L’altro caso Aldrovandi, parla la sorella di Uva

Cinque anni senza giustizia

Giuseppe Uva è morto a Varese la notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008, aveva 43 anni. Ubriaco, era in compagnia di un suo amico, Alberto Bigiogero, quando verso le 3 fu fermato dai carabinieri. I due scomparvero per tre ore dentro la caserma. Alle 7 e 20 del mattino, Lucia Uva, sorella di Giuseppe, viene chiamata dall’ospedale: «Guardi, è stato prelevato suo fratello dalla strada in condizioni proprio atroci». Alle 11 i medici diranno che per l’uomo non c’è stato nulla da fare.

Comincia così uno dei casi più oscuri della cronaca recente. Il 23 aprile scorso si è chiuso il primo processo sulla vicenda. Sotto accusa per omicidio colposo c’era un medico, Carlo Fraticelli, con il pm di Varese, Agostino Abate, che insisteva sulla tesi della morte per “malasanità”: i farmaci somministrati avrebbero reagito male con il «pregresso stato di ubriachezza» dell’uomo e ne avrebbero causato la morte.

Al giudice Orazio Moscato sono bastati quindici minuti di orologio per assolverlo con formula piena – «il fatto non sussiste», anzi, le cure sono da ritenersi corrette – , contro una requisitoria che di ore ne durò addirittura cinque. Le motivazioni della sentenza costituiscono un tomo di sessanta pagine per ricostruire la cronaca di un processo che – a tratti – ha assunto le sembianze di una guerra, un tremendo tutti contro tutti che ha coinvolto, oltre alla famiglia Uva, il pm, i periti, gli avvocati della difesa e le parti civili. 

In più, il giudice ha deciso di rimandare gli atti in procura, chiedendo in maniera esplicita di far luce su quanto accadde nella caserma dei carabinieri. In effetti, in una delle tante leggende che circondano il processo, si parla dell’esistenza di un presunto fascicolo segreto – al quale, tra l’altro, accenna anche il giudice Moscato nella sua sentenza – in mano al pm Abate. Pagine piene di testimonianze ed elementi inediti non riguardanti il filone medico dell’inchiesta. Tra le voci raccolte, ci sarebbe anche quella di Bigiogero che, mentre stava trascorrendo anche lui la notte in caserma, sosterrebbe di aver sentito il suo amico Giuseppe urlare a squarciagola mentre gli agenti lo stavano interrogando.

«Quel processo partì in modo sbagliato – dice a Linkiesta Lucia Uva, sorella di Giuseppe, da quattro anni impegnata in una dura lotta per scoprire la verità – , si è voluta dare la colpa a un medico che non c’entrava niente, perché c’era questa volontà di condannare un innocente? Mille perizie dimostravano chiaramente che Giuseppe non è morto a causa dei farmaci che gli hanno dato».

Il pm Agostino Abate, però, è andato dritto per la sua strada e fino all’ultimo ha spinto per la condanna di Fraticelli. I rapporti tra l’accusa e la famiglia della vittima, d’altra parte, non sono mai stati idilliaci. Nelle motivazioni della sentenza, si legge: «L’esame del pm è stato nel complesso effettivamente condotto con toni e modalità tali da indurre l’esaminato (nel caso, i periti) in stato di soggezione, con ripetuti interventi del Tribunale tesi a ricondurlo nell’alveo delle regole proprie della normale dialettica processuale, a fronte delle lamentazioni avanzate dagli stessi periti di venire sostanzialmente derisi dal pm».

«Abate – prosegue Lucia Uva – si è comportato in maniera scorretta. Ha attaccato ripetutamente me e il mio avvocato (Fabio Anselmo, lo stesso di Aldrovandi, Cucchi e Ferrulli, ndr), che però è stato bravissimo a fronteggiare la situazione». La storia riparte da qui, con l’ultima maxi-perizia che parla di «escoriazioni prodotte dall’urto contro un corpo contundente, espressione di una forza di lieve entità, con l’eccezione dei tessuti molli pericranici, ove l’intensità appare fotograficamente di maggiore rilevanza». Insomma, i segni delle botte sul corpo di Giuseppe Uva ci sono, rimane da vedere chi o cosa le ha causate: autolesionismo o violenza dei carabinieri?

«Non so adesso che piega prenderanno le cose – conclude Lucia Uva – , le indagini proseguono e speriamo che giustizia venga fatta». Come nel caso Aldrovandi? «Sì – risponde – anche se quello che hanno fatto a Patrizia (Moretti, la madre della vittma, ndr) è stato disumano. Il ministro adesso deve prendere provvedimenti nei confronti di quelli lì, devono togliere la divisa per sempre… Hanno insultato una madre che ha perso un figlio, quando succedono cose del genere, quasi mi vergogno di essere italiana…».

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