Violenza sulle donne, una convenzione non basta

Iniziata la ratifica della convenzione di Istanbul

È stata ratificata dalla Camera la Convenzione di Istanbul per prevenire e combattere la violenza nei confronti delle donne. La ratifica italiana, che sarà definitiva dopo il passaggio al Senato, si aggiungerà a quella di Albania, Montenegro, Portogallo e Turchia. A leggerla ci si domanda come si potrebbe essere contrari. Sembra addirittura incredibile pensare che ci sia stato bisogno di scriverla.

Dopo aver letto i primi 28 articoli, tocca agli articoli successivi: trattano degli impegni degli Stati sottoscrittori della convenzione per prevenire e combattere la violenza. Tutto più che giusto, ma rischia di sembrare una straordinaria finzione, uno sproloquio di mansioni che difficilmente riusciremo ad onorare. Entrando nel merito, ecco una rassegna riassuntiva di adeguamenti legislativi cui dovremmo, sottoporre il nostro ordinamento:

  • introduzione del celere ricorso contro gli autori del reato;
  • risarcimento alle vittime per l’inerzia delle autorità statali nell’adottare la prevenzione e la protezione;
  • risarcimento alle vittime da parte dello Stato nel caso in cui l’autore del reato non lo faccia;
  • indagini e procedimenti penali da avviare senza alcun indugio;
  • protezione immediata e adeguata alle vittime;
  • facoltà di ordinare immediatamente l’allontanamento dell’autore di violenza domestica;
  • protezione delle vittime, delle loro famiglie e dei testimoni per evitare intimidazioni e rappresaglie;
  • protezione della vittima dal contatto con l’autore del reato nei tribunali etc.

Si stenta a credere che l’Italia possa adeguare la sua legislazione agli impegni assunti con gli articoli 29 e seguenti della Convenzione, al solo considerare i costi che comporterebbe. Altre riforme, per quanto prive di impegni di spesa e annunciate nei programmi elettorali (riduzione dei parlamentari, abolizione province, eliminazione finanziamento pubblico, liberalizzazione di professioni che svolgono servizio pubblico – dai farmacisti ai notai, semplificazione dell’attività amministrativa etc.) stentano ad essere esaminate dal Parlamento.

L’approvazione della Convenzione è un’ulteriore assunzione di impegni che tra qualche anno potrebbero vederci ancora inadempienti. E non è necessario un mago per preconizzare questa sorte. La ratifica ci impegna a profonde riforme strutturali della giustizia penale, sia pur finalizzate alla prevenzione e riduzione della violenza. Riforma della Giustizia nel nostro Paese? Ma quando mai: sono tali e tante le insidie, l’agguato di emendamenti ad personam o contra personam, le proteste corporative, le insufficienze croniche del sistema giudiziario e carcerario; insomma, sulla giustizia siamo per mille ragioni un Paese inabile.

Tanto inabile che neanche sul versante della giustizia civile – non toccato dalla Convenzione e meno infuocato di quello penale – non riusciamo a dire parole concludenti. E pensare che proprio il vigente “diritto di famiglia” non è più in grado di reggere l’epilogo delle relazioni affettive e i relativi strascichi, compendiandovi tra le sue pieghe la causa di molte violenze. La cronaca ci restituisce la notizia, infatti, che molto spesso è proprio il “diritto di famiglia” vigente ad alimentare conflitti, generando omicidi, lesioni o percosse per impeto. Guardare allora al fenomeno anche dalla prospettiva sociale del potenziale carnefice, senza mai giustificarlo, ovviamente, potrebbe evitare che le leggi si facciano senza considerare alcuni fattori socio-economici scatenanti di grande rilievo e incidenza.

Cosa si aspetta allora ad intervenire? Perché non abrogare subito la separazione con addebito? Perché non introdurre il divorzio breve e i patti prematrimoniali? Perché non sollevarsi, revisionando la disciplina sul mantenimento e gli alimenti? Perché non pensare a ricostruire l’organizzazione della giurisdizione volontaria rendendo realmente vigente il disapplicato art. 145 del codice civile (intervento del giudice nel caso di disaccordo tra i coniugi), che allo stato nessuno sa come utilizzare? Prescindendo dalla difficile applicazione della Convenzione di Istanbul, queste riforme potrebbero salvare parecchie vite umane. Quando non ci si interroga sulle reali possibilità di intervento e sul movente di un crimine, è difficile che un provvedimento riepilogativo di diritti umani possa risolvere i problemi. Solo nel paese incantato il bacio del principe è in grado di risvegliare la principessa dal sortilegio.

Il senso della realtà nelle società post-moderne ha bisogno di una nuova lettura dei servizi sociali, in grado di ascoltare, accogliere e sostenere i cittadini che precipitano in una condizione di povertà che deriva dai provvedimenti di separazione e divorzio. Cresce la “creazione” di una categoria di nuovi poveri, al punto che la fine di una relazione affettiva è divenuto lusso per “ricchi”. La condizione di povertà che si forma in conseguenza di una separazione e divorzio, molto spesso diviene fabbrica di rancore, ed alcune volte si trasforma in una violenza omicida senza alcuna giustificazione. La funzione preventiva di alcune riforme è immane, perché aiuta a preservare la vita e a generare una nuova educazione per far accettare a tutti, e con maggiore equilibrio, il mutamento della sfera affettiva.

Ma almeno non si dica che tutto si sistemerà, grazie alla ratifica di una Convenzione: se nulla dovesse muoversi nell’attività di riforma, la sua introduzione servirà ad ampliare l’attività convegnistica e di studio, con produzione di quintalate di carta e file. E nel frattempo la violenza continuerà, col vantaggio che sugli articoli e sui necrologi potremo inserire qualche ulteriore riflessione femminologica, maschiologica, gaylogica, fisiologica, antropologica, teologica etc., però ispirata alla Convenzione di Istanbul ratificata. E vi sembra poco? 

*Consigliere regionale del Partito democratico in Puglia