Mps pensa a salvarsi. E poi colpirà la vecchia Mps

Schema Bondi senza Bondi

A Siena incrociano le dita e mettono in fila tutta una serie di se: se lo spread si mantiene stabile e i Btp in pancia al Monte dei Paschi diventeranno più digeribili, se il titolo riprenderà quota a Piazza Affari, se l’operazione pulizia dei conti messa in campo dal tandem Profumo-Viola funzionerà, se il motore della gestione operativa della banca tornerà a funzionare a pieni giri e si tamponerà anche l’emorragia di correntisti.

Se insomma la banca – già appesa ai Monti bond da rimborsare – eviterà di essere nazionalizzata e dunque si salverà, nel mazzo di carte in mano ai nuovi vertici c’è già un asso pronto da calare sul tavolo. Per fare cassa e rimettersi più velocemente in carreggiata. L’asso di denari di Mps porta la faccia di Enrico Bondi. Il risanatore. Che è già stato precettato a Taranto per sistemare l’Ilva, dunque è già impegnato. Ma che può essere comunque di ispirazione per quello che ha fatto in Parmalat. Il modello Bondi: ovvero ridare ossigeno ai bilanci con le richieste di risarcimento dei danni alla gestione precedente. Nel caso di Bondi la battaglia era fra la Parmalat e le banche, in casa Mps la banca è contro la banca. E contro le altre banche straniere che si sono rivelate complici del disastro derivati.

Cosa ha fatto Bondi? Prima di arrendersi ai francesi di Lactalis, ha sostenuto tenacemente e solitariamente una lunga guerra di trincea contro l’intero sistema bancario che tendeva a presentarsi nelle vesti del raggirato insieme a migliaia di incolpevoli bondholders (cui avevano venduto i titoli Parmalat). Banche che avevano foraggiato un gruppo tecnicamente fallito già dal 1990 con finanziamenti a tassi superiori rispetto a quelli di mercato. Dunque con lauti guadagni. E che poi, grazie alla recovery dei crediti in azioni e all’avvaloramento del titolo, avevano portato a casa ulteriori buoni realizzi. Il coinvolgimento nel crac Tanzi è però costato caro anche alle banche. Per fare qualche esempio, Credit Suisse ha risarcito Bondi con 172,5 milioni, Morgan Stanley 150 milioni, Bank of America 98,5 milioni e Deutsche Bank 74 milioni. Tanto che il gruppo alimentare alla fine aveva accumulato un tesoretto di oltre 2 miliardi.

Torniamo a Siena. Cosa stanno facendo Alessandro Profumo e Fabrizio Viola? Hanno chiamato le varie Dresdner, Nomura e Deutsche Bank a rispondere dei prodotti e dei contratti come Alexandria e Santorini somministrati al Monte grazie a pratiche poco lecite (se fossero ovviamente dimostrate in via giudiziaria) negli ultimi anni. E nell’atto di citazione contro le banche straniere hanno esteso le accuse anche contro l’ex capo dell’area finanza Gianluca Baldassarri. Per la banca senese non solo Nomura e Deutsche erano consapevoli delle perdite e hanno aiutato gli ex vertici bancari a mascherarle, ma anche il manager oggi in carcere ha spianato la strada agli istituti di credito stranieri.

Alle iniziative che presto potrebbero essere prese nei confronti della cosiddetta “banda del 5%”, si aggiunge l’azione di responsabilità nei confronti degli ex vertici. Il punto 4 all’ordine del giorno dell’Assemblea Ordinaria del 29 aprile 2013 è infatti un atto di accusa chiaro e inconfutabile contro la gestione Mussari. Tanto da far risultare quest’ultimo coinvolto direttamente nella gestione finanziaria dell’istituto, benché privo delle deleghe necessarie per farlo. «Mussari ha agito perseguendo interessi estranei e contrari a quelli della società – tra cui quello di preservare la propria leadership – contribuendo decisivamente a realizzare l’operazione con Nomura, allo scopo di occultare la perdita sulle notes Alexandria, che si sarebbe altrimenti riflessa sul risultato dell’esercizio 2009, in misura tale da impedire il conseguimento di un utile d’esercizio», è l’atto d’accusa.

Nel dettaglio: la prima causa, in merito alla ristrutturazione finanziaria del prodotto Alexandria, realizzata nel periodo luglio-ottobre 2009, è nei confronti dell’ex presidente Giuseppe Mussari e dell’ex direttore generale Antonio Vigni, entrambi per responsabilità sociale, e nei confronti di Nomura international per responsabilità extracontrattuale.

La seconda azione legale è rivolta contro Vigni (sempre per responsabilità sociale) e Deutsche Bank (per responsabilità extracontrattuale), e riguarda i contratti di total return swap del dicembre 2008, riferiti alla società veicolo Santorini Investment. Rocca Salimbeni, come spiega una nota del gruppo, «chiede la condanna in solido delle parti convenute al risarcimento dei danni subiti e subendi dalla banca», per effetto delle operazioni contestate che, in base ai dati disponibili, hanno pesato per 730 milioni sul bilancio 2012 del gruppo e costretto la banca a chiedere 500 milioni di Monti bond in più rispetto ai 3,4 miliardi previsti.

Al conto potrebbe infine aggiungersi la querela che Viola e Profumo starebbero già preparando contro Mussari anche per la vendita di alcuni immobili a Valorizzazioni Immobiliari, la società sulla quale la procura di Siena ha svolto alcuni accertamenti nell’ambito dell’inchiesta su Millevini, il ristorante dell’Enoteca Italiana la cui gestione era stata affidata ad una società senza gara. Durante le indagini i magistrati hanno scoperto che la vendita di alcuni immobili veniva effettuata in modo da favorire personaggi legati al cosiddetto “gruppo della birreria” di cui faceva parte anche l’ex numero uno della banca. Per Mussari il reato è di infedeltà patrimoniale (ai danni di Mps, che controllava Vendite Immobiliari), ma perché la Procura possa procedere è necessario che venga presentata una querela di parte.

Siena come Parma, dunque? Di certo in Parmalat Enrico Bondi ha messo i frutti delle cause e delle transazioni milionarie nei forzieri di Collecchio (dopo averne utilizzato una parte per risarcire i risparmiatori). Forzieri su cui poi però ha messo le mani la famiglia Besnier. Speriamo che a Siena la storia abbia una fine diversa. 

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