Uno strappo dopo l’altro, Renzi torna a sfidare il Pd

Dalle critiche a Bersani al presunto dossier sul Nazareno

Una presa di distanza alla volta, un piccolo strappo dopo l’altro. Da qualche giorno il sindaco di Firenze Matteo Renzi è tornato a giocare la sua partita. Gli scontri con i vertici del Pd e le polemiche delle primarie sono ancora lontani. Eppure da almeno una settimana l’ex rottamatore sembra aver dismesso i panni del dirigente allineato e coperto. «Il bravo soldatino», per usare le sue parole. Prima le frizioni in Direzione, poi le critiche alla strategia del segretario. Oggi esplode il caso del dossier commissionato per denunciare gli sprechi del Nazareno.

Il 2 dicembre, appena sconfitto da Bersani alle primarie, Renzi aveva assicurato lealtà al partito. Finora è stato di parola. Il sindaco è stato attento a non creare polemiche quando sono state compilate le liste elettorali (nonostante i pochi posti a disposizione dei suoi fedelissimi). Durante la campagna elettorale ha persino accettato di mettersi al servizio di Bersani. Richiamato alla causa negli ultimi giorni prima del voto, è stato protagonista di alcuni comizi in “tandem” con il segretario. 

Una linea chiara. «La credibilità del sindaco è proprio questa – raccontava il suo portavoce la sera del comizio di Firenze – Renzi ha promesso lealtà al segretario e non verrà meno alla sua parola». Una strategia confermata anche dopo il deludente esito delle elezioni. «Non sono una jena – ha recentemente spiegato Renzi – non ho alcuna intenzione di pugnalare Bersani alle spalle».

Poi qualcosa è cambiato. Adesso che il polverone sollevato dalle elezioni inizia a diradarsi, il sindaco è tornato a marcare le distanze. Nessuna porta sbattuta, per carità. Ma la freddezza tra Renzi e l’apparato Pd torna ad essere evidente. Nessuno scontro diretto: l’ex rottamatore non vuole ostacolare il progetto di governo di Bersani. Ambizioso, ovviamente Renzi conta di prendersi la rivincita. Ma non vuole entrare a Palazzo Chigi dalla porta secondaria. La sua leadership dovrà essere legittimata da nuove primarie, a cui stavolta parteciperà da favorito. Tanto meglio se la legislatura si chiuderà nel giro di pochi mesi e gli iscritti al Pd torneranno a votare in tempi ragionevoli. 

Intanto da almeno cinque giorni l’aria è cambiata. Senza tornare al recente incontro di Palazzo Chigi con Mario Monti, le prime polemiche risalgono all’ultima Direzione Pd. Quando il sindaco si è diligentemente presentato all’assemblea che doveva discutere la strategia post elettorale di Bersani, ma ha lasciato la sede dell’incontro subito dopo l’intervento del segretario. Un gesto che in molti hanno interpretato come una evidente critica alla linea del partito. Intervistato due giorni dopo a «Che tempo che fa», Renzi ha marcato ancora di più le differenze. Mettendo in discussione la strategia di avvicinamento dei grillini proposta da Bersani. «I parlamentari del M5S – l’ex rottamatore ha bacchettato il leader – non siano i nostri Scilipoti». 

A far sfuggire la situazione di mano è stato lo scontro sul finanziamento pubblico ai partiti. Il sindaco rottamatore è contrario al principio: ne ha fatto un cardine della sua campagna elettorale alle primarie. E non perde occasione per ribadire la sua posizione. Bersani non la pensa così (anche se oggi il segretario ha ammesso di essere «prontissimo a rivisitare il meccanismo di finanziamento pubblico»). Ma perché insistere su questo argomento, proprio ora che il segretario è incalzato da Grillo? Inutile dire che molti dirigenti Pd considerano l’atteggiamento di Renzi pretestuoso. 

Lui evita lo scontro. Un colpo al cerchio e uno alla botte. I bene informati raccontano che Renzi e Bersani ormai abbiano smesso di parlarsi. Eppure stamattina il sindaco ha provato ad abbassare i toni. «Nessuno vuole “sabotare” il tentativo di Bersani, anzi – le parole di Renzi su Facebook – L’Italia ha bisogno di un Governo, prima possibile. Perché l’emergenza non è sapere chi farà il ministro, ma affrontare la situazione economica e la crisi occupazionale. Paradossalmente se Bersani accettasse di abolire il finanziamento ai partiti forse avrebbe qualche chance in più – non in meno – di farcela».

Nelle stesse ore esplode la polemica sugli sprechi del Partito democratico. Una vicenda non ancora chiarita, che rischia di minare definitivamente i rapporti tra Renzi e la dirigenza democrat. Secondo alcune indiscrezioni giornalistiche il sindaco fiorentino avrebbe commissionato un dossier per evidenziare le spese, spropositate, di Largo del Nazareno. Dopo i commenti piccati di alcuni dirigenti, oggi il colpo di scena. Sul sito Dagospia è stato pubblicato il presunto dossier. 

Nomi, stipendi, benefit. Nel documento c’è di tutto. Dallo staff del segretario alle collaboratrici di Rosy Bindi. Sono elencate le retribuzioni dei responsabili di tutti i settori. Senza dimenticare i costi del sito internet e di Youdem. Mistero sulla veridicità del dossier. Nel dubbio, il tesoriere Pd Antonio Misiani ha già annunciato querele. «Questa squallida operazione, la cui strumentalità è evidente, chiama in causa persone che lavorano e che meritano rispetto. Per questo ho dato mandato ai legali di mettere in atto tutte le azioni necessarie in sede civile e penale contro gli autori di questo squallido dossier». 

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