Berlusconi-Ruby: urge un lessico familiar-giudiziario

Berlusconi-Ruby: urge un lessico familiar-giudiziario

Urgono pulizie di primavera. Dove? Nel lessico giudiziario che tutti i giorni entra nelle case degli italiani. La sensazione è quella di vivere sempre più in un paese dove si ha percezione che magistratura inquirente e giudicante si sovrappongono, dove un iscrizione al registro degli indagati equivale a una condanna e la richiesta di un pubblico ministero viene percepita come una sentenza passata in giudicato.

Nel giorno della requisitoria del processo Ruby (in cui il Pubblico Ministero Ilda Boccassini ha chiesto di condannare Silvio Berlusconi a sei anni, cinque per il reato di concussione, e uno per l’accusa di prostituzione minorile, e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici) tutti commentano tutto come fosse arrivata la condanna definitiva. E questo rito stanco inizia, per tutti i procedimenti che vedono principalmente coinvolte autorità politiche, fin dall’iscrizione nel registro degli indagati.

Sarebbe sufficiente sedersi a un tavolo di una famiglia italiana all’ora di cena per comprendere quanto un processo venga di fatto mal compreso, e sovente mal raccontato. Insomma, urge un lessico familiare che comprenda anche quello della giustizia, questo sconosciuto e male utilizzato in una sbornia da “un giorno in pretura”.
 

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