Boldrini dopo Fini, la presidente scelta nella notte

Camera con vista

Eletta in Sicilia nelle liste di Sinistra ecologia e libertà

«Boldrini, Boldrini, Boldrini». Il presidente di turno Antonio Leone legge una dopo l’altra le schede che escono dall’urna. Quando il nome della deputata risuona per la 316esima volta, nell’Aula di Montecitorio esplode fragoroso l’applauso. Sono appena passate le 13, quando si sblocca lo stallo istituzionale che da oltre un giorno impedisce l’elezione dei presidenti del Parlamento.

Laura Boldrini raccoglie il testimone di Gianfranco Fini. Eletta in Sicilia nelle liste di Sinistra Ecologia e Libertà, già portavoce dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’ONU in Italia, è la terza donna a diventare presidente della Camera. Prima di lei solo Nilde Iotti e Irene Pivetti.

Una nomina imprevista, spuntata fuori nella lunga notte di trattative. Dopo l’ennesima porta in faccia dei grillini, in serata a Pier Luigi Bersani non restano molte carte da giocare. Escluso un accordo con il Pdl, preso atto del «sorprendete disimpegno» di Monti, il centrosinistra è costretto a imporre un proprio candidato. Si cerca un volto giovane, una donna. Viene proposto il nome della deputata Marianna Madia. Alla fine la spunta Laura Boldrini. La diretta interessata viene avvertita con una telefonata a notte fonda. 

A Montecitorio il risultato è scontato. Almeno qui Pd e Sel hanno la maggioranza assoluta dei seggi. La presidente viene eletta con 327 voti, tredici in meno di quelli della coalizione di centrosinistra. Pochi minuti dopo la conta Laura Boldrini, emozionatissima, viene invitata sul banco della presidenza. Elegante nell’abito nero, inizia a leggere il discorso preparato in mattinata. Cinquant’anni. Una vita spesa a difendere i diritti umani. Mentre la presidente parla si capisce perché Bersani abbia puntato si di lei. Un personaggio tanto autorevole quanto innovativo. Un volto nuovo, come chiedeva gran parte del Pd. «Potevamo scegliere un candidato autoreferenziale – raccontano – abbiamo optato per un presidente capace di dialogare con tutti».

Il discorso che Laura Boldrini legge da alcuni fogli non è lungo. Ma viene interrotto continuamente dagli applausi dell’Aula. La nuova presidente della Camera presenta il suo impegno per l’incarico appena ricevuto. «Farò in modo che questa istituzione sia un luogo di cittadinanza di chi ha più bisogno». Parla di battaglie «contro la povertà, non contro i poveri». Si sofferma sulla sofferenza sociale «di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà». Ma anche delle donne, «dell’umiliazione di chi subisce violenza travestita da amore». Dei detenuti, di chi ha perso il lavoro, «dei cosiddetti esodati, che noi non abbiamo dimenticato». C’è spazio per un pensiero ai pensionati «che hanno lavorato tutta la vita e oggi non riescono ad andare avanti», bambini, disabili. L’antifascismo e le vittime della mafia.

Qualche breve cenno autobiografico. Tanto per raccontare ai politici di professione qual è la sua storia.«Arrivo a questo incarico dopo avere trascorso tanti anni a difendere e a rappresentare i diritti degli ultimi, in Italia come in molte periferie del mondo. È un’esperienza che mi accompagnerà sempre e che da oggi metto al servizio di questa Camera». Chi conosce Laura Boldrini pensa all’impegno nelle Nazioni Unite. Portavoce per l’Italia del Programma alimentare mondiale, prima. Poi dell’Alto commissariato per i rifugiati. Ecco la vera missione del presidente della Camera. Per lei che si è a lungo occupata di migrazioni nell’area del Mediterraneo è impossibile non dedicare un passaggio del suo intervento a «chi arriva da lontano». 

In campagna elettorale ne aveva fatto una battaglia. La revisione della legge sulla cittadinanza, la modifica della normativa sui migranti. «Se vogliamo essere al passo con l’Europa – raccontava poche settimane fa a Linkiesta – la migrazione va considerata come un elemento di sviluppo anche del nostro Paese. Il doppio binario, noi e loro, danneggia tutti e fa dell’Italia un paese arretrato. Chi nasce, studia, lavora, paga le tasse in Italia, deve essere considerato italiano».

La Camera apprezza. Anzi, è entusiasta. Applaudono in piedi i deputati di centrosinistra, ma anche i grillini posizionati nella parte più alta dell’emiciclo. La distanza dal Popolo della libertà è evidente. Escluso qualche sporadico cenno di assenso, i deputati berlusconiani restano seduti in silenzio. Vicino a loro i leghisti, che rifiutano di alzarsi anche quando Laura Boldrini saluta il presidente Napolitano, «custode rigoroso dell’unità del Paese». Gli esponenti del Carroccio sono così pochi che la protesta neppure si nota.

«Ecco, vede? Questi sono gli sms che mi stanno arrivando dal territorio» una deputata Pd mostra soddisfatta il telefono cellulare in Transatlantico. «La nostra gente è entusiasta della scelta di Laura Boldrini». Nel Pd sono contenti i giovani turchi bersaniani, che chiedevano un rinnovamento. E con loro i renziani, soddisfatti della scelta che esclude la nomenklatura. Ostenta soddisfazione persino Dario Franceschini, che alla presidenza della Camera ormai aveva fatto più che un pensiero. «Mai le aspirazioni personali davanti agli interessi generali» spiega l’ex capogruppo di prima mattina.

Nonostante il dialogo con i grillini non si sia mai aperto, tanti esponenti del Pd credono che questa sia la mossa giusta per riprendere una trattativa sul governo. Ecco perché in molti apprezzano il gesto di Roberto Fico, candidato del MoVimento Cinque Stelle alla presidenza della Camera. Appena finito il discorso di Laura Boldrini, il grillino scende tra gli applausi dei suoi verso il centro dell’emiciclo. Cerca la collega appena eletta per complimentarsi. Peccato che sulla strada trovi Bersani, che gli mette una mano sulla spalla. 

Ma sarebbe sbagliato considerare Laura Boldrini come l’ennesimo pontiere impegnato a costruire un rapporto con il M5S. Fuori dall’Aula c’è chi sottolinea i passaggi filo-grillini del discorso del nuovo presidente. Dalla Camera «casa della buona politica», alla richiesta di trasparenza e di sobrietà. Quel lavoro da fare «insieme». E la «richiesta di cambiamento che alla politica rivolgono tutti gli italiani». Nel centrosinistra qualcuno quasi se la prende. «Ma quale discorso rivolto ai grillini – dice Nicola Fratoianni, braccio destro di Nichi Vendola -. Queste sono le cose che Sel dice da sempre». 

Laura Boldrini non sembra turbata. Mentre in Transatlantico si discute della sua elezione, con un bouquet di fiori gialli in mano si presenta al ristorante di Montecitorio. «Sono molto emozionata, e c’è tanto lavoro da fare» racconta gentile a chi la ferma. Poi il presidente della Camera si reca a via Fani, per deporre una corona di fiori nell’anniversario del rapimento di Aldo Moro. Ancora sorpresa dal nuovo incarico, arrivato all’improvviso. Ma forse neppure troppo. «Penso che un vero cambiamento – raccontava a fine gennaio a Linkiesta – ci sarà quando alla donna verrà dato quel ruolo che merita a partire dalle istituzioni. È solo rivalutando la figura della donna, che in questi anni di berlusconismo è stata svilita, che può ripartire il nostro Paese».