Firenze. Il Partito democratico chiama, Matteo Renzi risponde. Al teatro Obihall di Firenze il sindaco rottamatore scende in campo insieme a Pier Luigi Bersani. Il viaggio in Toscana del segretario aveva un chiaro obiettivo: coinvolgere l’ex avversario in vista del voto, sfruttare la sua immagine per convincere incerti e indecisi (magari gli stessi elettori che dopo aver sostenuto Renzi alle primarie si sono allontanati dal partito). Ma soprattutto consegnare al Paese la fotografia di un partito unito, coeso. Pronto a governare.
Alla fine l’obiettivo è raggiunto. Sul palco, Renzi e Bersani archiviano definitivamente le polemiche delle primarie. I due sembrano essere in sintonia. Probabilmente lo sono. Renzi riesce ad essere il protagonista della giornata senza rubare la scena al segretario. A ognuno il suo ruolo. Seguendo un copione forse non scritto, ma ben chiaro a entrambi. Il sindaco apre l’incontro parlando per una ventina di minuti. Lancia un appello ai suoi sostenitori, chiede di sostenere con lealtà la corsa a Palazzo Chigi di Bersani. Il Partito democratico vara l’operazione “Blues Brothers”. Il sito del Pd già da questa mattina presentava i due dirigenti in versione John Belushi e Dan Aykroyd. Altro che rivalità. Sono proprio le note di «Everybody needs somebody» a chiudere l’intervento del segretario. Che per l’occasione indossa ridendo gli occhiali scuri di Belushi.
Come cambiano i tempi. Lo scorso autunno nel Pd erano in pochi a sopportare Renzi. Improvvisamente il sindaco è diventato popolare. Qualche giorno fa l’inattesa apertura di Massimo D’Alema (forse la più illustre vittima della rottamazione). Stamattina l’attestato di stima di Nichi Vendola. «Renzi è un protagonista di primo piano del centrosinistra, per me è un alleato prezioso». Ora la visita di Bersani a Firenze. Il sindaco è una risorsa che il Partito democratico non può permettersi di sprecare. Ma anche per Renzi questa è un’opportunità da non gettare. «La sua credibilità si costruisce così» raccontano i suoi. Aveva promesso lealtà al partito durante le primarie – a prescindere dall’esito finale – ora mantiene la parola. È un credito che potrà sfruttare quando sarà il momento.
Unico dispiacere della serata: la location. «È vero, abbiamo rischiato poco» ammettono gli organizzatori. Negli ultimi mesi Renzi aveva riempito le enormi sale della Stazione Leopolda e il palazzetto dello sport di Firenze. Stasera, forse per paura di un flop, si è puntato su un teatro molto più piccolo. All’Obihall entreranno meno di duemila persone. Peccato che già un’ora e mezza prima dell’incontro la sala sia quasi piena. Alle 17.30 vengono chiusi i cancelli. Decine e decine di persone restano fuori, sotto la pioggia. Se erano elettori da convincere è probabile che il Pd dovrà rinunciare a questi voti. La gente alza la voce, si lamenta. Molti se ne vanno prima che inizi il comizio.
Bersani arriva in Toscana nel pomeriggio. Il primo appuntamento è a Palazzo Vecchio. Una chiacchierata a quattr’occhi con il sindaco. Poi qualche foto di rito con i candidati più vicini a Renzi. L’ingresso al teatro è scenografico. I due arrivano insieme, si fanno spazio tra la folla. Poi salgono sul palco e salutano i presenti. Bersani mette un braccio attorno alle spalle dell’ex avversario. I tanti fotografi immortalano l’immagine che dovrà caratterizzare l’evento.
La stazione Leopolda è lontana. E non solo perché è dall’altra parte della città. Le gigantografie di Renzi, il camper, la rottamazione appartengono ormai a un’altra epoca. Di quell’esperienza resta il look del sindaco. Immancabile camicia bianca e maniche arrotolate. Ma ormai neppure l’abbigliamento divide. Anzi, quando Pier Luigi Bersani prende la parola si sfila la giacca. «È un omaggio a Matteo – scherza – Se lo merita».
Omaggi e scambi di cortesia. «Benvenuto al prossimo presidente del Consiglio dei ministri» esordisce Renzi. Il segretario, quando tocca a lui, non smette di ringraziare il sindaco. L’intervento dell’ex rottamatore segue le attese dei presenti. «Non si utilizzano gli schieramenti interni al partito per fare guerriglia continua». Il concetto è chiaro. Va ripetuto più volte: «Le primarie non ci consegnano un partito diviso in correnti, ma un partito più forte». Forse esagera un po’. «Non ci sono renziani e bersaniani». In realtà qualcuno è convinto che in sala i sostenitori del sindaco e del segretario siano ben visibili. Siedono distanti. Solo malizia?
In ogni caso Renzi ha il compito di mobilitare i suoi. «L’Italia giusta ha bisogno di ognuno di noi. Negli ultimi 23 giorni di campagna elettorale bisogna mettersi in gioco». Non siamo ancora all’operazione “Give me five”, quella lanciata nella settimana prima del ballottaggio con Bersani, in cui chiedeva a ogni sostenitore di convincere cinque amici in una moderna catena di Sant’Antonio, ma l’impegno c’è. È sincero. Viene suggellato da un appello «agli amici che hanno votato per me». Renzi si rivolge ai suoi: «Se vi è sembrato di costruire un castello in aria, non è così. Adesso il vostro compito è di costruire le fondamenta a quel castello». Bersani, seduto vicino al podio, assiste compiaciuto e annuisce.
Certo, i comizi delle primarie erano un’altra cosa. Non potrebbe essere altrimenti. Stavolta Renzi recita il suo compitino. Non è più il candidato leader, è la spalla. Deve assicurare la lealtà dei suoi sostenitori. Ma ha anche il compito di convincere gli indecisi. Durante le primarie era riuscito ad avvicinare al partito nuovi simpatizzanti. Ora ci riprova. «È necessario stanare gli elettori di centrodestra» ammette. Quando lo aveva detto durante la sua corsa alla premiership si era attirato le critiche sdegnate di buona parte del partito. Oggi nessuno può contraddirlo.
Renzi sta attento a non nominare lo scandalo Mps. Avrebbe potuto. Dopotutto lo scontro con Bersani durante le primarie si era acceso proprio sulla finanza. Oggi tace. Un unico, breve, accenno. «Il prossimo governo di centrosinistra deve essere capace di rinnovare il rapporto tra finanza e politica». Poi basta. L’unico sassolino che Renzi si toglie dalle scarpe riguarda alcuni dirigenti Pd. Quelli che si erano lamentati per la “violenza” verbale della sua rottamazione. «Adesso Bersani dice “sbraniamoli” – ironizza – Finalmente un linguaggio un po’ più moderato».
Prima di lasciare spazio a Bersani, il sindaco concretizza il suo nuovo ruolo. Regala al segretario una copia del marzocco, il leone simbolo della Repubblica fiorentina. «È il simbolo dei valori di libertà, bellezza ed entusiasmo di questa terra. So che porterai avanti i valori di un’Italia giusta e di una Firenze che vuole stare al tuo fianco». Applausi. Il comizio di Bersani può cominciare.