Altro che Senato, Monti vuole restare a Palazzo Chigi

Colloquio con l’ex presidente della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli

La mattina a Palazzo Chigi, il pomeriggio nella sede di Scelta Civica. Mario Monti affronta la complicata fase di transizione verso la XVII legislatura da presidente del Consiglio uscente e leader di partito. Pronto a traslocare a Palazzo Madama o al Quirinale. Sicuramente ben disposto a rimanere nel suo studio con affaccio su Piazza Colonna.

Giornate frenetiche, una riunione dopo l’altra. Oggi prima di pranzo il Professore ha incontrato i ministri dell’Interno, della Giustizia e della Pubblica amministrazione durante il comitato per la lotta alla corruzione. In serata ha raccolto i suoi nuovi parlamentari assieme al leader di Italia Futura Luca Cordero di Montezemolo. Trovando anche il tempo di ricevere a Palazzo Chigi – difficile dire se in qualità di premier o da leader di partito – i due Letta della politica italiana. L’ambasciatore berlusconiano Gianni e il vicesegretario democrat Enrico.

Resta il grande interrogativo su quello che sarà il suo futuro istituzionale. Fino a pochi mesi fa il Professore era unanimemente accreditato come il prossimo Capo dello Stato. La scelta di “salire” in campo alla guida di una nuova formazione politica ha modificato gli scenari. Eppure, nonostante il deludente risultato elettorale, la figura di Monti resta al centro dell’imprevedibile domino istituzionale.

A lui potrebbe guardare Giorgio Napolitano se l’emergenza imponesse un governo di larghe intese. Sempre a lui potrebbero ispirarsi i partiti quando il Parlamento dovrà sbrogliare la complicata matassa del Quirinale. Anche se nel Palazzo l’ipotesi più chiacchierata punta a una terza poltrona: la presidenza del Senato.

«Costituzionalmente non ci sarebbe alcun impedimento» ragiona il presidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelli. «Una volta nominato senatore a vita, Monti ha tutti i diritti e tutti i doveri dei senatori eletti». Ci sarebbe anche un precedente, «quello di Amintore Fanfani».

Un incarico prestigioso. Probabilmente limitato nel tempo, dati gli incerti equilibri politici. Una nomina fondamentale anche in vista di eventuali voti anticipati. Se il Partito democratico deciderà di sostenere Mario Monti alla presidenza del Senato, l’intesa tra democrat e centristi ne uscirebbe altamente rafforzata. Quasi un’alleanza di governo, in vista della prossima campagna elettorale.

Eppure questo scenario comporta qualche difficoltà. Per succedere a Renato Schifani, Monti deve prima lasciare Palazzo Chigi. «Non dimettersi – sottolinea Mirabelli – Monti si è già dimesso, al momento è rimasto in carica solo per gestire l’ordinaria amministrazione. Ma se fosse eletto alla presidenza del Senato non potrebbe più esercitare neppure quelle funzioni. Ci sarebbe un’incompatibilità». Una situazione inedita nella storia repubblicana. «Impossibile che venga nominato un nuovo premier ad interim – ragiona l’ex presidente della Corte costituzionale – Più facile che si possa trovare una soluzione all’interno del governo». Magari interpellando il titolare del Viminale. «Di solito se manca un vicepresidente del Consiglio è il ministro dell’Interno a prendere il suo posto. Ma stiamo ragionando su un’ipotesi abbastanza remota».

Più suggestivo un ritorno di Monti a Palazzo Chigi. Se il tentativo di Pier Luigi Bersani dovesse fallire – il segretario Pd è intenzionato a formare un governo sostenuto dai voti dei grillini – Napolitano potrebbe affidare l’incarico a una personalità in grado di raccogliere il consenso dei principali partiti. A destra come a sinistra. Chi meglio di Mario Monti, che per un anno ha guidato un esecutivo tecnico sostenuto da Pd e Pdl? «Servirebbe un atto del presidente della Repubblica e la volontà del presidente del Consiglio – immagina Mirabelli – Ma anche questa mi sembra un’ipotesi piuttosto remota». Un nuovo governo o una conferma di quello attuale? In ogni caso Monti dovrebbe presentarsi al nuovo Parlamento per la fiducia.

Al momento sembra sfumata l’ipotesi di un’elezione al Colle. «Ovviamente non c’è alcun limite costituzionale – racconta Mirabelli – Monti è pienamente eleggibile come presidente della Repubblica». Norme costituzionali a parte, per salire al Quirinale servono i voti del Parlamento. Il premier è in grado di superare l’agguerrita concorrenza? L’ultimo scenario è il più impietoso. Svanita l’elezione alla presidenza del Senato e quella al Colle, scomparsa la possibilità di rimanere a Palazzo Chigi, Monti rimarrebbe comunque un parlamentare. «Senatore a vita. Una volta nominato dal presidente della Repubblica, quella è una carica che non si perde».

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