Piergiorgio Odifreddi spiega Ludwig Wittgenstein

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Ludwig Josef Johann Wittgenstein (Vienna, 26 aprile 1889 – Cambridge, 29 aprile 1951), filosofo e logico austriaco, autore in particolare di contributi di capitale importanza alla fondazione della logica e alla filosofia del linguaggio. Unico libro pubblicato in vita da Wittgenstein fu il Tractatus logico-philosophicus, la cui prefazione venne curata dal filosofo e matematico Bertrand Russell, suo maestro; tale libro è considerato una delle opere filosofiche più importanti del Novecento. Le raccolte di appunti, le lezioni, i diari, le lettere – che costituiscono tutto il resto della sua vastissima opera, detta nel complesso il secondo Wittgenstein – vennero pubblicate solo dopo la sua morte.

Le citazioni di Wittgenstein:

Anche i pensieri talvolta cadono immaturi dall’albero. (1937)
Anche per il pensiero c’è un tempo per arare e un tempo per mietere. (1937)
Chi è soltanto in anticipo sul proprio tempo, dal suo tempo sarà raggiunto. (1930)
Ciò che è stracciato, stracciato deve rimanere. (circa 1944)
Come si può per tutta la vita viaggiare nello stesso piccolo paese e credere che non ci sia nulla al di fuori di esso! (1946)
Con i miei numerosi segni d’interpunzione in realtà io vorrei rallentare il ritmo della lettura. Perché vorrei essere letto lentamente. (1948)
Essere buoni con chi non ti ha caro richiede non solo molta benevolenza ma anche molto tatto. (1931)
Gli animali vengono verso di noi, se li chiamiamo per nome. Esattamente come gli uomini. (1948)
Il concetto del «bello» ha fatto qualche danno. (1946)
Il limite del linguaggio si mostra nell’impossibilità di descrivere il fatto che corrisponde a una proposizione (che è la sua traduzione) senza appunto ripetere la proposizione. (1931)
Il mio scopo […] è diverso da quello dell’uomo di scienza, il corso del mio pensiero è diverso dal suo. (1930)
Il talento è una fonte da cui sgorga acqua sempre nuova. Ma questa fonte perde ogni valore se non se ne fa il giusto uso. (1931)
In arte è difficile dire qualcosa che sia altrettanto buono del non dire niente. (circa 1932-1934)
In filosofia si deve calare nell’antico caos e sentircisi a proprio agio. (1948)
Interrogativi scientifici possono sì interessarmi ma non mai avvincermi davvero. Solo interrogativi concettuali ed estetici ci riescono. (1949)
Io penso di fatto con la penna, perché la mia testa spesso non sa nulla di ciò che scrive la mia mano. (1931)
L’ambizione è la morte del pensiero. (1948)
La tragedia consiste in questo: che l’albero non si piega ma si spezza. (1929)
Le nostre più grosse stupidaggini possono essere molto sagge. (1941)
Le parole sono azioni. (circa 1945)
Nella corsa della filosofia vince chi sa correre più lentamente. Oppure: chi raggiunge il traguardo per ultimo. (1938)
Nessuna confessione religiosa ha tanto peccato per abuso di espressioni metafisiche quanto la matematica. (1929)
Non temere mai di dir cose insensate! Ma ascoltale bene, quando le dici. (1947)
Quando, ad esempio, sento le espressioni ammirate che per secoli sono state dedicate a Shakespeare da grandi uomini, non posso sottrarmi al sospetto che quelle lodi siano state solo una convenzione. (1946)
Riposare sui propri allori è altrettanto pericoloso che riposare su una slavina. Ti appisoli, e muori nel sonno. (1939-1940)
Scrivo quasi sempre soliloqui. Cose che mi dico a quattr’occhi. (1948)
Se nella vita siamo circondati dalla morte, così anche nella salute dell’intelletto siamo circondati dalla follia. (1944)
Se qualcosa è buono, allora è anche divino. (1929)
Sono io soltanto incapace di fondare una scuola, oppure nessun filosofo può farlo? Io non posso fondare una scuola perché, in realtà, non voglio essere imitato. In ogni caso non da coloro che pubblicano articoli in riviste di filosofia. (1947)
Un nuovo vocabolo è come un seme fresco gettato nel terreno della discussione. (1929)
Una confessione dev’essere una parte della nuova vita. (1931)

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