Anche nel ’94 per la sinistra italiana sembrava fatta

Corsi e ricorsi

Fa quasi tenerezza: se digitate su Google «gioiosa macchina da guerra», al secondo posto viene fuori un articolo del Corriere della sera del 2 febbraio 1994. Lo firma Francesco Verderami e a rileggerlo ci si infila in una specie di macchina del tempo, di un tempo che sembra non finire mai: quello dei sogni e delle sconfitte della sinistra italiana. «Per i progressisti è una giornata bellissima», annuncia trionfante Achille Occhetto, al tempo sgretario del Pds, il partito che ha preso il posto del Pci. Ma subito dopo Armando Cossutta, presidente di Rifondazione comunista, cioè degli ex Pci che non sono voluti confluire del Pds, segna le distanze: «Fino all’ultimo ci sarà da tribolare». Non sapeva che le tribolazioni sono come gli esami: non finiscono mai.

«È vero che ieri sera i leader di otto forze politiche si sono giurati fedeltà, è vero che si sono ripromessi di scendere in campo con una sola squadra e con la stessa maglietta. Ma è altrettanto vero che gli otto allenatori stanno litigando sulla formazione da schierare e su chi ne sarà capitano», scrive Verderami. E se da un lato si abbracciano Fausto Bertinotti e Willer Bordon (quest’ultimo, già deputato Pci, è tra i fondatori di Alleanza democratica) dall’altro Occhetto spara a zero sul Patto di Mario Segni (formazione politica che va pur’essa incontro a una decisa sconfitta, mentre a Sondrio fa eleggere un deputato dal nome ignoto ai più che poco dopo passa a Forza Italia: tal Giulio Tremonti). Intanto Ferdinando Adornato «ripete che per Ad è fondamentale» che il rassemblement possa indicare una squadra di governo». Adornato: dirigerà il settimanale più costoso, con più vicedirettori, e meno longevo (neanche due anni) della storia italiana, “Liberal”, e politicamente passerà prima a Forza Italia e poi all’Udc. Alleanza democratica: sembrava il futuro, ci aderirà tutta l’intellighenzia laica italiana, da Paolo Mieli a Oscar Giannino, e uscirà dalle urne con un miserabile 1,4 %. 

Tutti contenti, quella sera, tutti sicuri di vincere le elezioni – i sondaggi davano il vento in poppa – sembrava che l’unico problema fosse chi doveva fare il ministro di cosa. Invece dal sogno all’incubo passano solo 55 giorni: il 29 marzo 1994 i giornali riportano i risultati delle elezioni tenute nei due giorni precedenti. «Vince Berlusconi, l’Italia va a destra», titola prima pagina della Stampa. L’occhiello spiega come siano andate le cose: «Forza Italia è il primo partito, secondo il pds, exploit di Fini. Volano Borsa e lira». Il sitema elettorale di allora, il Mattarellum, dal nome del democristiano Sergio Mattarella che l’aveva concepito, prevedeva l’elezione del 75% dei parlamentari con l’uninominale e un 25% di quota proporzionale. E qui i risultati dicono che Forza Italia supera il 24% il Pds non arriva al 20, An ha quasi il 13, la Lega il 9, Rifondazione ha il 5,8 e Segni il 5,2: una miseria per chi fino a pochi mesi prima sembrava avere l’Italia in mano (un Berlusconi non ancora in campo gli aveva offerto la leadership dei moderati, da lui rifiutata). Di Alleanza democratica si è detto, da segnalare l’8,1% di quel che resta della Dc, ovvero il Ppi, e l’1,8% della Rete, altro movimento politico che sembrava dover determinare i destini dell’Italia (un anno prima, a Milano, Nando Dalla Chiesa, deputato della Rete, era andata al ballottaggio per l’elezione del sindaco, salvo poi perdere contro il leghista Marco Formentini). 

Marcello Sorgi, vicedirettore della Stampa, scrive: «Una vittoria epocale, come l’ha subito proclamata Forza Italia. E indubbiamente una svolta di grossa portata se si considera che il partito del Cavaliere è nato solo due mesi fa ed è diventato in così poco tempo la prima forza politica del paese. Una novità mai vista in mezzo secolo di storia repubblicana».

Massimo D’Alema non perde l’occasione per promuovere quello che anni dopo si sarebbe chiamato “inciucio”: «Si andrà a un governo cosituente», afferma; mentre Umberto Bossi, gioca all’antiberlusconiano, dicendo che il leader di Forza Italia non può fare il presidente del Consiglio: «È un imprenditore, ha troppi interessi da difendere», sostiene il senatur. Gianfranco Fini, da parte sua, va all’incasso: «La nostra affermazione è netta, nessuno può tagliarci fuori». 

E Achille Occhetto, il segretario del Pds sicuro della vittoria? Sembra un pugile suonato: se ne sta chiuso nel suo ufficio – ancora alle Botteghe Oscure – e non vuol vedere nessuno. Scrive un Paolo Guzzanti non ancora convertito alla politica attiva: «Sta di fatto che quella di questa sera, 28 marzo 1994, è la serata dela più grande batosta che il Bottegone abbia mai conosciuto. E il tempo passa, passa minuto dopo minuto senza che nulla acccada, senza che nessuno trovi la forza e il coraggio di dire che questo è il palazzo della sconfitta, perché così va la vita nei paesi in cui si tira al bipolarismo, in cui cioè alla fine chi vince vince e chi perde perde di brutto».

Nell’articolo in taglio basso, Pierluigi Battista illustra le reazioni degli intellettuali, i cosiddetti radical-chic che nel titolo diventano «radical-choc». «Il gelo. La catastrofe. Lo sgomento. Le illusioni perdute, per capirci: lo champagnino che resta chiuso nel frigorifero, la tartina che rimane nel gozzo, la bestemmia strozzata in gola. E poi “io me ne vado da questo Paese di merda”, e poi “tenetevelo il vostro Berlusconi”. Aria da tragedia, nei rifugi progressisti».

Naturalmente in questa debacle della sinistra, in quest’Italia che si addormante presuntamente progressista e si sveglia realmente berlusconiana, c’è anche chi, a sinistra, sprizza gioia. È Rifondazione comunista. Fausto Bertinotti, segretario, e i suoi sono tutti contenti di essersi ritagliati il loro orticello. Oliviero Diliberto rilascia la prima dichiarazione a caldo: «La linea di Rifondazione per l’alternativa e il recupero dei voti popolari è vincente». Sta per comunciare il ventennio berlusconiano.