La potente lobby dei direttori dei musei italiani

Lo stato dell’Arte

La Fondazione del Maxxi, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, come noto, può contare su due nuovi membri del consiglio di amministrazione. Alcune settimane fa l’ormai ex ministro Lorenzo Ornaghi ha nominato Beatrice Trussardi e Monique Veaute. Due nomi che girano da tempo nel mondo dell’arte che conta. La Trussardi, master in arte moderna a New York, è presidente della Fondazione Nicola Trussardi. Monique Veuvet, ex amministratore di Palazzo Grassi a Venezia, è presidente della Fondazione Romaeuropa arte e cultura.

Quali sono requisiti per aspirare a dirigere un Museo o a far parte di qualche prestigioso consiglio di una Fondazione? Avere una solida esperienza internazionale e “precedenti” di curatela con ruoli di responsabilità nella gestione di fiere e istituzioni pubbliche o private. Meglio se con una buona preparazione da manager. Oltre che, naturalmente, la conoscenza della lingua inglese e italiana. Potendo contare su questi titoli chiunque potrebbe ambire a diventare la guida artistica di un Museo piuttosto che un altro. Tenendo a mente che a detta di Davide Rampello, già alla direzione della Triennale di Milano, il perfetto direttore di una fondazione d’arte «è quello che è manager ed esperto d’arte al tempo stesso, così si evitano contrasti tra chi gestisce i fondi e chi organizza le mostre».

Nella realtà bisogna fare parte della “compagnia di giro” che di fatto ha in mano la direzione delle grandi istituzioni d’arte. Che sembra fare riferimento sempre ai soliti contesissimi nomi. Critici come Germano Celant, presidente della Fondazione Prada, senior curator del Solomon Guggenheim Museum e consigliere della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia, Achille Bonito Oliva, vicepresidente del Madre e curatore delle collezioni contemporanee della Certosa di Padula e Vittorio Sgarbi, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2011.

Tutti e tre inseriti da “Artribune” ai primi posti tra gli uomini più potenti dell’arte contemporanea in Italia. Ma anche Hans Ulrich Obrist, direttore dei progetti internazionali per la Serpentine Gallery di Londra, oltre che consulente per le mostre della Pinacoteca Agnelli di Torino e Francesco Bonami, senior curator al Museum of Contemporany Art di Chicago e direttore artistico della Sandretto Re Rebaudengo di Torino. E non è finita. Ci sono ancora Philippe Daverio, già direttore del Museo del paesaggio di Verbania e conduttore in tv di Art’è e Passepartout, Flavio Caroli, al Maga di Gallarate, Mario Codognato, curatore generale del Madre. E poi Gabriella Belli, passata dal Mart ai Civici Musei Veneziani, Andrea Bellini, prima al Castello di Rivoli ed ora alla direzione del Centro d’Arte Contemporanea di Ginevra e Valentina Castellani alla Gagosian di New York.

Una nutritissima pattuglia alla quale appartengono anche Vittoria Cohen, già direttrice della Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento oltre che della Collezione d’Arte e di Storia della Fondazione Carisbo, Luca Beatrice, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2009, Gianluca Marziani, direttore artistico di Palazzo Collicola di Spoleto e Pio Baldi, già presidente della Fondazione Maxxi. 

Molti nomi, non Tutti. Un caleidoscopio di storie differenti. Percorsi tutt’altro che coincidenti. Ad unire, a costituire il legante pensano anche, talora, indiscusse capacità. Competenze accumulate e mostrate nel tempo. A volte, invece, anche altri elementi. Conoscenze adeguate, in primis. Guadagnate sul campo delle pubbliche relazioni. Costruendo e reclamizzando al meglio la propria immagine. Creando legami di interessi reciproci facilmente spendibili. Non sempre. Ma spesso è così. Si costruiscono carriere fulgide accumulando incarichi di prestigio. Non in nome di meriti raccolti nel settore, attraverso ricerche, allestimenti, curriculum.

Come dovrebbe essere. Considerando che a loro, ai direttori, ai responsabili dei musei, è affidato quasi sempre un patrimonio rilevante. Da conservare e valorizzare al meglio. Considerando che a Loro spetta un ruolo ancora più alto, se possibile. Quello di strutture pilota nella divulgazione culturale. Anche per questo la mancanza di criteri latamente meritocratici nella selezione dei Direttori italiani diviene un vulnus sempre più profondo nelle politiche culturali del Paese. Perché priva il settore di risorse esistenti. Ma lasciate andare. Qualche volta via. Lasciate espatriare.

Dall’Italia all’estero poco cambia. Riconosciute “artistar” sono David Bondford, già al Paul Getty Museum di Los Angel, Stijn Huijts al Bonnefantenmuseum di Maastricht e Sheena Wagstaff al Met di New York. Indagando nelle storie non solo professionali dei soliti noti ricordati, si può scoprire come parametri fondamentali siano spesso differenti da quelli richiesti e declamati. Così accanto alla preparazione e alla internazionalità fa capolino l’affinità.

Meno definiti sono invece i compensi. Tendenzialmente “proporzionati al budget a disposizione della struttura”. Molto differenti tra loro. Si passa dai 150mila euro lordi senza benefit di nessun tipo di Eduardo Cicelyn, fino a dicembre al Madre. Passando ai 101.515,41 euro di Gianfranco Maraniello al Mambo di Bologna.
Ma a fare la differenza è soprattutto cosa si dirige. Un abisso esiste tra i Musei statali e le fondazioni. Nei primi lo stipendio del direttore è quello da funzionario. Monetizzando, dai 1.500 ai 1.800 euro mensili. Nelle seconde altre cifre. 

Differenze sono riscontrabili, generalmente tra il panorama italiano e quello estero. Almeno relativamente a questo tema. Basti ricordare un caso di qualche anno fa. L’allora direttore degli Uffizi, Antonio Natali, percepiva uno stipendio di nove volte inferiore rispetto a quello del direttore della National Gallery di Londra.
Forse anche per questo i nostri Musei, non di rado, a dispetto delle straordinarie collezioni che espongono, rimangono patrimonio ancora di troppo pochi.

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