Lacrime e accuse. Il presidente diventa politico

La supplenza obbligata di Napolitano. Verso una Repubblica presidenziale

Un intervento di poco più di mezz’ora. Qualche lacrima di commozione, gli applausi scroscianti e non sempre coerenti del Parlamento, il silenzio composto ma rumoroso dei grillini. Ma il discorso del nuovo, vecchio, presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è soprattutto l’accusa ai partiti, incapaci di anteporre il Paese ai propri interessi. Il ringraziamento al governo Monti. Il pressante invito a un nuovo esecutivo di larghe intese. E la reiterata, severa, ammonizione alla politica. Adesso ognuno si prenda «la propria responsabilità».

Il capo dello Stato giura per la seconda volta, unico caso nella storia repubblicana. Un’eventualità imposta dall’eccezionalità del momento. Lo hanno convinto alla riconferma i leader dei principali partiti, incapaci di eleggere un successore al Quirinale. «Un drammatico allarme – ricorda Napolitano – per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del capo dello Stato».

Al riconoscimento del proprio impegno seguono le dure accuse alle forze politiche. Napolitano se la prende con tutti, o quasi. La fase di stallo istituzionale è la naturale conseguenza «di una lunga serie di omissioni e guasti, di chiusure e irresponsabilità». Le riforme di cui ha bisogno l’Italia? «Hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi». L’intervento del presidente è tutt’altro che conciliante. L’incapacità dei partiti «ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento». E a nulla sono serviti i lunghi, accorati, appelli del Quirinale. «Vanificati dalla sordità delle forze politiche».

Non tutti i presenti sembrano rendersi conto delle accuse. Più Napolitano attacca, più i parlamentari applaudono. E così dopo un’ovazione particolarmente rumorosa – il presidente ha appena condannato le campagne mediatiche sull’antipolitica – il capo dello Stato è costretto a intervenire. «Attenzione – ammonisce – quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza».

La pazienza di Napolitano è finita. «Ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese». Il presidente minaccia lo scioglimento delle Camere? Più probabilmente le sue dimissioni. D’altronde «non è per prendere atto di questo (l’ingovernabilità, ndr) che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno».

Ecco il punto dell’intervento di Napolitano. Il vero motivo della sua conferma al Colle. Dopo due mesi di inutili scontri il Paese ha bisogno di un governo. A cui devono partecipare le principali forze politiche. «Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione». Sì a un esecutivo di larghe intese, dunque (anche se il presidente preferisce evitare etichette: «Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera»).

Del resto il risultato delle elezioni non permette alternative. «Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze». Napolitano ribadisce il concetto, qualora qualcuno non avesse afferrato. I numeri in Parlamento «indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia».

Domani sono in programma le consultazioni al Quirinale. Ma il presidente ha già in mente un programma di massima per il nuovo esecutivo. Il governo dovrà occuparsi di legge elettorale, ovviamente. «Imperdonabile resta la mancata riforma» ricorda. Ma anche la revisione della seconda parte della Costituzione. A partire dal bicameralismo perfetto. Le linee guida dell’intero pacchetto di riforme potranno essere facilmente individuate consultando il lavoro dei dieci saggi chiamati al Colle a fine marzo. «Documenti di cui non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e concretezza». Tra i temi da affrontare Napolitano insiste più volte sull’emergenza del lavoro.

Tra un monito e una critica, il presidente trova anche il tempo di commuoversi. La voce di Napolitano si rompe in più di un’occasione. Strappa una lacrima l’affetto degli italiani «che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l’istituzione che rappresento». Ma anche il ricordo personale del suo esordio alla Camera. Il giovane deputato del Pci aveva 28 anni, da allora «portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica».

Bastone e carota. Il governo tecnico non va di moda? Napolitano ci tiene a ringraziare la squadra di Mario Monti. Riconosce «uno sforzo di politica economico-finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all’Unione europea». Ai meriti del Professore si accompagnano le mancanze dei partiti. Più o meno tradizionali. Dopo le prime, generalizzate, accuse, Napolitano se la prende con Pd e Cinque Stelle. Al partito di Pier Luigi Bersani il presidente addebita l’incapacità di «governare la sovra-rappresentanza in Parlamento» frutto di una pessima legge elettorale. Ai grillini chiede di proseguire il proprio impegno alla Camere. «Quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento». La vera frecciata è un’altra. «Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica» quali i partiti.  

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