Altro che Grillo, il sostegno al Pd arriva dalla Lega

Suggestioni in Transatlantico

La voce gira. Si ascolta nei capannelli dei deputati che attendono in Transatlantico l’ennesimo voto per il presidente della Camera. C’è chi racconta di averla sentita a Palazzo Madama, dove da stamattina i colleghi senatori stanno procedendo senza successo all’elezione del sostituto di Schifani. Fumata nera dopo fumata nera. È una voce, certo. Solo un’indiscrezione, che nell’incertezza della giornata politica si fa insistente. «Che vuole che le dica? – racconta un berlusconiano alla seconda legislatura- Se qualcuno mi avesse detto una cosa del genere quattro anni fa mi sarei messo a ridere. Ma ormai chi può dirlo…».

Uno scenario da fantapolitica, forse. Ma tra i nuovi parlamentari qualcuno è pronto a metterci la mano sul fuoco. Il governo di centrosinistra nascerà in tempi brevi. E a colmare i voti che mancano non saranno i grillini, sempre più arroccati (anche per marcare la distanza con gli altri partiti oggi i deputati a cinque stelle si sono seduti nei seggi più alti dell’emiciclo). Ma la Lega Nord, disponibile a dare un sostegno esterno al nuovo esecutivo.

Dal Pdl al Pd, passando per i deputati del Carroccio. Sono in pochi a stupirsi. «È vero, la voce gira» ammettono. Ufficialmente Pier Luigi Bersani respinge l’ipotesi. «Dialogo con la Lega? Ho parlato con Bossi, che è molto simpatico». Ma alla Camera sono proprio alcuni deputati democrat a spiegare lo scenario nei dettagli. I parlamentari più navigati squalificano il progetto a «ipotesi di scuola». Ma qualcuno i conti se li sta già facendo. Con il sostegno dei senatori padani, il governo di centrosinistra avrebbe i numeri per iniziare. «E l’importante – racconta l’ex Dc Pino Pisicchio, uno che il Palazzo lo conosce – è far partire la nave».

I numeri sono dalla parte della sorprendente indiscrezione. A Palazzo Madama gli esponenti di centrosinistra sono 123. Se a loro si sommano i 19 esponenti della Lista Civica di Monti e i 17 leghisti si arriva a quota 159. Uno in più della maggioranza assoluta. Bisogna poi contare il voto dei senatori a vita. A partire da quello di Mario Monti. Le cifre – seppure risicate – sono quelle giuste. La suggestione prende piede.

Paradossalmente, la trattativa sui nuovi presidenti delle Camere passa in secondo piano. L’attenzione si concentra sull’intesa principale, quella che riguarda la nascita del governo. Anche se forse le prime prove dell’accordo potrebbero arrivare già domani, quando i senatori leghisti faranno convergere i propri voti sul candidato democrat. Magari l’ex capogruppo Anna Finocchiaro.

In Transatlantico i deputati immaginano lo scenario, si confrontano. Arrivano conferme dal Pd, qualche apertura anche dal Carroccio. «Ne stiamo parlando tra di noi» ammette uno dei pochi riconfermati. «È una storia che sta girando» si unisce anche lui al coro. I più contenti sembrano essere i montiani. «Vedrete che presto torneremo al centro della scena» assicura un deputato di Scelta Civica appena eletto. Effettivamente il presidente del Consiglio dimissionario non potrebbe immaginare ipotesi migliore.

La Lega sembra pronta al grande passo. «A noi interessa un governo che duri cinque anni, un interlocutore a Roma per i nostri interessi al Nord» spiegava Roberto Maroni. «Di certo non saremo noi a impedire la formazione di un governo» racconta Umberto Bossi ai giornalisti che lo inseguono fuori dall’Aula. In cambio della fiducia sembra che il Carroccio potrebbe ottenere il riconoscimento della Macroregione vagheggiata dal segretario federale. Almeno così raccontano gli immancabili bene informati. Senza dimenticare che in questo modo si allontanerebbe la data del voto anticipato. Eventualità che dalla Lega guardano con giustificato interesse.

Eppure lo scenario ha una grande incognita. Il Pdl. I berlusconiani hanno due grandi opzioni: tornare al voto il prima possibile o entrare in un governo di larghe intese che duri fino al termine della legislatura. Un esecutivo Pd-Monti-Lega? «Non avremmo alcun interesse» ammettono in molti. E senza l’ok del Cavaliere, la Lega non può permettersi di rompere l’alleanza. Perché mettere a rischio i governi di Lombardia, Piemonte e Veneto? «Certo – immagina un pidiellino – Se nell’accordo ci fosse anche un’indicazione per il Quirinale…». 

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