Ilva, dopo il sequestro record si dimette tutto il cda

Bruno Ferrante, Enrico Bondi e Giuseppe De Iure hanno presentato le dimissioni

Nuovi sequestri per le società che fanno capo alla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva di Taranto, che fa parte del gruppo Rivafire. Scrive Guido Ruotolo su La Stampa che «gli uomini del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Taranto stanno notificando in queste ore il sequestro di beni pari a otto miliardi e cento milioni di euro all’Ilva Spa e alla Società Rivafire Spa. Il provvedimento di sequestro firmato dal Gip Patrizia Todisco viene notificato negli stabilimenti e nelle filiali della società in tutta Italia».

La nostra analisi del 23 maggio sugli ultimi provvedimenti che hanno interessato Ilva

Mentre a Milano la Guardia di Finanza ha eseguito un provvedimento di sequestro preventivo per 1,1 miliardi di euro a carico di alcuni componenti della famiglia Riva nell’ambito di un’inchiesta della procura di Milano per evasione fiscale, riciclaggio, intestazione fittizia e truffa ai danni dello Stato, a Taranto fa ancora discutere l’ennesimo terremoto giudiziario di pochi giorni fa nell’ambito dell’inchiesta della procura ionica denominata «Enviroment Sold Out» («Ambiente svenduto») che, con l’accusa di concussione, ha portato agli arresti il presidente della Provincia Giovanni Florido (Pd), l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (Pd) già ai domiciliari, l’ex responsabile delle Relazioni istituzionali dell’Ilva Girolamo Archinà già detenuto in carcere dal 26 novembre, e ai domiciliari l’ex segretario provinciale Vincenzo Specchia oggi al Comune di Lecce. Questa fase delle indagini è legata a stretto giro alle richieste dei Riva per l’autorizzazione alle discariche interne allo stabilimento valida per l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata per la prima volta nel 2011 dall’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e poi riaperta.

Dalla Provincia, secondo i magistrati, sarebbero stati rilasciati permessi all’Ilva «in carenza dei requisiti tecnico-giuridici» e, stando alle ipotesi, dietro presunte pressioni indebite della politica collegate al già ipotizzato filtro dell’ex dirigente Archinà, licenziato dall’attuale presidente dell’azienda Bruno Ferrante alla luce dei primi particolari delle indagini e già arrestato sei mesi fa nell’ambito dello stesso fascicolo insieme ad altri sei accusati a vario titolo di associazione per delinquere, disastro ambientale e concussione: tra gli altri, il patron Emilio Riva e l’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, già ai domiciliari dal 26 luglio 2012 nell’ambito dell’inchiesta parallela che ha fatto scattare il sequestro dell’area caldo, e Fabio Riva, figlio di Emilio e vicepresidente del gruppo Riva ancora sotto processo di estradizione in Inghilterra, e lo stesso ex assessore Conserva dimessosi a settembre scorso per contrasti col Pd.

Gli atti riguardano la discarica nell’ex cava calcarea «Mater Gratiae» nell’area della vicina Statte a circa dieci chilometri da Taranto e presente all’interno dell’Ilva dal 1967: in particolare, l’ampliamento da 300mila metri cubi a sud-est del sito da destinare ai rifiuti speciali pericolosi – da qui impianto di tipo 2 categoria «C» secondo la classificazione normativa – già autorizzato dalla Provincia nel 1998 e i cui lavori vengono terminati dall’azienda nel 2007 con una spesa di 3,5 milioni di euro. L’inchiesta è legata alle presunte pressioni nell’ambito della procedura di autorizzazione all’esercizio partita proprio sei anni fa e passata, tra gli altri, anche dagli uffici della Provincia guidata da Florido sin dal 2004.

All’epoca l’azienda, che dal 2006 va avanti con l’uso in prorogatio della zona, è chiamata adeguarsi alle prescrizioni della nuova normativa ambientale sui rifiuti rivista allora in Italia dopo quasi vent’anni – allora il decreto legislativo 36 del 2003 recepisce la direttiva 1999/31/CE e aggiorna la delibera interministeriale del 27 luglio 1984 valida fino al luglio 2005 – e a presentare anche una garanzia finanziaria per l’apertura, la gestione operativa e la chiusura del sito. Ma poi, in particolare, a tentare, anche tramite ricorsi al Tar di Lecce (sentenze 1058/2008 e 1551/2009), di venire fuori dallo stallo che allora nasce per il rimpallo delle competenze tra la stessa Provincia e il ministero dell’Ambiente poiché il via libera alla discarica viene previsto dal procedimento unico Aia introdotto dal «Codice dell’Ambiente» approvato nel frattempo (decreto legislativo 152/2006 poi modificato nel 2010).

Nel 2010, come peraltro ricostruito nell’ordinanza di novembre scorso dello stesso gip Todisco sulla base delle risultanze dei magistrati, proprio il mancato ok della Provincia avrebbe potuto far saltare l’Aia già in corso a Roma, anche se nello stesso tempo, come rilevato nell’ultimo provvedimento di custodia, «l’eventuale delibera all’autorizzazione all’esercizio della discarica avrebbe consentito alla società richiedente Ilva di ottenere consistenti vantaggi patrimoniali atteso che avrebbe permesso lo smaltimento di rifiuti speciali prodotti dallo stabilimento a costi inferiori a quelli che l’azienda avrebbe dovuto sopportare per smaltire all’esterno detti rifiuti».  

La mappa delle discariche vicino all’Ilva

Sulla base delle fonti di prova raccolte dalla Guardia di Finanza nella stessa indagine e riportate nella prima ordinanza in relazione ai fatti in Provincia, in quei mesi nella sede di via Anfiteatro il rischio del «no» alla discarica si sarebbe collegato alle frizioni e riserve sulla legittimità che sarebbero state poste in quei mesi dai dirigenti del settore Ecologia e ambiente, in particolare dall’ex Luigi Romandini (definito «la peste» da Archinà e trasferito nel 2009 all’Istruzione) e poi dal suo successore Ignazio Morrone. Il gip Patrizia Todisco rileva ora che Archinà «è informato di tutto, caldeggia nomine e spostamenti dei dirigenti, ispira ed orienta le condotte di Florido e Conserva e, senza la sua invasiva presenza, non si spiegano le ragioni per le quali negli uffici dell’amministrazione provinciale si insistesse tanto per una solerte e positiva risposta alle istanze dell’Ilva spa».

Conserva, che secondo le ipotesi avrebbe all’epoca «cercato in tutti i modi di favorire l’impresa» e sarebbe stato a contatto con Archinà anche per concordare «preventivamente determinate strategie e iniziative», avrebbe così chiesto, tra le altre cose, un parere pro-veritate ad un legale esterno di Bari per convincere Morrone e dimostrargli di essere «in condizione di licenziare il provvedimento senza timore di esporsi ad eventuali conseguenze di natura giuridica». Ma, una volta saputo di essere intercettato, l’ex assessore all’Ambiente avrebbe ribaltato il presunto orientamento iniziale pro-Ilva e, secondo le ipotesi, cercato di spingere in qualche modo i tecnici della Provincia a deliberare il “no” alla discarica.

In quelle settimane, infatti, il Comitato tecnico provinciale sui rifiuti chiede all’Ilva di ripresentare d’accapo tutta la documentazione tecnica del progetto, anche se, dalle intercettazioni raccolte, emergerebbe che nell’ente provinciale tali organismi sarebbe stati in precedenza in qualche modo «aboliti» e, come sintetizzato dal gip mesi fa, «la volontà di sopprimere i ‘comitati tecnici’ nasceva dall’esigenza di accentrare l’attività istruttoria solo ed esclusivamente all’interno dell’ufficio, in modo tale da poter esercitare al meglio quel potere di controllo totale sulle modalità di rilascio delle autorizzazioni». In una conversazione intercettata il 6 marzo 2010 contenuta nel fascicolo, Florido chiede a Conversa il motivo della richiesta del Ctp:

Florido: Senti Michè poi…ma lì quel “comitato tecnico” non l’avevamo abolito il comitato tecnico?
Conserva: siccome ancora non abbiamo nominato il nuovo…
F: ahhhh stanno ancora…ma come il nuovo? Ma non li avevamo aboliti?
Conserva: solo per i rifiuti è obbligatorio!
F: ah! E sì e quindi loro alle discariche è obbligatorio…
C: la legge trentasei è obbligatorio! (decreto legislativo 36/2003, ndr)
F: sì, sì, sì…
(…)
F: senti Michè in merito cosa vuol dire quella cosa cioè sono approfondimenti ma…
C: approfondimenti rispetto alla trentasei perché lì c’è sempre sto benedetto…questione del Tar che fa…che chiede in riferimento alla trentasei…
F: e va bè quindi siamo tornati esattamente al punto di partenza, no?
C: e no! Proprio al punto di partenza no! Perché bisogna vedere lontano loro avranno…sicuramente avranno documentazione che non hanno ancora presentato…
F: mmh…ma…comunque è un casino! Non si…non si riesce a trovare una solu…mo vediamo un po’ dai. Tanto speriamo che mo passano queste…queste elezioni e riusci…
(…)
F: Michè il punto è però che se noi a questi eeeeeeee bloccando a tutto e non avanzando mai è un casino è Michè! E’ un casino veramente eh! Non ti pare? O no?
C: e sì..
F: perché questo può essere pure un gioco alla paralisi eeee diventa un casino! Va bè ma comunque adesso mo vediamo un attimino e poi si fa. So che….queste cose qua Michele io penso che…siccome lì penso che noi avevamo…ormai la linea…la linea è buona. E’ una linea di chiarezza con l’ufficio…e i ragazzi come sono? Sono tranquilli?
C: noi i ragazzi sono tranquilli, tranquilli…
F: no perché la squadra è una bella squadra lì, se si riesce…

Dell’argomento discarica, stando a quanto raccolto dai pm, parla anche Archinà in un’altra conversazione intercettata dalla Procura con l’ex direttore Capogrosso e il legale Francesco Perli anche in riferimento alle presunte rassicurazioni sull’ok all’impianto che sarebbero giunte da Florido in precedenti contatti con l’azienda:

Perli: c’han dato due dita negli occhi!!!
Archinà: avvocato!….eeee sì! C’han dato due dita negli occhi eee…non le so rispondere perché. Ripeto non so quale siano state le indicazioni che ha dato il Presidente della Provincia agli uffici!
P: IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA HA DETTO: “TUTTO A POSTO, GLI UFFICI PROCEDERANNO!”
A: E HO CAPITO! E ORA BISOGNA CHIEDERE IL CONTO AL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA E IL “TUTTO A POSTO” CHE COSA STA A SIGNIFICARE!

Così, stando almeno a quanto ricostruito nelle carte, i vertici Ilva, dopo un presunto accordo con Florido, inviano una diffida allo stesso presidente della Provincia lamentando la «inoperosità» proprio degli uffici del settore Ecologia e Ambiente dovuta, a loro dire, anche alla presenza costante della Finanza che, tra le altre cose, in quei mesi aveva sequestrato i pontili dell’azienda nel porto e alcune aree interne all’acciaieria. Un presunto pretesto che in quei giorni sarebbe servito a Florido per informare direttamente il procuratore della Repubblica di Taranto Franco Sebastio rilevando anche presunti danni a pratiche di altre aziende. Ma per tentare di risolvere la questione ancora in stand-by in Provincia, Archinà avrebbe tentato di spostare la vicenda anche a Bari, attraverso contatti con tecnici della Regione Puglia: in un fax poi intercettato dagli investigatori, scriveranno a Conserva di considerare le discariche «a tutti gli effetti parti integranti dell’attività di “Acciaieria integrata di prima fusione della ghisa e dell’acciaio” e come tale esaminate ed eventualmente autorizzate nell’ambito dell’unico procedimento di Aia nazionale».

Il 15 settembre 2010 proprio la discarica «Mater Gratiae» viene visitata tra le altre cose a Taranto dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti che in quei giorni è in missione in Puglia. Davanti al presidente Gaetano Pecorella (Pdl poi Misto) e al vice Vincenzo De Luca (Pd) parlano per l’Ilva il direttore Capogrosso e l’avvocato Perli. De Luca chiede subito «quale sia la condizione che registrate nelle difficoltà della pubblica amministrazione relative ai permessi e al rapporto con gli enti locali e con il territorio specialmente nello smaltimento dei rifiuti industriali» e Perli cita subito due «esempi concreti»: le richieste di autorizzazioni alla nuova discarica alla Provincia e quella per l’Aia avanzata al Ministero “bloccate” dal 2007.

Quello stesso giorno la Commissione sente, tra gli altri, pure Florido. «C’è un problema che riguarda una discarica 2C in Ilva – dice il presidente della Provincia a Pecorella – (…) Ad oggi, tuttavia, purtroppo l’Ilva non riesce ad avere alcuna risposta e noi non siamo in grado di avere dal Ministero dell’ambiente una risposta definitiva (…) Quest’ultimo, a parole ci dice di condividere la nostra posizione, però nessuno ci scrive. Ciò sta determinando per l’Ilva una pericolosa fase di stallo, perché attualmente esso colloca i suoi rifiuti speciali altrove e non certo nella discarica di servizio, la quale purtroppo non si può adottare perché in assenza di autorizzazione».

Ai quattro destinatari dei nuovi provvedimenti cautelari di Todisco viene contestato un tentativo di concussione per costrizione ai danni proprio dell’ex dirigente Romandini che si oppone alla firma nonostante una presunta minaccia di licenziamento: in riferimento a Florido poi, il gip rileva che «ha dimostrato di avere la capacità di giungere persino a riorganizzare gli uffici pur di privare il dirigente Romandini di poteri e facoltà inerenti la carica e di trasferire ad altro incarico il dirigente riottoso ad assecondare gli interessi, sovente illeciti, dell’Ilva». Per Florido, Conserva e Archinà anche la concussione per induzione per aver costretto il successore Morrone a dare l’ok. Gli uomini della Provincia, secondo il gip e in riferimento anche a Specchia, «operando in piena unità di intenti, hanno rivelato una inquietante, forte inclinazione comportamentale ad asservire il pubblico ufficio, i pubblici poteri rispettivamente esercitati, al conseguimento di obiettivi di favore economico a beneficio di determinati soggetti (ovviamente, non di soggetti qualunque…), in spregio dei principi di buon andamento ed imparzialità della pubblica amministrazione».

L’autorizzazione della «Mater Gratiae» rientra nella parte relativa alle discariche prevista dalla seconda Aia che l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha concesso all’Ilva il 26 ottobre scorso, ma stralciata dal provvedimento per essere vagliata a parte «data la complessità e la peculiarità dell’impianto»: la conclusione della pratica, programmata entro il 31 gennaio scorso, è stata rimandata al 31 maggio in attesa che l’azienda fornisca ulteriori documenti. L’Aia, in ogni caso, è rientrata di fatto nella legge 231 del 2012, la cosiddetta «Salva-Ilva», promossa ad aprile scorso dalla Corte Costituzionale e che, proprio alla vigilia dei nuovi arresti, ha consentito il dissequestro di un milione e 700mila tonnellate tra prodotti finiti e semilavorati, per un valore commerciale tra fino a un miliardo di euro. Anche se per attuare le prescrizioni Aia ancora sulla carta (16 su 94 per l’azienda) i tempi dovrebbero allungarsi come ha riferito giorni fa a Bruxelles il sottosegretario allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti a margine di un incontro sul nuovo piano Ue per la siderurgia: «Ilva ha chiesto di rivedere i tempi di realizzazione di alcuni degli interventi richiesti. Stiamo valutando queste richieste perché pensiamo che, in alcuni casi, si tratta di interventi di grande rilievo, che implicano una riorganizzazione della produzione». 

Nel frattempo Florido, che si è dimesso nelle stesse ore in cui il prefetto di Taranto Claudio Sammartino ha provveduto a sospenderlo, ha ottenuto i domiciliari per l’attenuarsi delle esigenze cautelari a suo carico (rischio inquinamento delle prove e reiterazione del reato). Stessa concessione ad Archinà che però lascia il carcere per motivi di salute. «Commissario per l’esercizio delle funzioni di presidente e di giunta» in Provincia è stato nominato il prefetto di Bari Mario Tafaro data l’assenza nell’Ente del vice presidente Costanzo Carrieri dimessosi ad aprile scorso per guidare il Consorzio Asi. A Lecce resta sospeso Specchia. Non è escluso che nelle prossime settimane l’indagine si possa allargare a Bari su funzionari e amministratori della Regione per approfondire retroscena di tavoli, protocolli d’intesa e accordi di programma finiti nelle informative della Finanza e negli anni intrecciati in qualche modo con la questione ambientale del siderurgico più grande d’Europa.  

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