffonde, e così gli scatti. Il mondo cambia, e con lui la rappresentazione di sé.

Nel 1919, seguendo il suo principio della “distribuzione salariale” ai dipendenti, Eastman consegna loro un terzo delle sue aziende, per il totale di 10 milioni di dollari. Fa donazioni a istituti di ricerca e, per anni, finanzia il Mit di nascosto, regalando 20 milioni di dollari, a nome Mr. Smith. Per l’istituto l’identità del benefattore resterà a lungo un mistero, tanto che, una volta, durante la cena annuale del Mit, lo stesso Eastman farà un brindisi a Mr. Smith. E nessuno coglierà l’ironia del gesto.

La parabola di Eastman continua in discesa. La malattia alla spina dorsale, la perdita dei movimenti, la fine ne suicidio. Il suo lavoro, pensava, era stato fatto. Aveva creato un’azienda destinata alla gloria: nel 1976 avrebbe registrato il dominio del 90% del mercato delle pellicole fotografiche. Tanto che Neil Armstrong, sulla Luna, aveva scattato fotografie con una Kodak. L’abitudine a fare fotografie, e conservare i momenti importanti della vita in questo modo, divenne un’abitudine a livello globale. Ogni attimo importante, per gli americani, è diventato un Kodak moment, per antonomasia,

Ma sarà ancora la tecnologia, con la possibilità di digitalizzare le immagini, a sancire la fine della pellicola e, insieme, della Kodak. Il cambiamento è forte: non c’è più selezione, né dell’immagine né del momento, perché la possibilità di scattare fotografie tocca l’infinito. E così anche la loro archiviazione: esce da libri polverosi e va su internet, su Facebook, Instagram. La fine della Kodak arriva così, lenta. Nessuno sente ne più la necessità, a parte pochi professionisti. Di immagine in immagine, a uccidere la Kodak, e il vecchio modo di far foto, siamo stati tutti noi, assecondando, senza colpa, i nuovi strumenti. A quel punto, era necessario chiudere. Il compito della Kodak, rendere la fotografia una cosa di tutti, era compiuto. Perché aspettare?