Per il Colle è battaglia tra D’Alema e Prodi

Franco Marini si ferma alla prima votazione, spunta Max ma M5S "vede" il professore

Niente da fare, Franco Marini «il lupo marsicano» saluta il Quirinale. Il sogno dell’ex presidente del Senato si infrange alla prima votazione. La spaccatura all’interno del Partito Democratico è decisiva: il candidato indicato dal segretario Bersani si ferma a 521 voti. E adesso la situazione diventa esplosiva. La partita si chiuderà alla 4a votazione dopo la fumata nera alla seconda?

Neanche il tempo del primo scrutinio e Marini è già stato messo fuori dai giochi. In un primo momento diversi esponenti democrat avevano pensato di «congelare» l’ex presidente del Senato fino alla quarta votazione, per poi riproporlo dopo l’abbassamento del quorum. «Ma ormai più che congelato è assiderato» scherza il prodiano Sandro Gozi. E Matteo Renzi, nel primo pomeriggio, mette una pietra tombale: «È saltato». A scanso di sorprendenti sorprese, quindi, la candidatura dell’ex segretario della Cisl è destinata ad essere definitivamente accantonata. Del resto, come si spiegava ieri a Montecitorio, se non si fosse raggiunta quota 550 la candidatura di Marini sarebbe stata accantonata. 

Eppure il destino dell’ex presidente del Senato diventa un mistero. Marini conferma al segretario di non voler ritirare la propria candidatura. E’ pronto ad andare avanti fino al quarto scrutinio, forte del sostegno del centrodestra e dell’area popolare del partito. Alla fine è costretto a cedere. «Bisogna prendere atto di una fase nuova – annuncia Bersani in serata – A questo punto penso tocchi al Partito Democratico la responsabilità di avanzare una proposta a tutto il Parlamento». Dopo la batosta, il partito cambia candidato.

Intanto Pd e Pdl hanno deciso di votare scheda bianca alla seconda e alla terza votazione. Del resto, è troppa la confusione a Montecitorio, troppo poco il tempo per convergere su un nuovo candidato. Alla Camera, dentro e fuori, è il caos. I grandi elettori aspettano indicazioni dai vertici di partito (non senza qualche fibrillazione). Nella notte si alterneranno una serie di incontri tra i leader per studiare la situazione e decidere come proseguire.

Ma fino a domani non è prevista nessuna riunione tra parlamentari democrat. «Adesso è meglio di no» racconta nel cortile della Camera il bersaniano Andrea Orlando. La spaccatura in corso nel Pd è evidente. Il rischio di una nuova resa dei conti – dopo la riunione di mercoledì 17 aprile al Teatro Capranica – resta alta. Il risultato della prima votazione è sotto gli occhi di tutti. Più di cento schede bianche, tantissimi voti dirottati su Stefano Rodotà. A Montecitorio è nato persino un nuovo asse tra i 15 montezemoliani e i parlamentari vicini al sindaco Renzi: entrambi hanno convogliato le proprie preferenze su Sergio Chiamparino.

In Popolo della Libertà e Lega Nord si attende la quarta votazione. La preoccupazione è tanta anche nel centrodestra Silvio Berlusconi è volato a Udine e tornerà domani per continuare le operazioni di voto. Il Cavaliere non ha ancora chiuso la porta a Bersani. Se qualcuno pensava che la bocciatura di Marini mettesse la parola fine all’inciucio si sbaglia. Anche perché il leader del centrodestra continua a temere l’avanzata di Romano Prodi. Lo conferma Angelino Alfano, segretario pidiellino, che durante la seconda votazione ha spiegato: «Invitiamo tutti a impegnare questo tempo per eleggere il capo dello Stato alla quarta votazione». 

Adesso, però, Pier Luigi Bersani è davanti a un bivio. Non è un caso che si sia visto con Renzi per trovare un accordo. Se il Partito democratico vuole continuare a cercare un’intesa con il centrodestra, il nome più spendibile resta quello di Massimo D’Alema. Un candidato ben visto dal Cavaliere, che dopo la prima fumata nera inizia a temere seriamente il rischio imboscate. 

Ma c’è anche chi propone un altro nome. Una candidatura inedita. Pier Luigi Bersani potrebbe indicare un nuovo presidente della Repubblica. Una personalità non ancora presa in considerazione su cui cercare un’ampia intesa. In queste ore circolano i nomi di Anna Finocchiaro – ma è difficile che Bersani punti sull’altro candidato bocciato da Matteo Renzi – del ministro Anna Maria Cancellieri, persino di Mario Draghi.

Le indiscrezioni circolano frenetiche. E rigorosamente non confermate. Certo, nel Pd la schiera di chiede di convergere sul “grillino” Stefano Rodotà inizia a crescere. Molti parlamentari democrat puntano però su Romano Prodi. È l’incubo di Silvio Berlusconi: il professore bolognese potrebbe rientrare clamorosamente in gioco già domani pomeriggio. Una candidatura in grado di accontentare buona parte del partito. Un presidente dall’alto profilo internazionale (quello che mancava a Franco Marini). In grado, forse, di compattare il centrosinistra.

E chissà, magari trovare una convergenza con il Movimento Cinque Stelle. L’uomo della trattativa con Grillo è Giuseppe “Pippo” Civati, che ha votato per Rodotà alla prima votazione («Come voleva l’elettorato Pd»), ma che ha già annunciato che Prodi sarebbe un candidato ideale. A questo punto, a Berlusconi non resterebbe che Massimo D’Alema.

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