Marino, il chirurgo che ha conquistato il Campidoglio

Vince al ballottaggio il candidato del centrosinistra

È stato l’ultimo a scendere in campo tra i sei avversari delle primarie di centrosinistra. Il primo – di gran lunga – a intercettare i voti dei romani. Ha raccolto così tante preferenze che forse non se l’aspettava nemmeno lui. Ignazio Marino, già senatore della Repubblica, medico chirurgo specializzato in trapianti d’organo, domani sfiderà Gianni Alemanno per il Campidoglio. Una sfida con buone probabilità di riuscita, almeno sulla carta. Due settimane fa, al primo turno, Marino ha conquistato il 42 per cento delle preferenze. Quasi 150mila voti più del sindaco uscente. 

La sala operatoria, Palazzo Madama. Quattro anni fa la coraggiosa battaglia per la segreteria del Partito democratico e adesso la scalata al Campidoglio. È una vita scandita dalle sfide quella di Marino. Sfide quasi sempre vinte, bisogna ammettere. Nato a Genova cinquantotto anni fa da padre siciliano, si trasferisce a Roma adolescente. E chissà se è proprio per evitare l’accusa di essere poco romano che alle primarie ha scelto quello slogan, “Daje!”. In perfetto slang capitolino. Primogenito, due sorelle, sposato con una figlia. Per Marino la politica è una passione che arriva con il tempo. Il primo amore è la medicina.

Nello specifico i trapianti d’organo (oggi il candidato sindaco ha all’attivo poco meno di 700 interventi). Agli studi romani all’Università Cattolica e ai primi passi al Policlinico Gemelli segue il trasferimento all’estero. Cambridge, in Inghilterra. Poi gli Stati Uniti. Le esperienze all’Università di Pittsburgh e alla Thomas Jefferson University di Filadelfia, dove Marino diventa direttore della divisione trapianti.

Nel 1999 il ritorno in Italia. Marino sbarca in Sicilia, a Palermo fonda e dirige l’Ismett, il centro trapianti multiorgano dell’isola. Ed è qui che per la prima volta il futuro senatore finisce al centro delle cronache nazionali. È il 2001 quando effettua un trapianto di reni su un paziente sieropositivo. Si tratta di un ragazzo in dialisi da oltre 5 anni, che riceve l’organo dal padre. Un caso finito all’attenzione di Marino quasi per una coincidenza: una richiesta di aiuto inviata via e-mail tra le tantissime già rifiutate da quasi tutti i centri medici del Paese. Negli Usa è una pratica normale, in Italia è il primo caso. Ne nasce una lunga polemica con l’allora ministro della Sanità Girolamo Sirchia. L’esponente del governo alza la voce. «Non è una procedura che può essere affidata a singoli centri senza un controllo centrale». Marino non sembra impressionarsi troppo «Non credo sia eticamente ammissibile escludere un paziente perché sieropositivo», si giustifica.

Carità cristiana? D’altronde Marino non ha mai nascosto la sua fede. Dalle prime esperienze nello scoutismo all’Università Cattolica. Religione e medicina. Un confine spesso labile: una delle principali battaglie parlamentari del senatore chirurgo è quella sul testamento biologico (l’altra grande sfida dagli scranni di Palazzo Madama è quella sul merito, con l’istituzione di un fondo per giovani ricercatori selezionati da un’apposita commissione di esperti internazionali). 

Nel 2006 Marino lascia il camice per entrare in Parlamento. I suoi sponsor sono Massimo D’Alema e Giuliano Amato, merito dei buoni rapporti con la fondazione Italianieuropei. Da allora è sempre rimasto a Palazzo Madama – alle ultime elezioni era capolista in Piemonte – fino alle dimissioni presentate pochi giorni prima di candidarsi alle Comunali. Alle spalle anche un’esperienza da presidente della commissione d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del servizio sanitario nazionale.

Una vita scandita dalle sfide, si diceva. E così nel 2009 Marino tenta addirittura la scalata alla segreteria del partito. Una decisione coraggiosa – gli avversari sono Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini – non troppo apprezzata da buona parte del partito. Chiusa con un risultato onorevole: alla fine il senatore chirurgo raccoglie quasi 400mila voti, arrivando al 12,5 per cento. Ma la competizione viene macchiata da una brutta storia – emersa con singolare tempismo – su presunti rimborsi spese gonfiati all’Università di Pittsburgh. Lui nega. Tre anni più tardi il tribunale gli darà ragione.

Adesso il Campidoglio. Nonostante sia stata presentata l’ultimo giorno disponibile – ma i maligni assicurano che era in cantiere da tempo – la candidatura di Marino alle primarie di centrosinistra si è rivelata in grado di raccogliere un sostegno trasversale. Si sono schierati in tanti con il chirurgo. Il segretario di Sel Nichi Vendola e la scrittrice Dacia Maraini, il musicista premio Oscar Ennio Morricone e l’ex magistrato palermitano Antonio Ingroia. Eppure nel Partito democratico non tutti hanno condiviso la sua candidatura. Al Nazareno qualcuno lo considera persino troppo vicino ai grillini. A fianco dell’ex  senatore genovese si sono stretti l’uomo forte del Pd romano Goffredo Bettini – già vicino a Marino ai tempi delle primarie per la segreteria – e il presidente della Regione Nicola Zingaretti. 

Il risultato elettorale è clamoroso. Alle primarie Marino ha conquistato oltre il 50 per cento dei voti. Nella Capitale il senatore piace in periferia e nel centro storico. Senza tacere di alcuni seggi particolarmente “entusiasti”. Alla Garbatella, ad esempio, l’esponente Pd ha raggiunto il 70 per cento. Tra gli sconfitti non tutti l’hanno presa bene. Qualcuno ha borbottato a lungo contro Ignazio Marino. Una figura poco adatta a diventare sindaco. Un candidato che non è stato neppure in grado di presentare un programma. «Va bene girare in bicicletta, ma perché parlare di reddito minimo? Come se il sindaco di Roma avesse questo potere».

Superata la concorrenza interna, due settimane fa Marino raggiunge un successo ancora più marcato. Al primo turno delle amministrative Marino conquista 512mila voti, il 42,6 per cento. Il sindaco uscente Gianni Alemanno si ferma al 30 per cento. Il prossimo sindaco di Roma sarà un chirurgo? «Non ci sono vincitori annunciati» continua a ripetere il diretto interessato, scaramantico. «Non sono affatto sicuro di vincere». Il sorriso sornione, non potrebbe dire altrimenti. Eppure domani – forse per la prima volta da quando è iniziato il sogno del Campidoglio – Marino è quasi certo di farcela.